La scrittrice Corinne Desarzens è considerata una delle grandi stiliste della Svizzera romanda. A più di 70 anni, l'autrice pluripremiata stila senza volerlo il suo autoritratto: una donna preoccupata dai limiti troppo rigidi, poco incline agli itinerari prestabiliti e fedele alle sue ossessioni.
"Vorrei soprattutto scappare, ma sarà difficile." Quando Desarzens riceve il premio Michel-Dentan 2023 al Circolo letterario di Losanna per "Un Noël avec Winston", apre il suo discorso con questa confessione. "Appena entro in una sala chiusa, cerco il cartello 'Uscita'".
Tre anni più tardi, si aggiudica il Grand Prix C. F. Ramuz e il Gran Premio svizzero di letteratura per l'insieme della sua opera, ovvero una trentina di pubblicazioni, senza dimenticare i libri e testi inediti. Ma parlare di lei stessa rimane una sfida. "È proprio quello che voglio evitare", dice, deviando il discorso dell'intervista con Keystone-ATS verso un racconto.
"Grazie alla giuria per aver avuto il coraggio di leggere fino alla fine", dice con malizia. Ringrazia anche la sua editrice "per aver corso il rischio di tutto ciò che va oltre, della mia goffaggine". Si definisce "goffa", rivendica un linguaggio "disarticolato", a volte troppo diretto. "Ho raggiunto un'età in cui finalmente ci si può esprimere spontaneamente".
Tuttavia, apprezza il fatto che "il primo gradino di una scala sia solido", dice citando Charles-Ferdinand Ramuz. Paragona la scrittura e la libertà di tono alla musica: "Prima del jazz o dell'improvvisazione, c'è spesso una formazione classica".
Il suo rapporto al mondo passa dalla digressione e dall'immagine. A Losanna, vede innanzitutto "gli occhi" - quelli dell'ospedale di oftalmologia, dove indaga durante due anni per "Le petit cheval tatar" (2025), affascinata dai racconti medici e dalle ricercatrici in carne e ossa.
Nel suo libro "Un Noël avec Winston", chiama Churchill per nome, Winston, senza dargli del tu. Ammira la sua capacità di recitare Keats o Shakespeare fino nelle trincee. "È così che avrei voluto imparare la storia." Non con le date, ma con "la corda attorno alla vita di un uomo che salva quaranta marinai", allusione a un naufragio del 1919 che attraversa il suo racconto.
Evoca ancora una fotografia del 1918 che mostra Churchill passando in rassegna le truppe, prendendosi il tempo di guardare ogni uomo. "Piacerebbe anche a me farlo, fermarmi davanti a ogni persona."
Perché Desarzens funziona "per impulso", dice. Come durante un recente viaggio in Scozia con i suoi figli trentenni. Loro pianificano, consultano i loro telefonini, prenotano in anticipo. Lei non usa un cellulare per scelta, preferisce camminare trenta chilometri al giorno e chiede indicazioni a sconosciuti.
Ma sottolinea: "I miei figli sono i miei maestri di pensiero. Spesso hanno ragione. Io sono in ritardo, ma non per ragioni tecniche. Hanno una lucidità di ragionamento che io ho impiegato molto tempo ad acquisire."
I suoi figli le rimproverano la sua imprevedibilità. "Piangi e cinque minuti dopo sorridi a uno sconosciuto." Rivendica il caso, la fortuna, il rischio. "Ci insegnano la sicurezza, la sicurezza, sempre. Certamente, è meglio che la casa non bruci. Ma vivere significa correre dei rischi." La sua filosofia? "Che la capra mangi il lupo." Invertire il rapporto di forza che riteniamo naturale.
Tra erudizione ribelle e autoironia, Desarzens coltiva la diversità. "Non è sapere, è pura curiosità", dice. Una curiosità che la porta lontano dai sentieri battuti, verso i cetriolini trasformati in sottomarini, i tartan scozzesi o i salmi sussurrati nella tempesta.
"A volte mi dicono che ho senso dell'umorismo", confida, "e questo mi sorprende, perché di solito vengo considerata una persona iperintellettuale e incomprensibile. Se è così, pazienza, nessuno è obbligato a leggermi". Deplora "gli ego troppo grandi in questo ambiente" e sottolinea che "l'autoironia è importante".
"Scrivo raramente contro qualcosa. Nella mia famiglia, eravamo ribelli. E ne abbiamo pagato il prezzo."
Grande cinefila, paragona questa postura a quella che scopriamo in "Paterson" di Jim Jarmusch o in "Perfect Days" di Wim Wenders: vi seguiamo rispettivamente un conducente di bus e un uomo delle pulizie nel loro quotidiano. "È un tran tran in apparenza ordinario, ma c'è come una forma di resistenza silenziosa". E la capacità di vedere la bellezza, ovunque si trovi.
Lettrice accanita - "legge facilmente una decina di libri alla settimana" -, dice di non provare alcuna rivalità con gli altri scrittori. "Quando un giovane autore pubblica qualcosa, voglio soltanto sapere cosa ha in mente." La sua curiosità si estende alla pittura, ai quaderni di viaggi e alle lingue.
Un rimpianto forse per questa donna appassionata di parole e delle culture - ha studiato inglese, russo, arabo, giapponese, romancio -, non essere ancora sufficientemente tradotta. Il Gran Premio svizzero di letteratura le offrirà magari quest'occasione.