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Castellinaria
20.11.2018 - 12:440

Aspettando la mamma, storia del piccolo Ahmad (2)

A Castellinaria il film di Stefano Ferrari sul piccolo Ahmad e la sua famiglia: dopo quattro anni e l'operazione per imparare a camminare, incontrerà infine sua mamma?

«Vorrei dedicare questo film a tutti quei bimbi in fuga che non hanno avuto la fortuna di incontrare delle anime pronte come le Mamme per Ahmad». Non smette di guardarsi attorno Stefano Ferrari, con l’occhio attento e generoso di chi scorge nella propria quotidianità un perimetro ampio, aperto, in cui fermare i volti e le storie delle persone che lo attraversano, senza paura né ingenuità; perché la realtà non si riduce mai a una bella storia e al film che la racconta.

Qualcuno di certo si ricorderà del piccolo Ahmad, di cui abbiamo scritto lo scorso 17 gennaio, quando un gruppo di cittadini di Giubiasco raccoglieva le firme per una petizione da inviare alla Cancelleria tedesca a Berlino: lo scopo, ottenere un visto umanitario per sua mamma, affinché potesse essergli vicina nella delicata operazione che lo aspettava a Monaco di Baviera. Ora la vicenda sua e della sua famiglia è diventata un film, ‘Ma quando arriva la mamma?’, diretto da Stefano Ferrari, che sarà presentato domani sera e sabato mattina a Castellinaria (e il 23 dicembre a ‘Storie’ alla Rsi).

Ferrari, che di Ahmad è stato curatore educativo quando con suo padre Kameran e suo fratello Falamaz viveva in Ticino, ha deciso di realizzare un documentario nel momento in cui il bimbo siriano è stato espulso verso la Germania e un gruppo di donne ticinesi, mamme e docenti – le “Mamme per Ahmad” –ha deciso di attivarsi per continuare a sostenere la famiglia Osman nel suo nuovo capitolo di vita e di speranza che la aspettava in Germania.
«Quando le ho viste pronte a partire per la loro missione, mi son detto che sì, era una storia da raccontare», ci aveva confidato Ferrari.

Senza frontiere

Quella petizione aveva raccolto più di 4’000 firme, ma non ha sortito l’effetto sperato. Ad oltre tre anni dalla sua partenza dall’Iraq, sulle spalle di suo padre, Ahmad ha affrontato senza sua mamma pure l’operazione per la “spina bifida”, le successive settimane di immobilità e l’inizio della lunga riabilitazione che dovrebbe portarlo finalmente ad usare le sue gambe. E ogni sera ha continuato a chiedere: “Ma quando arriva la mamma?”. Eppure quella mobilitazione popolare ha rivelato quale energia possa prodursi in un incontro autentico, senza pregiudizi né mediazioni. Così una nuova “mamma”, dice il regista, originaria di Monte Carasso ma trasferitasi a Monaco, si è attivata: «Ha martellato le autorità tedesche con il supporto di un’amica psicologa, affinché venissero considerati i diritti del bambino».

Con la sua consueta sensibilità Ferrari racconta tutto questo, il suo occhio è evidentemente partecipe ma discreto e soprattutto lucido nel cogliere alcuni snodi cruciali nella vicenda di Ahmad. La nuova vita nel centro per migranti a Oberteuringen, l’attesa e la paura dell’operazione, il dolore di chi muove i primi passi, il desiderio feroce di andare a scuola, la speranza di giorno in giorno rinnovata di riabbracciare la mamma, una chimera che si materializza per via virtuale solo sullo schermo di un telefono; la stanchezza che può sopraffare anche un bimbo, se logorato da giorni, mesi, anni di attesa continua («Tutto questo lo faccio per mia mamma», dice Ahmad). E al contempo tutto ciò che si muove al di qua della frontiera, i viaggi verso la Germania, l’impegno di adulti e ragazzi, la delusione e la speranza, l’incanto dell’incontro felice fra due bambini...

Infine, dopo quattro anni, Ahmad ritroverà un giorno la sua mamma? Noi non possiamo dirlo, lo farà il film. Di certo, ci ricorda Ferrari, un’associazione si è costituita, “Mamme senza frontiere”, per «tamponare ancora emergenze che non dovrebbero essere tali: purtroppo questo è il paradosso del volontariato». E della realtà di un pianeta in cui ancora troppi bambini, come Ahmad, continuano a pregare la Luna di poter ritrovare un giorno una mamma o un papà.

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