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12.08.2022 - 11:11
Aggiornamento: 14:35

L’epopea dei profughi cubani che incrina il mito rivoluzionario

‘La opcíon cero’ di Marcel Beltràn è una testimonianza cruda dell’esodo dall’Isola delle Grandi Antille. ‘Una storia reale che non dà risposte’.

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© Mediocielo Films
Tende in un campo profughi

Un film che parla di Cuba, ma che non è stato girato a Cuba. ‘La opción cero’ (2020) ci mette davanti agli occhi l’esodo migratorio dei cubani verso gli Stati Uniti. Il documentario del regista Marcel Beltràn e prodotto da Paula Gastaud è stato proiettato questa mattina per la selezione degli Open Doors Screenings. Regista e produttrice si muovono nel vivace, ma tutt’altro che facile contesto del cinema indipendente cubano: durante la 75esima edizione hanno partecipato alla sezione Open Doors che, fino al 2024, è focalizzata sulla cinematografia di America Latina e Caraibi. Oltre al film-documentario proposto ieri, Gastaud e Beltràn hanno partecipato a Open Doors Hub con il lavoro ‘Moa’, che è valso loro due premi: l’Open Doors Grant e l’Arte Kino International Prize, consegnati martedì scorso allo Spazio Cinema.

Un’esperienza reale

Le ragioni per cui le persone scappano da Siria, Afghanistan, Ucraina… dai Paesi in guerra, sono piuttosto evidenti. Ma perché i cubani scappano da Cuba? Cercando di rispondere a questo interrogativo, andando a vedere cosa succede realmente sull’Isola della rivoluzione permanente, si potrebbero capire (forse) le motivazioni che spingono alcuni a lasciare la propria terra e i propri affetti per affrontare un lungo e periglioso esodo verso gli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore, comunque senza garanzie. Opzione zero, traducendo, va a vedere cosa succede a chi si mette in viaggio, percorrendo soprattutto a piedi migliaia di chilometri risalendo il continente. «Questo film non è un manuale, non dice come comprendere la migrazione cubana. Non è una lezione, perché ci sono molti aspetti da chiarire. È un film che racconta un’esperienza reale», ha postillato il regista.

Una storia che Beltràn non ha cercato, ma che gli è caduta addosso quando si trovava a Panama e che ha sentito l’urgenza, anzitutto come essere umano, di dover narrare. Nel comune di Chiriquí, c’è un campo profughi della Caritas che ospita diversi cubani. Lì, il regista filma e intervista la quotidianità di alcuni di loro. I suoi interlocutori, man mano, condividono con lui un duro archivio di video e fotografie, testimonianze della fuga di bambini, donne e uomini che – scritto per inciso – «le ambasciate cubane non riconoscono e non aiutano. I migranti cubani non hanno diritti, diventano non-persone».

Il film – premiato fra gli altri al Buenos Aires International Documentary Festival 2022, MiradasDoc International Documentary Film Festival 2022, Trinidad and Tobago Film Festival 2021 – è un documentario crudo e schietto sulla crisi migratoria cubana attraverso la rotta (una delle tante) che dall’isola dell’arcipelago delle Grandi Antille va in Brasile e poi risale, attraversando uno dei tratti più pericolosi e mortiferi del cammino: il corridoio del Darién (nella selva colombiana). Una diaspora che continua in direzione Stati Uniti, considerata terra di sogni, promesse e libertà. Frammezzo però ci sono ancora Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Salvador, Belize, Guatemala, Messico. Il viaggio può durare diversi mesi, durante i quali uomini, ragazzi, donne, bambini, intere famiglie, giorno dopo giorno, devono sopravvivere a pericoli naturali, mancanza di cibo e acqua e, soprattutto, agli assalti di ladri, alla disonestà degli spalloni, alle azioni repressive di soldati e polizia, alle violenze sessuali e fisiche. Un sacrificio e un’assunzione del rischio che questa umanità in fuga accoglie pur di dare carne e sangue al sogno di una vita migliore. Nel montaggio, Beltràn frammezza il suo girato con fotogrammi dei video amatoriali che gli sono stati dati, alcuni dei quali girati come live di Facebook. Materiale che per le condizioni di contesto è forzatamente precario, disturbato, e per questo ancora più forte. Lungo il cammino c’è chi lo dice espressamente: "Filmo e fotografo perché tutto questo non si dimentichi".

Disincanto

Il documentario si apre e si chiude con immagini delle celebrazioni di Stato a L’Avana per lo sbarco su Playa Las Coloradas (o poco distante) il 2 dicembre 1956 dello yate Granma, con a bordo fra gli altri Fidel Castro ed Ernesto ‘Che’ Guevara. Evento che, nell’epopea ribelle, ha dato il via alla rivoluzione cubana. I fotogrammi d’archivio entrano in aperto contrasto con quanto raccolto (e mostrato) da Marcel Beltràn e incrinano quell’immaginario fatto di luoghi comuni che vedono Cuba come un’isola paradisiaca dove il puro socialismo è fiorito, dove scuola e sanità sono per tutti, dove si trascorrono giornate placide e festose, fatte di salsa, sigari, rum, cayos e mare cristallino. ‘La opción cero’, pur non mostrando le strade di Cuba, con la sua voce fuori dal coro mette in luce le grandi contraddizioni che l’avvolgono, attraverso il racconto disincantato di una parte del suo popolo, andando oltre la narrazione ideologica di Stato, oltre l’iconografica eroica del mito rivoluzionario.

Oltre ‘Cuba, que linda es Cuba!’.

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