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laR
 
10.08.2022 - 10:37
Aggiornamento: 17:07

‘Sermone ai pesci’ è il canto di un’umanità sconfitta

Il film di Baydarov è fra le proposte di oggi in Concorso insieme a ‘Serviam - Ich will dienen’, dove si calpestano i sentimenti dei personaggi

di Ugo Brusaporco
sermone-ai-pesci-e-il-canto-di-un-umanita-sconfitta
‘Sermone ai pesci’ un titolo ispirato a un’opera di Paolo Veronese

"Non era questo il titolo che avevo in mente. Poi ho visto un dipinto – la ‘Predica di Sant’Antonio ai pesci’ di Paolo Veronese – ed ecco il titolo che mi soddisfaceva". Così Hilal Baydarov spiega il titolo del suo nuovo film, "Balıqlara xütbə" (Sermone ai pesci), presentato oggi al Concorso internazionale, qui a Locarno. Si tratta del primo film di una trilogia che il trentacinquenne regista dell’Azerbaigian prevede composta da altri due sermoni: uno agli uccelli, ambientato nelle foreste, e uno al vuoto.

La misura di tutto è il suono

Guardando il film si comprende una delle idee basilari di Baydarov – che oltre ad averlo scritto e aver curato la regia, è anche il direttore della fotografia e il montatore –: egli non ama le immagini, non cerca la bellezza delle immagini, perché queste non hanno profondità. Solo il suono ha profondità e può passarla alle immagini. Ed ecco che la misura di tutto è il suono, che determina la durata delle inquadrature. Così si resta ad ascoltare per esempio il vento, in un’inquadratura fissa che può durare anche per tre minuti o più. Ed è un sonoro realizzato in studio e non in presa diretta, questo permette al regista di usare nella maggior parte del film dei campi lunghi e di servirsi pochissimo dei primi piani, con conseguenze narrative di grande interesse visivo.

Un impianto drammaturgico ispirato al teatro greco

L’impianto drammaturgico è ispirato al teatro greco: abbiamo un uomo, Davud, che torna dalla guerra vittorioso (un bravo Orkhan Iskandarli) per ritrovare il villaggio dove viveva svuotato da una strana malattia che ha fatto imputridire tutti gli abitanti. Unica a essere ancora in vita, ma che si sta decomponendo, è la sua giovane sorella (l’ammirevole Rana Asgarova, fedelissima del regista). Lei parla agli alberi, al vento, alla strada, al cielo e urla il suo essere esistente.

Il fratello porta con sé il peso di un terribile ricordo di guerra: mentre era di guardia, si è addormentato, e per colpa sua tutta la sua squadra è stata annientata. Ora continua a ricordare i nomi dei suoi compagni morti e questo dolore si lega alla morte dei genitori, colpiti anche loro dalla malattia. I due fratelli non hanno cibo, intorno al villaggio ci sono rocce e distese quasi desertiche, l’unica acqua è quella vicino a un vecchio campo petrolifero ancora attivo; è inquinata, i pesci muoiono e, in una scena indimenticabile, vediamo un pesce bruciare come una torcia, tanto è il petrolio che ha ingerito. L’uomo vede la sorella deperire, ma i due non possono andarsene, lei ha trovato un cane che le ha regalato serenità. L’animale l’accompagna fino a un campo dove spuntano focolai e in uno di questi la ragazza si suicida; per tornare nel vento, per giocare tra le foglie, per percorrere le strade, finalmente libera.

Grande, superbo film, struggente nel suo cantare un’umanità sconfitta come il territorio in cui vive, eppure con la certezza di poter diventare qualcosa d’altro, magari in un altro mondo. Questo è Cinema. Robert Bresson sarebbe stato contento di questo suo allievo.

Tolta ogni emozione

Il secondo film in Concorso oggi – ‘Serviam - Ich will dienen’ (‘Serviam - Io servirò’) della regista viennese Ruth Mader – è ambientato in un gelido collegio cattolico per sole ragazze di famiglie austriache benestanti, facendo un salto a ritroso fin negli anni Settanta del secolo scorso. Un periodo pre internet e telefonini, e con rapporti di potere nel mondo religioso e scolastico ben determinati. Si vedono comunque i primi segnali di una successiva devastante secolarizzazione.

La regista si pone questa domanda: "Il film prova a rispondere a una domanda scottante e senza tempo: cosa succede se qualcuno vive improvvisamente e radicalmente la dottrina della sofferenza? E se una bambina desidera andare incontro alla morte per amore di Cristo?". Nel film a desiderare di donarsi a Cristo è una devota bambina, Martha, che si ferisce gravemente con il cilicio pur di provare le sofferenze del Nazareno sulla Croce. A spingerla è stata la direttrice dell’istituto (la glaciale Maria Dragus), nonché suora destinata alla guida spirituale delle bambine. Lei stessa nasconde la bambina in vena di santità, per curarla. A scoprire casualmente il fatto è un’altra bambina che, smascherata dalla direttrice che oramai la vuole espellere, si suicida. Il suicidio allarma la compagna di stanza della morta e per la suora e l’istituto le cose cambiano.

Il film, che ha delle interessanti parti animate firmate da Alexander Dworsky e Beniamin Urbanek, soffre di un’invadente colonna sonora che toglie ogni emozione, trasformando il racconto in un ridicolo horror che calpesta i sentimenti dei personaggi. Peccato!

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