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L’ultimo viaggio di Sergio Piccaluga

Il pittore ricordato insieme al figlio Alessandro: ‘Mio padre mi ha insegnato che l’arte non si divide in bella o brutta, ma in emozioni più o meno forti’

1934-2023
11 dicembre 2023
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Da oltre quarant’anni dipingo
Da oltre quarant’anni viaggio
Ritorno nei miei luoghi per rivedere
Ritorno in atelier per raccontare
Il viaggio è godimento
Dipingere è donare

(Lugano, 28 aprile 2004)

Se n’è andato lo scorso 20 novembre dopo giorni un po’ difficili. «È morto a Besnate e penso che sia stato un suo cruccio. Si sentiva molto legato al Ticino, credo che se avesse potuto scegliere…». Pittore, artista, nato a Varese nel 1934 e pressoché ticinese sin dagli anni 50, se Sergio Piccaluga avesse potuto scegliere, forse avrebbe scelto di riposare in pace in questo cantone. D’altra parte, era chiaro dove avesse piazzato il suo cuore uno che quando c’era Italia-Svizzera tifava Svizzera e se scendevano Tomba e Zurbriggen tifava Zurbriggen. Cruccio e fede sportiva sono particolari che vengono da Alessandro Piccaluga, il figlio di Sergio, venuto ad aggiungere piccoli capitoli di storia umana e artistica alla versione ufficiale del padre, quella che dice dell’artista formatosi a Brera e a Roma, e che prima di fare di Lugano il proprio centro artistico aveva girato mezzo mondo, cofondato il Movimento 22 e aderito a quella ‘Società pittori scultori e architetti svizzeri’ che un giorno sarebbe diventata Visarte.

Scoperta

«All’inizio degli anni 50 – racconta Alessandro – papà era già stato alle Seychelles, ma ci era arrivato a bordo di una nave mercantile, perché ha sempre amato il viaggio nel suo essere scoperta, piuttosto che vacanza. Ero piccolo quando ci portava in Tunisia e non lo trovavi mai a bordo piscina ma sulla spiaggia a fare chilometri per raggiungere il paesino vicino, o per parlare con la gente del posto». A conferma di ciò: “Ho sempre amato la libertà di partire, seguendo l’istinto, e tutt’oggi se avessi più energia partirei subito. Sento più forte che mai il desiderio di vivere pienamente questi anni della mia vita, piuttosto che rinchiudermi in atelier e dipingere: respirare, sentire, vedere, gustare piuttosto che raccontare ciò che già so su di una tela”. Così, quasi due anni fa, Sergio Piccaluga affidava alle pagine di Ticino7 il sentire del momento. L’occasione era la collettiva ‘Maestri Campionesi’ nella Galleria Civica di Campione d’Italia. Il figlio, al riguardo: «Papà girò l’Europa da single, poi ci portò anche mamma, insieme ad altri artisti come Jimmy Ortelli, che scattò bellissime foto». Dai suoi viaggi, Sergio Piccaluga tornava con piccole cose, generalmente acquerelli in dimensione di bozze o brevi studi; i paesaggi più grandi prendevano forma successivamente, dapprima nella storica ‘Casa degli artisti’ di via Nassa 54, poi nell’atelier di via Lavizzari, spazi entrambi luganesi divisi con, tra gli altri, gli omologhi Fernando Bordoni e Al Fadhil. «Erano tanti gli amici artisti. Con la mia nascita – aggiunge Alessandro – papà aveva rallentato la produzione. Lo aveva fatto per crescermi, poi aveva ricominciato. A volte dopo la scuola passavo in atelier da lui e ci trovavo loro e tanti altri».

Se anche le scelte di vita hanno portato il figlio ben lontano dalla vita d’artista del padre, quella di Alessandro è stata comunque un’infanzia d’artista: «Papà mi portava alle mostre, a volte molto impegnative come la Biennale di Venezia o Basilea, ma anche a Villa Malpensata e a Villa Ciani. Mi ha insegnato ad apprezzare qualsiasi forma d’arte in base alle emozioni percepite, dicendomi che l’arte non si divideva in bella o brutta, ma in emozioni più o meno forti».


