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07.08.2022 - 21:20

‘Il pataffio’ o della trappola della commedia (umana)

Il film di F. Lagi, presentato in prima mondiale al Concorso internazionale sabato, racconta le bassezze della contemporaneità travestite da medioevo

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©LFF
Belcapo (Giorgio Tirabassi) censisce i poderi del Marconte (Lino Musella) accompagnati da Migone (Valerio Mastandrea)

«Da Malerba ho preso la lingua e il mondo dentro cui si muovono Berlocchio, Bernarda, Belcapo, Migone, Frate Cappuccio… I personaggi invece li ho elaborati (con tanto piacere). Con loro, lo scrittore è stato molto più cattivo, acido e anche sgradevole. Nella nostra trasposizione, abbiamo fatto un lavoro di costruzione di psicologie, tentando di dare a ogni personaggio un po’ di umanità, sebbene siano intellettualmente rudimentali. Anche i finali sono sviluppati in maniera differente dalla novella». Fra le prime sue battute con spiccata cadenza toscana, il regista e scrittore Francesco Lagi circoscrive il rapporto che intercorre fra la fonte del suo film e l’adattamento cinematografico ‘Il pataffio’ (Italia, 2022), presentato in prima mondiale nella sezione Concorso internazionale sabato 6 agosto. Nella cornice del chiostro della Magistrale di Locarno, regista, compositore e quattro attori protagonisti hanno dedicato un po’ di tempo alla stampa.

Ma facciamo un paio di passi indietro. Il film – di produzione italo-belga, girato in Ciociaria – è una tragicommedia sulle derive della nostra società, ambientata in un remoto Medioevo immaginato. Il seme del lungometraggio è appunto il romanzo buffo ‘Il pataffio’ dello scrittore e sceneggiatore italiano Luigi Malerba (1927-2008), pubblicato per la prima volta nel 1978. Gli attori che hanno preso parte all’avventura sono fra gli altri Lino Musella (Marconte Berlocchio, uno stalliere con brama di potere), Giorgio Tirabassi (il consigliere dimesso Belcapo), Viviana Cangiano (la candida e innocente Bernarda, che muore di felicità), Alessandro Gassmann (Frate Cappuccio, un equivoco chierico dalle devozioni molto terrene) e Valerio Mastandrea (Migone, popolano animato da moti di ribellione e aliti di socialismo).

Il rimando a ‘L’armata Brancaleone’ di Mario Monicelli – ci togliamo subito il dente – sembrerebbe quasi “genealogico” (anche perché il film del 1966 è citato in diversi contributi promozionali); tuttavia, messe da parte le similitudini legate alla lingua e la piccola vicinanza nella trama, di Brancaleone nel Pataffio «c’è una suggestione», commenta Lagi.

Allegoria morale

All’osso (visto che la storia parla anche di fame), la vicenda racconta le peripezie di uno scalcagnato manipolo di soldati e cortigiani che, guidato dal Marconte Berlocchio, stalliere assurto alla nobiltà grazie alle nozze con la nobildonna Bernarda, va alla ricerca di un feudo destinatogli dal suocero. Una volta giunti al castello sgarrupato e in rovina, abitato da un popolo per nulla propenso a farsi governare, fra sberleffi e toni di sfida iniziano i primi parapiglia che innescheranno lotte dapprima per il cibo e poi per il potere. Nonostante l’ambientazione medievale (non casuale), seppur scritto in età contemporanea, il testo è un’allegoria della deriva sociale e politica, una metafora morale del nostro tempo. Attraverso uno spostamento temporale, l’autore prima e il regista poi, con le debite distinzioni, raccontano uno spaccato della realtà in cui vivono. «Nel nostro film – interviene Lagi – abbiamo cambiato dei valori, spostando dei pesi: il libro è della fine degli anni Settanta, noi ne parliamo a una quarantina d’anni di distanza, una “rinfrescata” era necessaria». L’essenza del film e del suo genere la chiarisce senza troppi giri di parole Lino Musella: «La commedia è una trappola! La commedia con la maiuscola è un meccanismo che permette di riceve contenuti anche molto amari grazie alla seduzione della risata, che te li fa digerire».

Una lingua inventata

Tornando all’intervista nel chiostro: «Il libro di Malerba è stato l’inizio di un viaggio in un mondo che altrimenti non avrei mai visitato, in compagnia di personaggi strampalati che ho subito riconosciuto come nostri contemporanei», racconta il regista, confessando che la trasposizione è stata una sfida piuttosto complessa. Malerba amava giocare con la lingua, ibridando le parlate dialettali e così anche i dialoghi del film: per aderire alla fonte, ma anche per essere coerente con il periodo storico d’ambientazione. «Agli attori ho chiesto se fosse possibile rendere quel linguaggio afferrabile. Era una scommessa, che hanno vinto rendendo la lingua fresca, divertente e comprensibile». La bellezza del lavoro e uno dei motivi di soddisfazione del regista è stata anche l’attitudine degli attori rispetto ai loro ruoli: «Tutti hanno accolto il proprio personaggio molto bene, erano pronti e divertiti a interpretarli».

Sostiene Bollani

Oltre alla peculiarità della parlata e dei dialoghi, dal libro «sono state prese di peso anche due canzoni», interviene sollecitato a tal proposito Stefano Bollani, che ha composto le musiche. «I testi di Malerba sono brevi, appena degli accenni, ma abbiamo voluto mantenerli così come sono». Sul processo creativo relativo alla composizione, Bollani racconta che il lavoro è stato fatto gomito a gomito con Lagi che, rispetto al normale corso degli eventi, lo ha contattato prima di iniziare a girare, proprio per creare i temi di partenza. Le riprese sono quindi iniziate con una trama sonora «finto antica (o come dicono gli anglofoni “early music”)» già decisa e approvata dal regista che ha permesso a tutti di lavorare con «un’atmosfera musicale in testa».

Oggi ci sarà l’ultima proiezione del ‘Pataffio’ nella sala 1 del PalaCinema, alle 21.30. Dal prossimo 18 agosto, il film arriverà nelle sale italiane.

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