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laR
 
08.08.2022 - 11:04
Aggiornamento: 15:00

Juliette Binoche, attrice e camionista

Da Kieślowski a Kiarostami, lampi di vita e carriera fino a ‘Paradise Highway’ di Anna Gutto

di Ugo Brusaporco
juliette-binoche-attrice-e-camionista
Juliette Binoche

La incontriamo prima alla conferenza stampa del film ‘Paradise Highway’ di Anna Gutto, vicino alla regista e alla giovanissima Hala Finley, coprotagonista del film. Lei, Juliette Binoche, entra con una mascherina sanitaria, ma è subito protagonista, come lo sarà, da sola, poche ore dopo in un’intervista sulle rive del Lago Maggiore in un pomeriggio di spaventoso calore.

Ma andiamo con ordine tornando alla conferenza stampa, dove subito fa i complimenti a Hala: «Il primo giorno di riprese l’ho vista studiare, l’ho ammirata. Poi tra noi è nato un importante rapporto emotivo, sono rimasta affascinata dal suo mettere emozioni". Poi parla del suo approccio al personaggio: "È stato uno studio molto pratico, ho voluto imparare a guidare quegli enormi camion, avevo come guida proprio una camionista, siamo stati in giro per giorni, con i pericoli, anche per undici ore al giorno, e poi affrontare un mangiare schifoso. Dovrebbero fare una rivoluzione, non è facile il loro lavoro, bisogna essere scafati. Ricordo che lei non poteva entrare in certi distributori a fare benzina, perché era una donna, ma una volta siamo rimaste senza benzina e siamo entrate in uno di questi, e lei ha tirato fuori la bestia che aveva dentro. Devono essere audaci per fare questo lavoro. Ho scoperto poi che all’esame per guidare questi mostri della strada, in genere vengono violentate, imparano le leggi sui propri corpi. È stato fondamentale essere ispirata da una donna così. Questo non è un documentario e il Festival di Locarno non è un piccolo Festival ma un Festival che regala diamanti ogni sera in Piazza Grande.

Come è il suo rapporto con i registi o le registe? «Dipende dal regista con cui sei, dipende dalla fiducia che si instaura. È meraviglioso quando ti spinge con fiducia, ti regala il tuo essere attrice. Esiste uno spazio nuovo: il regista che chiede, io che chiedo, nasce la comprensione, e il lavoro di tutti si esalta, e io so come espormi per tenere sveglio il pubblico. In questo film sono stata colpita dalla storia, lei si è fidata di me e io di me stessa. Non succede sempre, con il tempo capisci che non devi aspettarti niente da fuori, comprendi che devi arrangiarti, sapendo che tu servi alla storia che viene raccontata. La comprensione è stata una scoperta importante; non vuol dire che tutto va sempre bene, talvolta piove e altre c’è il sole, lo abbiamo imparato. Giravamo di giorno e di notte, abbiamo fatto esperienza del fatto che nel pomeriggio alle cinque arrivavano le zanzare, e mentre la troupe si copriva con le reti, noi attrici e attori eravamo a loro disposizione. Poi c’era un caldo insopportabile».

Cambiamo scena, in riva al Lago, e lei ha un pensiero importante: «Il film mi ha fatto scoprire una storia che mi ha ferito, quella del traffico di bambini e bambine, per sfruttarli sessualmente. Non lo sapevo e mi ha spaventato, sono una madre anch’io, anche se non una madre attentissima, sono sempre in giro per il mio lavoro». La guardiamo, ha un cappello nero in testa, trucco non eccessivo, perfetto, giusto nobile biancore, lei ci fissa con occhi profondi ed è facile allora chiederle come cambia il suo essere attrice con autori famosi e importanti e con autori giovani e senza esperienza importante come Anna Gutto, per questo ‘Paradise Highway’? «Sì, ci sono differenze che nascono anche dal tema che si affronta, mi viene in mente ‘Trois couleurs: Bleu’, in cui il mio personaggio perdeva il marito e la figlia. C’era Krzysztof Kieślowski a guidarmi, e subito mi ha detto: ‘Non essere terrorizzata, non provare emozioni. Voleva non aggiungere alla disgrazia le lacrime. Poi succede che incontro Abbas Kiarostami, che mi fa vincere il premio femminile a Cannes con ‘Copia conforme’. Ma con lui il rapporto era diverso, parlavamo attraverso interpreti e il contratto per il film l’ho firmato in auto verso Isfahan, un contratto da firmare con le dita. Era così anche sul set, con lui era un girare più classico. Ogni film ha la sua storia».

Juliette Binoche ne ha molte, e quella di aver fatto la camionista sarà bella da raccontare.

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