Culture e società

Dal Triangolo d’Oro al Myanmar in fiamme

Pubblichiamo un estratto da ‘Nord Thailandia on the road’ di Fabio Polese, un viaggio di tremila chilometri tra asfalto, persone e confini

Dal Triangolo d’Oro al Myanmar in fiamme
A Nan, città famosa per i templi e le gare di barche sul fiume
(www.fabiopolesereporter.com)
4 ottobre 2026
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Da Chiang Mai ho puntato verso nord in sella alla mia moto, tra curve che sembrano disegnate a mano e villaggi che vivono fuori dal tempo. In quindici giorni ho percorso quasi tremila chilometri. Montagne, fiumi, pioggia, fango e silenzi. Non un viaggio qualunque, ma un attraversamento. La moto come chiave, non come protagonista. Un mezzo per entrare dentro i luoghi e dentro le storie.

Non cercavo la velocità, ma la distanza giusta per osservare. La moto mi ha permesso di arrivare dove gli altri non arrivano, di fermarmi dove non c’è niente. Di respirare la polvere e gli odori. Di sentire il viaggio addosso, come una pelle che cambia a ogni chilometro.

Ho fatto questa avventura in sella alla mia Kawasaki KLR 650, una moto che mi ha colpito dal primo momento in cui l’ho vista e con cui ho condiviso tutto: pioggia improvvisa, caldo torrido, fango e vento. È stata la prima vera avventura insieme. Non un test, ma un patto.

La KLR è una moto costruita per resistere. È nata nel 1987 e ancora oggi viene scelta per la sua affidabilità instancabile. Un monocilindrico da 650 cc che definirei “semplice e sincero”. Una moto capace di attraversare deserti e giungle, di affrontare la melma e la ghiaia senza esitazione. Non chiede nulla e ti porta ovunque.

Per me la moto non è viaggiare veloci, ma è viaggiare dentro. Il paesaggio non lo attraversi, lo assorbi. Ogni curva è una piccola decisione, ogni salita un respiro, ogni sosta un incontro. La moto non ti separa dal mondo, ti espone. Ti costringe a rallentare, a sentire l’asfalto che cambia, l’odore dell’umidità che precede la pioggia, la terra che graffia i parafanghi. Ti insegna la pazienza, la misura delle distanze e quella del tempo.

Il Nord della Thailandia è una terra di curve e di confini. È la gioia dei motociclisti che vengono da tutto il mondo per percorrere le sue rotte leggendarie. La Route 1148, la 1256 che sale fino al punto panoramico di Phu Kha e la 105. Strade che serpeggiano tra le montagne come vene d’acciaio. Centinaia di tornanti disegnati con precisione, scenari che cambiano a ogni chilometro: giungla, vallate, villaggi, campi di tè, fiumi che appaiono e scompaiono nella nebbia.
La 1148 è considerata una delle più belle del Paese, amata per le sue curve perfette e i panorami infiniti. La 1256 attraversa il parco nazionale di Doi Phu Kha, risale la montagna fino al celebre viewpoint a quota 1’715 metri e poi scende tra foreste e terrazze di risaie, toccando piccoli villaggi delle tribù Hmong sospesi sulle colline.

La 105 corre invece lungo il confine con il Myanmar, tra montagne selvagge e cartelli che mettono in guardia sulla presenza delle “città truffa”, sorte come funghi negli ultimi anni in varie zone del Sud-Est asiatico.

Sono tutte rotte leggendarie, luoghi di pellegrinaggio per chi ama la strada più della destinazione. Per me, invece, sono state il mezzo per arrivare dentro le storie, viverle e raccontarle.

Sono partito da Chiang Mai, dove vivo ormai da anni. Ho scelto di salire verso Chiang Dao, anche se il percorso per arrivare a destinazione è più lungo. Chiunque cerchi la bellezza delle montagne del Nord sa che quella strada è una delle più intense. Curve perfette, asfalto levigato, foresta che si apre in squarci improvvisi. Risaie, piccole botteghe dove il caffè è ancora tostato al carbone. Ogni tornante regala la sensazione di allontanarsi dal mondo conosciuto e ogni incontro può essere interessante.

