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Matt Dillon
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05.08.2022 - 21:55

Matt Dillon, storie di libertà e altre ribellioni

Incontra il pubblico al Forum@Spazio cinema: il ribelle fa capolino, davanti c’è l’uomo di cinema: ‘Ho capito che è arte con Buster Keaton, è tutto lì’.

"Io con ‘I ragazzi della 56ª strada’ ci sono cresciuta, quel film mi ha insegnato a crescere. Perché crede che sia accaduto questo?". La voce un po’ tremante non sembra quella di chi abbia timore a parlare davanti a tanta gente: o la voce trema per il caldo, o è quel desiderio di quando si legge un libro bellissimo e si vorrebbe tanto poter telefonare subito all’autore per dirglielo di persona. Forse l’interlocutrice, a trentanove anni dall’uscita di quel film, sta facendo proprio questo. Dicevamo: "‘I ragazzi della 56esima strada’ mi ha insegnato a crescere. Perché?". E il 17enne Dallas Winston – diciassette nel film, oggi ne ha 58, portati dannatamente bene – risponde: "È davvero rimarcabile che ‘The Outsiders’ (titolo originale, ndr) continui a esistere. I giovani riconoscono in altri giovani la voglia di combattere per la propria vita, cercando di viverla in maniera del tutto indipendente. È così che la vedo".

Un passo indietro. Per le ultime file serve la protezione 20, dunque è sempre meglio arrivare con giusto anticipo al Forum @ Spazio Cinema, oasi poco oltre il PalaExpo che ospita i talk del Locarno75, un posto dove con un po’ di fortuna il vincitore di Award può regalare l’aneddoto che vale la giornata, o un’edizione. "Non ha bisogno di presentazioni, il suo lavoro parla per lui. It means the world…". Con i tempi e le parole dell’uomo di spettacolo, Giona A. Nazzaro dà il benvenuto a Matt Dillon, fresco Lifetime Achievement Award del Locarno 75, detto alla buona, Premio alla Carriera, sul quale l’attore americano è tornato a ironizzare: "È bello riceverlo quando non sei troppo vecchio perché hai ancora tempo per godertelo. Perché a volte li danno quando sei troppo vecchio…". Ilarità generale; poi, compunto: "Lo penso come un premio alla vita che devo ancora vivere". Ma questa era la fine.


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Lifetime Achievement Award

‘…e alora perché al parla mia italian?’

Un altro passo indietro. Manlio Gomarasca, moderatore, non deve moderare granché Dillon, fiume in piena dagli argini forti e dal flusso lento. Del premio, inaspettato, dice: "La mia carriera è fatta anche di cose inaspettate. Spesso mi chiedono quale ruolo, di quelli non interpretati, avrei voluto interpretare. È sempre difficile dirlo. Dipende dalle cose inaspettate che accadono sulla tua strada. Dico sempre che non mi le piacciono sorprese, ma che le cose inaspettate sono le più gradite". Una lunga parentesi riguarda ‘City Of Ghosts’, il suo debutto alla regia, che il Locarno Film Festival, vent’anni dopo, ha voluto riproporre in 35mm. "E di questo sono molto riconoscente a Locarno", dice Dillon, che di quel film ha ricordato il set cambogiano, il cast di attori non professionisti reclutati in loco, messi a fianco a stelle di prim’ordine come Stellan Skarsgård, Gérard Depardieu, e soprattutto James Caan, morto giusto un mese fa, oggetto di sentito ricordo.

Newyorkese convinto, tanta vita spesa a Roma – "…e alora perché al parla mia italian?". "Dopo a gal domandom…", si dicono due bionde teenager degli anni ’80 alle nostre spalle – e poca a Los Angeles, che come Roma, più di Roma, è la città del Cinema: "A Los Angeles ho vissuto per un po’ di tempo, ma non è mai stata casa mia. Men che meno lo è stata Hollywood, dove non ho mai avuto uno straccio d’ispirazione. Hollywood ha prodotto i più grandi film della storia, è un bel posto, perché girano i soldi per fare i film, ma è il mondo che mi ispira". Punto. Poi, un tuffo nel tempo, da ‘Giovani guerrieri’ (Over The Edge), il debutto ("Ho subito pensato che sarebbe stato il mio futuro") e quei ‘Ragazzi della 56ª’ di cui sopra, diretto dal "patriarca" Francis Ford Coppola tanto quanto il successivo ‘Rusty il selvaggio’ (1983, ancora): "Eravamo una manciata di giovani, Coppola era una figura paterna. Ci faceva guardare i film di Kurosawa, John Ford, ce li spiegava: fu con lui che credo di avere sviluppato la mia curiosità". E proprio ‘Rusty il selvaggio’ è l’occasione per un secondo ricordo, quello di Dennis Hopper: "Icona del cinema ma anche uomo del mondo, grande fotografo, collezionista. Disse che James Dean era il più grande talento che avesse mai incontrato. Con Francis aveva un bellissimo rapporto. Non ci sono altri Dennis Hopper, e non ce ne saranno più".


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In Piazza Grande, ieri sera

‘Libertà è rompere le regole, che stanno lì per essere rotte’

Dillon spende altre lodi per Gus Van Sant, che nel 1989 lo volle in ‘Drugstore Cowboy’ ("Uno di quei film che ti dimentichi che è un lavoro, e lo fai perché ti piace"), e per Lars Von Trier, per il quale nel 2018 fu Jack in, appunto, ‘La casa di Jack’: "Tutti pensano che sia un pazzo, ma è uno vero. Concede all’improvvisazione, agli attori permette di dimenticare tutto ciò che è immediatamente professionale. Malgrado il tema (le vicende di un serial killer, ndr), c’era gioia sul set". E poi Bukowski per ‘Factotum’, film di Bent Hamer tratto dall’omonimo romanzo, nel quale interpreta Henry Chinaski, alter ego dell’autore: "Avevo letto Bukowski in gioventù, non pensavo di essere adatto a quel ruolo. Poi Linda (compagna dello scrittore per molti anni, ndr) mi disse che avevo l’età di Chinaski. E che era tutta una questione di capelli…".

È il pubblico a chiudere, l’avevamo scritto. C’è chi gli chiede di Max Von Sidow, con lui nel 1991 nel thriller ‘Un bacio prima di morire’ ("Grande attore, sottovalutato"), e chi del cinema di oggi: "Le cose cambiano così velocemente. Penso al 35mm a Locarno, sembra un altro tempo. Oggi lo streaming concede più opportunità, ma c’è sempre meno grande schermo e questo mi manca. La magia si fa nelle sale, nel buio, e anche quello è un evento social. Oggi se chiedi a qualcuno qual è il suo film preferito potrebbe non ricordarsi se l’ha visto al cinema o alla tv".

E poi c’è chi gli chiede della libertà, e il ribelle si palesa: "Libertà è rompere le regole, che stanno lì per essere rotte". Concetto che, trasportato al cinema, diventa: "Fare cose diverse, staccarsi dall’idea di struttura il tempo necessario. Perché per avere libertà necessiti anche di struttura, disciplina. Anche l’improvvisazione, per esempio, ha le sue regole da rispettare. Nel cinema, la libertà presuppone coesione, cooperazione, soprattutto nel fare film". E a chi gli chiede quando s’è accorto che il cinema è arte, la risposta non è un ‘quando’ e nemmeno un ‘dove’. È un ‘chi’: "Buster Keaton. Avete visto un film di Buster Keaton? Sta tutto lì".

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