Culture

La New York underground vista da Edo Bertoglio

23 gennaio 2026
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Il fotografo e regista ticinese Edo Bertoglio ha documentato la New York underground fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 in due film, "Downtown 81" e "Face Addict", parte della sezione "Histoire" delle Giornate di Soletta. Al centro delle pellicole, l'arte, la musica, la voglia di libertà sotto l'ombra della droga e delle dipendenze. Keystone-ATS lo ha intervistato.

Edo Bertoglio è uno dei pochi, assieme a Maripol, produttrice e sua compagna ai tempi, ad essere uscito vivo dalla New York di quegli anni e dalla dipendenza dall'eroina.

Lo racconta lui stesso nel documentario "Face Addict" (2005), presentato oggi pomeriggio a Soletta nella sua versione digitale restaurata, nel quale ripercorre i tempi passati nella Grande Mela. Vent'anni fa ha avuto l'"esigenza di tornare a New York e di vedere cos'era rimasto di questo gruppo di persone con cui abbiamo collaborato", spiega in un'intervista a Keystone-ATS alle Giornate di Soletta, in compagnia di Maripol.

Dipendente dai visi

Bertoglio, dal 1976 al 1990, ha vissuto il periodo della cosiddetta "no wave", movimento artistico nato fra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta a New York. La voce-off che sentiamo in "Face Addict" è proprio quella del regista che, in inglese, racconta le sue avventure newyorkesi.

Il "face addict", dipendente dai visi, si riferisce a lui poiché attirato dai volti delle persone. Oggi non si definirebbe più come tale, "lo sono stato fino al 2010 quando ho lavorato su una serie (di fotografie, ndr.) intitolata 'Ladies'", spiega.

Giunto nella Grande Mela alla fine degli anni '70 da Parigi, dove ha ottenuto il diploma di regia e montaggio, il ticinese è affascinato dalla moltitudine dalle facce che vede per le strade e con la sua macchina fotografica inizia a documentare quel periodo di cambiamento sui volti dei giovani che gli stanno attorno. "Ogni cinque minuti mi innamoravo", racconta nel documentario.

Effervescenza

"Lugano a quei tempi mi stava stretta. E dopo aver studiato a Parigi per tre anni, con Maripol ci siamo lanciati nell'avventura a New York", afferma il regista. I due a poco a poco si fanno strada. "Io lavoravo un po' per le case discografiche, facevo copertine di dischi", spiega. Bertoglio fotografava band musicali per la rivista "Interview" dove accompagnava i testi dell'amico giornalista Glenn O'Brien. "Maripol lavorava per Fiorucci, ha anche disegnato gioielli", aggiunge.

"All'epoca c'era questa grande creatività perché eravamo un gruppo di artisti che si riuniva e ci si aiutava l'un l'altro con quest'idea, che non era un successo economico ma quasi più di stima e di rispetto", spiega Bertoglio. Il film raccoglie, fra le molte altre, anche la testimonianza di Debbie Harry, cantante dei Blondie, che ha vissuto quei tempi.

L'ombra della droga

Bertoglio non nega anche la parte più oscura di quei tempo, ovvero la dipendenza dalle droghe, in particolare dall'eroina. Per uscirne, nel 1990 la sua compagna di allora Maripol lo ha messo su un aereo in direzione della Svizzera, come racconta nel film.

Non era di certo l'unico a farne uso, poiché all'epoca le droghe erano ovunque e parte integrante dell'esperienza. "In un primo momento sembrava adibita alla creatività e poi in realtà ti rovini la vita", afferma. Nel documentario si chiede se senza le droghe riuscirà di nuovo a fotografare. Tornare a New York gli ha permesso di riallacciarsi alla passione per la fotografia e per i volti.

Riscoprendo "Face Addict" vent'anni dopo a Soletta, Bertoglio è un po' critico su alcuni punti del film e se dovesse girarlo oggi lo farebbe diversamente, precisa. Ma una scena del film gli sta particolarmente a cuore. Quella in cui Maripol guarda la scatola di vecchie fotografie dei loro amici, quasi tutti scomparsi, e dice "Ma questo sembra un cimitero". "È bellissima perché dà l'idea della situazione", spiega.

Uno degli ultimi rimasti

Nel corso del documentario seguiamo in particolare il violinista e artista Walter Steding, descritto da Bertoglio come "l'unico che vive ancora come allora". Steding davanti alla telecamera racconta che dipingeva e suonava allo studio The Factory di Andy Warhol, punto di ritrovo per artisti.

Alla fine di "Face Addict" si scoprirà infine che Steding vive sì un po' come allora, ma finalmente senza drogarsi. Un test dell'urina dà infatti esito negativo a diverse sostanze stupefacenti.

Steding è morto lo scorso settembre all'età di 75 anni. Bertoglio si è detto molto rattristato dalla sua scomparsa: "era questo personaggio straordinario si pensava dovesse vivere per tutto il resto dell'eternità perché era una persona così angelica, così pura".

Incontro con Jean-Michel Basquiat

In "Downtown 81" (1980/2000), seguiamo un allora sconosciuto Jean-Michel Basquiat intento a cercare di vendere un suo quadro per le vie di New York. Passa da un locale all'altro, lascia segni del suo passaggio facendo graffiti e si imbatte in ladri che sottraggono gli strumenti alla sua band. "Noi non avevamo la percezione che questo ragazzino di 19 anni diventasse la grande star del mercato dell'arte", dice Bertoglio, che faceva parte del loro giro di amicizie.

Questo docufiction è una rara fotografia della New York dell'epoca, degli stili, della moda e della musica. Quest'ultima è il fil rouge, spiega Bertoglio, si vedono infatti diverse band underground, dal punk alla new wave, fra cui DNA e Tuxedo Moon suonare dal vivo nella pellicola. Ogni sera andavamo in un club diverso, racconta.

La pellicola, "girata fra dicembre del 1980 e gennaio del 1981 è stata in un cassetto per vent'anni, finché Maripol ha ritrovato i negativi ed è stata rimessa assieme ed è stato scelto quella realizzata nell'anno 2000 e da lì ha una sua vita", precisa.

Basquiat è morto non molti anni dopo essere apparso nel film, nel 1988, stroncato da un'overdose. Un grande talento cancellato dalla droga, come molti altri.