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11.08.2022 - 10:57
Aggiornamento: 15:00

La normalità non binaria dell’adolescente Robin

A colloquio con Trevor Anderson, tra i Cineasti del presente con ‘Before I Change My Mind’, uno dei film più sorprendenti di questa 75esima edizione

di Ivo Silvestro
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© Locarno Film Festival
Da sinistra: Vaughan Murrae, il regista Trevor Anderson e Dominic Lippa

Un film con protagonista Vaughan Murrae, giovane interprete non binario – vale a dire che non si riconosce nello schema binario maschile-femminile – che interpreta un personaggio, l’adolescente Robin, del quale ignoriamo l’identità di genere, grazie anche a una sceneggiatura che evita il ricorso ai pronomi di genere per descrivere Robin. Bastano queste poche righe dalla presentazione di ‘Before I Change My Mind’ di Trevor Anderson, in competizione nei Cineasti del presente, per aspettarsi uno dei film più provocatori di questa 75ª edizione.

Poi le luci si spengono, il film inizia e quello che più colpisce è la sfavillante e colorata estetica degli anni Ottanta – ‘Before I Change My Mind’ è ambientato nel 1987 in Canada –, lontana dalla rassicurante nostalgia di certe serie tv. Tra capelli cotonati, videocassette e un’improbabile versione trash di Jesus Christ Superstar (che da sola vale la visione del film), ci ritroviamo immersi in un’intelligente rivisitazione di racconti di formazione e commedie ambientati in una scuola. Robin (l’eccezionale Vaughan Murrae) arriva in Canada insieme al padre: un trasferimento che, scopriamo nel corso del film, è in realtà una fuga da un evento traumatico che aiuta a intuire i motivi del comportamento di Robin, alle prese con le prevedibili difficoltà nell’inserirsi in un ambiente nuovo. Dopo i primi scontri, Robin si avvicina a Carter (il bravo Dominic Lippa) che, semplificando un po’ un personaggio complesso e interessante, è il bullo della scuola. Il legame tra i due è ambiguo ma intenso, finché l’arrivo di Izzy (Lacey Oake), non incrina il fragile equilibrio che si era creato.

‘Ho diretto la commedia che avrei voluto vedere’

Incontro il regista in una saletta della Sopracenerina; l’intervista si svolge in inglese, ma è inevitabile accennare ad altre lingue passando in rassegna varie soluzioni di linguaggio inclusivo. «È stata una sfida anche per noi e grazie al cielo non abbiamo dovuto scrivere la sceneggiatura in italiano!» ci ha spiegato con un sorriso. Perché se in inglese è stato relativamente semplice evitare di usare ‘he’ (lui) e ‘she’ (lei) – negli anni Ottanta il ‘singular they’ non era utilizzato per le persone non binarie –, in italiano hai anche il problema di aggettivi e verbi. «Nel film ci siamo presi il tempo di costruire frasi "naturali" che non contenessero ‘he’ o ‘she’, in modo che il pubblico non ci facesse subito caso» ha aggiunto. «E adesso che il film è finito, ci siamo chiesti come riferirci a Robin e a Vaughan Murrae: posso scrivere un copione senza pronomi, ma non ho la prontezza di farlo parlando col pubblico o con i giornalisti per cui abbiamo deciso di usare ‘they’ e ‘them’, perché ne stiamo parlando adesso, nel 2022».

Questa discussione terminologica ci porta, quasi inaspettatamente, a parlare degli anni Ottanta. «Ambientare il film nel 1987 ci ha permesso di raccontare la storia di un personaggio non binario prima che un termine così utile esistesse. Volevo catturare la sensazione di sapere che c’è qualcosa di differente in te senza avere le parole per dirlo perché nel 1987 "non binario" faceva pensare ai computer. Che è il motivo per cui il padre di Robin lavora nell’informatica, un piccolo ‘inside joke’ che ho messo nel film».

Negli anni Ottanta non c’erano le parole, ma forse era un’epoca più fluida e aperta di oggi? Prima di rispondere Anderson ci pensa un po’: «Non so rispondere: avevo solo 13 anni all’epoca! Ma so che le esperienze e le sensazioni esistono anche quando le parole per esprimerle non ci sono». E qui Anderson cita una delle prime scene del film: l’arrivo di Robin nella nuova scuola. «Ho voluto che la prima lezione fosse quella di ginnastica, dove le differenze di genere sono particolarmente esplicite con i ragazzi seduti da una parte e le ragazze dall’altra. Non conosciamo ancora la parola "non binario", ma visivamente vediamo Robin camminare e sedersi in mezzo alla palestra: anche senza parole, abbiamo il linguaggio visivo del cinema».

Quanto è stato importante che a interpretare Robin ci fosse una persona non binaria? «Sapevamo che il successo del film sarebbe dipeso interamente da chi avremmo trovato per interpretare Robin e siamo stati veramente fortunati a trovare Vaughan che non è solo una persona non binaria, e quindi in grado di portare la propria esperienza, ma è anche un grande interprete, anche se non credo si renda ancora conto della sua bravura». E se non ci fosse stata questa fortuna? «Avremmo potuto scegliere una persona transgender, ma sarebbe stato un film diverso, ci sarebbe stata un’energia diversa. Una persona cisgender no, perché non avrebbe saputo portare l’inesprimibile, l’ineffabile. E il cinema è tutto sull’ineffabile».

Abbiamo parlato soprattutto di Robin e Vaughan Murrae, ma nel film sono ben costruiti, e interpretati, anche gli altri personaggi. Più che un film su un personaggio non binario, ‘Before I Change My Mind’ è un film che quasi per caso ha un personaggio non binario. È corretto? «Esatto. Volevo fare un film ‘coming to age’ degli anni Ottanta ma con una differenza: un personaggio non binario nel ruolo principale. Diciamo che volevo fare il film ‘coming to age’ che negli anni Ottanta non ho avuto occasione di vedere».

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