Poi sono andato verso Therd Thai, nella provincia di Chiang Rai. Un nome che pesa come una leggenda. Qui viveva Khun Sa, il “Re dell’oppio”. Le montagne attorno ora sono coperte da piantagioni di tè, ma un tempo nascondevano piste clandestine, laboratori e milizie. Oggi resta un silenzio denso, quasi sacro.
Da Therd Thai ho proseguito verso Chiang Saen, dove il fiume Ruak, proveniente dal Myanmar, si unisce al Mekong. È il cuore geografico del Triangolo d’Oro. Il punto in cui tre confini si guardano senza toccarsi: Thailandia, Laos e Myanmar. Da un lato un casinò costruito da capitali cinesi, dall’altro barche che trasportano sabbia e contrabbando. Sulla riva thailandese, turisti sorridono per la foto di rito accanto al grande cartello dorato. Io resto a osservare la corrente. In quell’acqua color ruggine si mescolano secoli di traffici e di leggende.

Più a est, la strada 1155 sale tra le montagne fino a Phu Chi Fa, la “foresta della nebbia”. All’alba il mondo sembra sospeso. Le montagne galleggiano su un mare bianco e il sole taglia il cielo come una lama. Ci sono motociclisti che arrivano solo per questo, per una foto sulla cresta, con le braccia aperte sopra le nuvole.

Poi sono andato verso Bo Kluea Tai, il villaggio del sale. Qui l’acqua sgorga dal sottosuolo già salata. Gli abitanti la raccolgono in pozzi di legno e la fanno bollire in enormi pentole annerite dal tempo. Attorno, le montagne sembrano quelle delle Alpi, con pascoli, bufali e aria limpida. È una Thailandia che pochi conoscono, un luogo dove il tempo si muove al passo delle mani che mescolano l’acqua con i bastoni di bambù.
Da lì ho raggiunto Nan, una città famosa per i suoi templi e per le gare delle barche sul fiume. Durante il festival, decine di equipaggi si sfidano al ritmo dei tamburi. È una festa e una preghiera insieme.

Dopo una notte ho continuato seguendo il confine con il Laos. Lungo la strada, nel piccolo villaggio dimenticato di Nam Pat, una piccola guesthouse, gestita da una donna gentile, è stata il rifugio per ricaricarsi. Poi ho preso la strada fino a Chiang Khan e dopo Nong Khai, dove il Mekong diventa orizzonte. Percorrere questo tratto attorno al grande fiume è magico.

All’alba, lungo la walking street di Chiang Khan affacciata sul maestoso fiume, i monaci camminano in silenzio per il Sai Bat, il rituale mattutino dell’offerta. Un rito di merito, in cui i fedeli offrono cibo ai monaci e ricevono in cambio le loro benedizioni.

Ho proseguito poi verso sud, per arrivare in un altro posto dimenticato: il piccolo villaggio di Nong Ruea, affacciato sul grande lago Ubolratana, la più vasta distesa d’acqua dell’Isaan, la regione che reputo più affascinante della Thailandia. Qua ho trascorso un paio di giornate con la comunità di pescatori, tra reti e barche, tra albe dorate e tramonti, dove la vita scorre lenta, seguendo il ritmo dell’acqua e delle stagioni.

Da questo posto incantato, ho deciso di andare verso ovest, fino a Mae Sot, città di confine, crocevia di uomini e di destini. Una città che conosco molto bene e che ho visitato la prima volta ormai più di quindici anni fa. Qui il Myanmar è a pochi passi, e l’eco della guerra attraversa la frontiera come un vento caldo, portando con sé storie di sofferenza e riscatto.

Da Mae Sot ho imboccato la Route 105, una delle strade più amate del Sud-Est asiatico. Curve infinite, foreste, cascate, fiumi e villaggi. Poi Mae Sariang e infine Chom Thong, prima del ritorno a Chiang Mai. A casa.

Quasi tremila chilometri, come dicevo all’inizio. Strade, incontri e storie. Ogni tratto ha lasciato un segno, come una pagina scritta sull’asfalto. Questo non vuole essere e non sarà un libro “sulla moto”. Ce ne sono già tanti, scritti come a misurare la libertà in cavalli e chilometri, che raccontano di partenze eroiche e ritorni con le gomme lisce. Sarà un racconto del Nord della Thailandia, della sua gente e delle sue frontiere, con qualche flashback nel passato.

Alla fine, oltre a un inserto fotografico con gli scatti fatti durante questo viaggio, troverete anche una breve lista degli itinerari da percorrere in moto nella parte settentrionale del Paese.

Questa avventura nasce per raccontare i luoghi, le persone, il silenzio e il rumore che li avvolge. Un diario di viaggio, ma anche un taccuino di confine. Un modo per spingersi più a fondo, dove la strada smette di essere solo percorso e diventa un cocktail alcolico di storie.

di Fabio Polese

www.fabiopolesereporter.comAl mercato mattutino di Therd Thai
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