Culture

"Qui vit encore": Gaza raccontata da nove sopravvissuti

3 febbraio 2026
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In "Qui vit encore" del regista ginevrino Nicolas Wadimoff, nove sopravvissuti di Gaza raccontano la loro storia. L'ambientazione astratta e l'assenza di odio conferiscono al documentario una sorta di universalità. "Qui vit encore" si è da poco aggiudicato il Prix de Soleure alle Giornate di Soletta e uscirà a marzo nelle sale della Svizzera italiana.

Nove persone raccontano la loro sopravvivenza, ma non si stratta di storie felici. Raccontano perché, a differenza di molti altri, possono ancora farlo. Perché non sono più a Gaza, ma hanno trovato rifugio temporaneo altrove. Tuttavia, nemmeno ciò è scontato.

L'anima è rimasta a Gaza

È passato un anno, dice una persona, e mentre il corpo si trova in un posto,"l'anima è altrove, a Gaza." Hanno perso familiari o hanno dovuto lasciarli indietro. È difficile dire se potranno mai tornare e ricostruire le loro case. "Dentro di me sono già morta", dice la giornalista Haneen Harara, "solo il mio involucro esterno trasmette ancora l'illusione della mia esistenza".

"Qui vit encore", chi vive ancora: il titolo non è una domanda, ma un inizio di una frase, la cui fine rimane aperta. A settembre 2025 il film è stato presentato alla Mostra di Venezia. La scorsa settimana è stato nominato per un Premio del cinema svizzero come miglior documentario e ha vinto il Prix de Soleure, dotato di 60'000 franchi, la più alta ricompensa del cinema svizzero.

All'anteprima a Bienne (BE), interrogato sulla genesi del film, Wadimoff racconta che nell'ottobre 2023, quando Hamas ha sferrato l'attacco terroristico contro Israele e quest'ultimo ha iniziato a distruggere Gaza, stava ancora lavorando ad altri progetti che non avevano nulla a che fare con quella regione. Ben presto si è reso conto che non riusciva più a concentrarsi su altro che non fosse ciò che stava accadendo alla popolazione di Gaza, anche perché non poteva smettere di pensare ai conoscenti che aveva incontrato durante le riprese di film precedenti come "Aisheen (Still Alive In Gaza)" (2010) e "L'Apollon de Gaza" (2018).

Il suo progetto iniziale di recarsi direttamente a Gaza si è rivelato troppo difficile da realizzare. Tuttavia, al Cairo ha incontrato il suo ex protagonista, l'antiquario e imprenditore Jawdat Khoudary. Attraverso di lui è entrato in contatto con altri profughi di Gaza che vivevano in Egitto con visti temporanei e senza permesso di lavoro. Wadimoff ha così deciso di realizzare il film con loro.

Nessun visto per la Svizzera

Originariamente il documentario doveva essere girato in Svizzera, in un ambiente isolato sul Lemano, dove i nove protagonisti avrebbero raccontato le loro esperienze davanti alla telecamera, lontani dallo stress e dalle distrazioni. Tutto era già pronto, bisognava soltanto ritirare i visti all'ambasciata svizzera al Cairo. Il giorno dell'appuntamento, però, con grande sorpresa e indignazione di Wadimoff, gli è stato comunicato che i visti non potevano essere rilasciati. È così che "Qui vit encore" è stato girato spontaneamente in Sudafrica, uno dei pochissimi Paesi al mondo che ha concesso l'accesso senza visto ai profughi di Gaza.

Il luogo in cui una persona racconta la propria storia ha un'importanza secondaria. Un fatto messo in evidenza nel film, poiché i racconti sono ambientati in una stanza buia, senza sfondo né rumori di sottofondo. Ci sono solo i contorni di Gaza, disegnati con il gesso bianco sul pavimento, mentre la persona che racconta la storia è seduta a un tavolo.

Quando i profughi gli hanno raccontato per la prima volta le loro esperienze al Cairo, si è reso conto di quanto questo tipo di narrazione fosse più incisivo ed efficace rispetto alla stessa storia raccontata attraverso riprese documentarie o fotografie. Da un lato, infatti, viene stimolata la propria immaginazione, che produce più dettagli e anche più empatia rispetto a qualsiasi mezzo di rappresentazione. D'altra parte, in questo modo è possibile aggirare eventuali meccanismi di distacco o difesa che molti hanno ormai sviluppato nel contesto della cronaca quotidiana degli orrori di Gaza.

Un barlume di speranza nell'orrore

Questo orrore è raccontato in modo dettagliato e senza edulcorazioni in "Qui vit encore": la sensazione di dover assistere impotenti al crollo della propria casa sotto le bombe e al seppellimento dei propri familiari. O il fatto di aver dovuto lasciarli a Gaza perché feriti o irreperibili. Di quanto sia stata improbabile, casuale, la propria sopravvivenza.

Sarebbe insopportabile ascoltare tutto questo se non fosse per la forza che traspare dai racconti, che nonostante tutto è ancora percepibile negli occhi disillusi, e per la solidarietà che si sviluppa tra i sopravvissuti, che si incoraggiano a vicenda a condividere le loro storie. Tutto questo, così come la totale assenza di accuse e odio, lascia intravedere in "Qui vit encore" un barlume di speranza, completamente inatteso.*