Dal 20 settembre oltre 35 opere, curate da Vincenzo de Bellis, leggono l'artista greco al di là dell'Arte Povera

Jannis Kounellis accoglie il pubblico prima ancora di scendere le scale, con tre grandi figure – delle strutture coperte da teli scuri – che dominano l’atrio, aperto sul lungolago, dello Spazio -1, sede della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati nei pressi del Lac. Tre opere imponenti che subito aprono lo spazio di conflitto con il titolo, apparentemente paradossale, di questa mostra temporanea dedicata all’artista greco: “Io sono un pittore”. L’esposizione, curata da Vincenzo de Bellis, sarà visitabile dal 20 settembre fino al 17 gennaio.
Realizzata in collaborazione con l’Archivio Kounellis di Roma, la mostra riunisce oltre 35 opere dell’artista greco naturalizzato italiano, dalla fine degli anni Cinquanta fino al 2016. Kounellis è quasi sempre ricordato come protagonista dell’Arte Povera e maestro dell’installazione; qui si ripercorre la sua opera seguendo un’altra via, quella appunto della pittura, cercandone le tracce tra i suoi lavori anche quando i materiali usati sono ferro, carbone, fuoco o sacchi di juta invece che con colore e tela.
Il filo conduttore è una frase che Kounellis ha ripetuto per tutta la carriera: «Io sono un pittore». Una provocazione solo apparente, ha spiegato de Bellis in conferenza stampa: nella tradizione greca il termine per “pittore” non indica chi stende colore su tela, ma «colui che descrive la vita, colui che costruisce le immagini». Sulla base di questa etimologia il curatore rilegge l’intera opera dell’artista, anche quando ha smesso di dipingere nel senso tradizionale del termine.
Kounellis ha infatti dipinto sulla tela in senso convenzionale solo per pochi anni della sua carriera, per poi continuare per tutta la vita a “dipingere” con altri materiali. E in mostra troviamo, oltre ai già citati ferro, carbone, bruciature e sacchi di juta, anche odori e profumi. Si tratta di una lettura inedita, come ha sottolineato il curatore: nessuna mostra aveva finora assunto la pittura come chiave interpretativa principale del lavoro di Kounellis.
Il percorso, non cronologico, è diviso in quattro sezioni: “La pittura come linguaggio”, “La pittura come materia e peso”, “La pittura come memoria e silenzio”, “La pittura come scena e icona”. Kounellis, ha ricordato de Bellis, è tornato per tutta la carriera sugli stessi temi e materiali, per cui la mostra rinuncia a un ordine temporale e mescola opere di epoche diverse all’interno di ogni sezione.
Tra i lavori esposti, alcuni raramente visti o del tutto inediti: la ‘Rosa nera su carta con fondo spray argentato’ (1966), mostrata qui per la prima volta, e ‘Senza titolo (Omaggio a Van Gogh)’ del 1991, una sequenza di lastre di ferro che riprende le dimensioni delle tele di Van Gogh e ne richiama anche i colori, grazie a una luce che filtra dalle aperture. A concludere il percorso, un’installazione del 1988 con centinaia di bicchieri di grappa, sormontati da silhouette in piombo che richiamano le forme di Hans Arp – “un organismo vivo, che cambia nel tempo e invecchia”, l’ha definita de Bellis.
Ricorrente, in tutta la mostra, il dialogo con la storia dell’arte: da Malevič, il cui Quadrato nero incontra le insegne di negozi impresse su tavole del 1958, a Van Gogh, Mondrian ed Ensor.
Come ha ricordato Danna Olgiati in conferenza stampa, visitando questa esposizione si percepiscono due “presenze-assenze”: quella dell’artista, morto nel 2017, e quella di Giancarlo Olgiati, improvvisamente scomparso a fine agosto. Olgiati aveva però avuto il tempo di seguire l’allestimento e di vederlo ultimato, riconoscendosi nel risultato. Anche de Bellis ha ricordato Giancarlo Olgiati, figura capace di guardare sempre avanti: «Hanno sempre creduto in quello che viene dopo. Non guardano mai soltanto indietro, ma guardano dietro per guardare avanti».RED