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Luca Medici, direttore della Scuola di Musica del Conservatorio della Svizzera italiana (Ti-Press)
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09.10.2021 - 11:18

La stagione pre-Covid della Scuola di musica del Conservatorio

Torna in presenza con i suoi oltre mille allievi, con tante incognite ma con il concerto quale punto fermo per crescere. A colloquio con il direttore, Luca Medici.

È tornata ad accogliere i suoi mille allievi e più in presenza. La Scuola di musica del Conservatorio della Svizzera italiana si prepara ad entrare nel 2022 impostando quella che Luca Medici, il suo direttore, ha voluto «stagione pre-Covid e non post-Covid».

Luca Medici, partiamo dai brutti ricordi?

Dal primo momento di lockdown, tutto è comunque funzionato bene. In un paio di giorni siamo riusciti a switchare dalla modalità che coltiviamo da trent’anni, in presenza, a quella in remoto, riuscendo a tamponare le incognite o il rischio di dover chiudere.

Cosa è mancato in tutto il tempo trascorso?

Il contatto fisico sicuramente, e poi la questione tecnica: la gran parte di allievi e docenti non sono dotati a casa di microfoni o altoparlanti professionali, la rete non è performante allo stesso modo in ogni casa. Lavorare in quel modo ha chiaramente portato da parte nostra a concentrarci su altre dinamiche, come lo studio casalingo, l’autoregolazione, a curare la costruzione delle capacità di suonare un brano, con l’attenzione al suono e alla dinamica. Tutti gli aspetti dell’esecuzione sono così scalati in secondo, terzo piano, se non per quei pochi che potevano disporre di ottimo materiale digitale e riuscivano quindi e fare un lavoro migliore. Va detto par altro che proprio in questa modalità online molti docenti tengono lezioni private attorno al pianeta. Leggevo giorni fa una notizia della Bbc in cui si diceva che nel Regno Unito, col primo lockdown, un milione di persone è tornato a suonare strumenti che avevano abbandonato. E col territorio che si ritrovano, la modalità a distanza è a volte l’unico canale di cui di può disporre per usufruire di lezioni, perché la scuola di musica più vicina può essere distante chilometri.

Com’è stato il rientro?

Potrei definirlo solo parzialmente un rientro. Siamo purtroppo obbligati a far sì che i genitori non frequentino le sedi, per questioni di sicurezza, quindi non si può ancora percepire l’atmosfera precedente, quella di un luogo d’incontro fatto anche di famiglie, genitori e di nonni. È una situazione ancora parziale, ma programmeremo tutto come un’attività normale, usuale, come una stagione pre-Covid e non post- Covid. Teniamo molto ai concerti in presenza, alle porte aperte in primavera, perché sono due anni che tutto ciò non ha più luogo. I concerti, in particolare, sono un aspetto fondamentale della nostra formazione: se un nostro allievo dovesse convincersi che suonare uno strumento significhi frequentare una lezione di mezz’ora e fare dello studio a casa, senza mai presentare il proprio lavoro, chiaramente ci troveremmo di fronte a un risultato parziale.

Quali segni hanno lasciato questi mesi negli allievi?

A livello di entusiasmo generale non mi sento di dire che ne abbia lasciati. Certo, pensare di suonare in un’orchestra e non poter mai esibirsi per un pubblico... È venuto a mancare un aspetto importante della conferma di sé, la gratificazione di un applauso. Un concerto finito e senza applauso è imbarazzante, è un’esperienza strana, tanto per i musicisti classici che per quelli di musica leggera. Quei momenti finali, per un artista, quei minuti di applauso, sono la ricompensa per ore e ore di studio e di prove. In mancanza di quello, la ricompensa è meramente simbolica, sin troppo astratta.

Quali sono invece le sensazioni per la stagione che avete davanti?

Leggevo qualche giorno fa che secondo il Ceo di Moderna tra un anno sarà tutto finito. Non posso che essere contento, se andasse così. Quello che resta ancora nelle nostre teste è la sensazione strana di programmare un evento e chiedersi se si riuscirà mai a portarlo fino in fondo, o si dovranno cambiare le dinamiche, l’organizzazione, perché cambieranno le regole. Credo che questo stato d’animo sia restato nelle teste di tutti noi. Quello che, in compenso, in molti avranno imparato è l’elasticità, quella di saper svoltare da un piano predisposto a uno che, magari, è soltanto nella nostra mente ma che diventerà probabilmente l’unico in grado di essere attuato.

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