Culture

È morto il fotografo ticinese Milo Keller

Direttore del dipartimento di fotografia all’Ecal di Losanna, oltre all’attività didattica Keller aveva lavorato nei campi del design e della moda

(ECAL)
29 dicembre 2025
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È morto il fotografo ticinese Milo Keller, direttore del dipartimento di fotografia dell’Ecal (École cantonale d’art de Lausanne) dove si era diplomato nel 2005. Nato a Lugano nel 1979, Keller aveva vinto uno Swiss Design Award nel 2006 con il progetto ‘Alptransit’. La sua carriera artistica è stata segnata da numerose pubblicazioni e collaborazioni nei campi dell’architettura, del design e della moda, in particolare per le riviste ‘Wallpaper’, ‘Numéro’, ‘Vogue’ e ‘L’Officiel’, oltre che con aziende e gruppi come Balenciaga, Vitra e Moncler.

Gli anni della formazione e il Premio svizzero di design

Milo Keller proveniva da una famiglia di architetti e, come ha ricordato in alcune interviste, ricevette la sua prima macchina fotografica reflex a 6 anni. Il suo sogno da ragazzo era tuttavia quello di diventare marinaio e circumnavigare il globo: fu il servizio militare a fargli cambiare idea. Dopo pochi mesi in cui cercavano di “trasformarlo in un robot” e di “dimenticare il cervello a casa e diventare una macchina”, passò al servizio civile e decise di concentrare le sue energie verso il lavoro creativo e la fotografia. I suoi primi lavori, seguendo in parte la tradizione familiare, riguardarono la fotografia d’architettura.

A vent’anni Milo Keller iniziò a studiare all’Ecal, nel pieno di una trasformazione radicale. Il direttore della scuola Pierre Keller aveva infatti deciso di rivedere l’approccio didattico, licenziando quasi tutto il personale docente e chiamando artisti e fotografi internazionali a insegnare. Fu in questo contesto che il giovane ticinese studiò con maestri come Stephen Shore e Larry Sultan, assorbendo una visione della fotografia che rifiutava i confini tra pratica artistica e insegnamento.

Il primo riconoscimento importante fu, nel 2006, uno dei Swiss Design Awards assegnati dall’Ufficio federale della cultura. Keller ottenne il premio per il suo progetto ‘Alptransit’, una serie fotografica dedicata alla costruzione del tunnel ferroviario sotto le Alpi. Secondo la giuria, con quel lavoro Keller aveva trasformato un cantiere in una meditazione visiva: il contrasto tra colori caldi e freddi che richiamava delle installazioni artistiche e le immagini, dal portale verso le viscere della montagna, componeva una sorta di drammaturgia sul rapporto tra essere umano e natur e lo scontro tra la macchina e la roccia.

Il miglior programma è non avere un programma

Conclusi gli studi di specializzazione, nel 2007 Milo Keller iniziò a insegnare all’Ecal e nel 2012 divenne direttore del dipartimento di fotografia, creando pochi anni dopo il primo master in fotografia della scuola. Un doppio incarico, bachelor e master, che richiedeva molte energie. “Sono iperattivo e amo quello che faccio”, aveva affermato in un’intervista.

Convinto che “il miglior programma è non avere un programma”, ogni semestre rivedeva la struttura dei corsi invitando artisti, designer, musicisti. Un sistema che permetteva di “essere davvero agili, adattarsi, non restare fissi in un programma strutturato per secoli”.

La filosofia pedagogica di Milo Keller si fondava sul dialogo. “L’insegnamento è un processo vivo e noi impariamo sempre molto dai nostri studenti”, aveva spiegato. Attraverso progetti di ricerca come ‘Automated Photography’, ‘Augmented Photography’ e, più recentemente, ‘Soft Photography’ (previsto per il 2026) Milo Keller ha messo al centro i mutamenti della fotografia contemporanea, esplorando le relazioni tra tecnologie, usi, materialità e sensibilità nella produzione e circolazione delle immagini.

Secondo Milo Keller viviamo infatti in quella che possiamo definire “era della post-fotografia”: un’epoca in cui “l’immagine è ovunque, ma il suo linguaggio resta pochissimo esaminato dal grande pubblico”, dove la produzione visiva diventa sempre più automatizzata e fluida.

Al contempo Keller insisteva sull’importanza di saper lavorare anche con la pellicola: la fotografia analogica, sosteneva, “permette agli studenti di fissare lo sguardo”, mentre quella digitale “mette in discussione paradigmi che sembravano immutabili”.