Libri

Sulle fotografie di Sergio Luban

‘Di penne, piume e schizzi nel vento’ (Salvioni), la sua terza pubblicazione incentrata sul rapporto uomo-natura

Per Salvioni Editore
14 aprile 2025
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In un mondo sovraccarico di istantanee chiassose che comprimono da ogni parte, le fotografie di Sergio Luban parlano la voce del silenzio, della rarefazione, del tempo paziente dell’attesa. È appena uscita, fresca di stampa, dalle Edizioni Salvioni di Bellinzona e visibile nelle librerie, la sua terza pubblicazione incentrata sul rapporto uomo-natura. Dopo ‘Riflessioni di un fiume’ del 2017, che seguiva lo scorrere lento del Ticino, dopo ‘Val Calanca’, del 2022, regione in cui da anni egli vive e opera, ecco oggi ‘Di penne, piume e schizzi nel vento’, felicissimo titolo per una raccolta di fotografie interamente dedicata agli uccelli. Come dire acqua, terra e, adesso, cielo: con lo sguardo dell’osservatore che li insegue mentre “per lo libero ciel fan mille giri” (Leopardi).

Specializzato in medicina interna, ma da sempre appassionato fotografo che ha pubblicato pure su riviste internazionali quali National Geographic, nel corso degli anni Sergio Luban ha sempre più ricercato l’essenzialità dell’immagine che qui raggiunge esiti davvero sorprendenti nella sovraesposizione di alcuni scatti nei quali, eliminato ogni residuo descrittivo o contestuale, altro non resta se non la pura immagine di quegli uccelli volteggianti in un cielo senza più confini e che si estende fin oltre i bordi della pagina. In realtà, a dispetto delle apparenze, il percorso che conduce alla espressività in questo tipo di immagini è lungo, richiede disciplina e costanza, matura con il tempo ed è sempre anche sintesi di esperienze acquisite, non solo comportamentali ma anche tecniche, che si bruciano poi nella brevità di uno scatto cresciuto però sui tempi dell’attesa e su una consumata padronanza del mezzo.

Ma c’è anche di più perché quando egli preme il pulsante per lo scatto, non pensa a prender bene l’uccello che vola o si posa, pensa invece alla fotografia che sta componendo, alla sensazione che vorrebbe trasmettere, facendo magari di un uccello in volo un puntino perso nell’incommensurabilità di uno spazio infinito. Si tratta di quegli elementi formali che fanno di uno scatto qualcosa di più di una bella documentazione fotografica: la differenza è tutta lì. E cioè nei dettagli, come diceva Michelangelo: la luce giusta e i suoi toni, le suggestioni dello sfocato, la distribuzione degli elementi nello spazio, la correlazione tra i pieni e i vuoti, tra le parti chiare e quelle scure, tra presenza e assenza, tra movimento e stasi, tra il detto e il non detto, come le pause di silenzio. “Le pause – leggo in suo scritto – sia in ambito musicale che fotografico, rivestono un ruolo fondamentale: definiscono il ritmo, la dinamica, la composizione. Esse rappresentano quel silenzio visivo e uditivo che conferisce profondità ed enfasi all’opera”.

È in quest’ottica che vanno lette, ma soprattutto sentite le fotografie di Sergio Luban. Solo allora si avvertirà tutta la bellezza, ma anche la delicatezza di questo fragilissimo rapporto, che egli riesce a farci percepire, tra la natura e quella sorprendente varietà di uccelli che abitano in paesaggi apparentemente senza uomo. Ma che in realtà c’è e che noi sentiamo attraverso le sue fotografie e la sua sensibilità, con le quali ci invita a scoprire e a salvaguardare quest’altro mondo in cui pure viviamo.