Lugano, Via Nassa

I decenni 50-60-70, la rivoluzione artistica destinata a cambiare tutte le carte in tavola, gli incontri con Mario Schifano e Lucio Fontana, le escursioni a New York a respirare la pop art, e prima ancora l’aria di Londra e di Parigi. «Quegli anni sono stati per lui, per quanto mi ha raccontato, occasione di scambio con altre culture e altri artisti, dove il confrontarsi delle idee dava origine alle opere. Dopo la mia nascita, una volta fatto tesoro delle esperienze vissute da giovane, in mio padre arrivò il paesaggio e si portò via ogni elemento di pop art». Poi, il mondo dell’arte ha cominciato a cambiare: «Papà non aveva tanta dimestichezza con le nuove tecnologie. Aveva accolto con favore l’arte concettuale e le installazioni che io da ragazzino guardavo storto, spiegando a un giovane per il quale l’opera d’arte era il pittore e il quadro, o lo scultore e la scultura, che anche la temporaneità aveva un suo significato, benché non l’abbia sposata mai, se non per piccoli tentativi».

Negli ultimi anni, la pittura costava fatica a Sergio Piccaluga. Una volta lasciato l’atelier di via Lavizzari era iniziata per lui una nuova stagione all’interno di una delle stanze di casa: «Diversamente dallo studio di via Nassa, però, dal quale poteva anche non tornare per tre giorni, per quella trance artistica che, se lo chiamavi dal piano di sopra, potevi solo sperare che ti sentisse, e senza più lo studio di via Lavizzari, papà perdeva il senso del tempo». Il Covid ha fatto il resto: «Per uno che a 85 anni, coi suoi ritmi, andava ogni giorno in palestra, i duecento metri scarsi dal divano di casa alla riva al lago, a quell’età, li ha pagati tutti». In sintesi: «Non era più mio padre, almeno per come l’avevo conosciuto io. È stato doloroso vederlo fermo, spento, lui che era un vulcano».

On/off

Quando sarà il momento, Alessandro Piccaluga metterà mano all’archivio del padre. «Non ho programmato nulla. Papà diceva che il caso non esiste, che tutto arriva nel momento giusto, per quel suo modo di vedere le cose tra l’induismo e il buddismo che gli veniva dalla vita vista come viaggio. Fino a oggi non volevo pensarci per non pensare al momento in cui se ne sarebbe andato. Ora che è successo, devo innanzitutto cominciare a fare ordine». Anche nei tanti oggetti acquistati dal padre ai mercatini dell’usato, «piccole cose che hanno in sé una storia, come mi diceva, e dobbiamo essere capaci di carpirne il significato, altri concetti che a inizio anni 70 potevano suonare come stramberie». A lavoro completato, Alessandro non disdegnerebbe una retrospettiva o una pubblicazione, anche per i suoi due figli di 14 e 16 anni ai quali, una volta superato il momento critico per la prima grande perdita della loro vita, vorrebbe lasciare qualcosa. Anche se le loro scelte future non contemplano la pittura.

«Le nuove tecnologie ci aiutano a ricostruire una storia come quella di mio padre, almeno una traccia». La traccia di Sergio Piccaluga, l’uomo che «dipingeva e improvvisamente non esisteva nient’altro, un uomo ‘on-off’ che quando era ‘off’, anche impegnandosi, non riusciva a produrre, mentre nei momenti ‘on’ andava in studio la mattina e tornava la sera con un quadro che lo aveva entusiasmato e non avrebbe più toccato. Altri quadri hanno avuto gestazioni di mesi. Faceva parte della sua pittura: una volta prodotto il gesto, doveva anche riconoscerlo dal punto di vista emozionale». Il pittore, lo sperimentatore, negli ultimi anni aveva recuperato vecchi lavori e, in alcuni casi, «li aveva stravolti del tutto, tanto da rendere impossibile identificarne l’origine. Perché quel quadro, secondo lui, a un certo punto doveva dare quel che doveva dare. Lui sapeva come lasciare andare le cose, un atto che io, soprattutto in questi giorni, faccio molta fatica a compiere».

Luce o calore

Chiediamo ad Alessandro Piccaluga di scegliere un ricordo. È un viaggio col padre negli Stati Uniti a fine anni 80, tra il Nevada e lo Utah: «Passammo nei pressi di una casa museo abbandonata, lasciata dai signori Page; sul cancello c’erano una S e un P, come Sergio Piccaluga, e la data del 27 ottobre del 1934, la data di nascita di papà». Anche in quell’occasione, guardando i deserti, Alessandro dice che papà Sergio aveva visto cose che lui, al contrario, non era stato capace di distinguere. «Ma ero sicuro che prima o poi, quel particolare, mi sarebbe stato rivelato nei suoi quadri, magari in uno profondamente gestuale e poco rappresentativo, ma capace di riportare chiaramente quell’istante, anche solo nella luce o nel calore di quel giorno».


Lugano, Via Lavizzari

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