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William Turner, dalle parti della Mitologia

Dopo il connazionale John Constable, fino al 28 gennaio 2024 alla Reggia di Venaria, Torino

Apollo uccide il Pitone, esposto nel 1811
(Tate)
2 dicembre 2023
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Dopo il successo riscosso lo scorso anno dalla mostra John Constable. Paesaggi dell’anima, le sale della Reggia di Venaria accolgono le opere dell’altro grande pittore romantico inglese, suo rivale e coetaneo: Joseph Mallord William Turner (1775-1851). Non più però un’antologica come nel caso di Constable; si tratta invece di una rassegna tematica, progettata sempre in collaborazione con la Tate Gallery e curata dalla storica dell’arte Anne Lyles, intitolata Turner. Paesaggi della Mitologia. Vi sono esposte una quarantina di opere – tra oli, acquerelli e abbozzi – nelle quali, accanto alla sua spiccata predilezione per la pittura di paesaggio, Turner dimostra pure un grande interesse per temi e soggetti della mitologia greco-romana che vengono così a costituire un filone specifico all’interno della sua produzione artistica, soprattutto degli inizi, in sintonia con lo spirito dei tempi.

Grazie infatti all’incremento delle ricerche e degli studi archeologici, alla meraviglia destata dagli scavi di Ercolano e Pompei, dopo la grande temperie barocca nell’Europa continentale del secondo Settecento si diffuse un diverso orientamento culturale che ritornava sui valori sottesi all’arte e al pensiero classico, sia greco che romano: tanto che l’antichità – con le sue vicende storiche, la sua arte e letteratura, i suoi miti – venne assunta come modello cui ispirarsi. Durante il Neoclassicismo, dagli arredi domestici agli ideali politici e sociali, tutto pare ispirarsi a quel mondo lontano: ed ecco che la Roma repubblicana diviene un punto di riferimento insostituibile per intellettuali, politici e protagonisti della rivoluzione francese. Come insomma è stato scritto, allora “nella classicità si vagheggiò utopisticamente una perfezione di carattere non solo estetico, ma anche etico e civile”.


Tate
Storia di Apollo e Dafne, esposto nel 1837

I classici

Essendo nato in quegli anni e frequentando poi la National Gallery, Turner aveva avuto modo fin da giovane di appassionarsi a personaggi e vicende della mitologia, aveva letto i classici, da Ovidio e Virgilio fino a Dante, aveva visto e ammirato i dipinti su temi biblici, storici o bucolici di grandi pittori come i due francesi del Seicento, Nicolas Poussin e Claude Lorrain che esercitano su di lui un grande fascino, soprattutto il secondo per via della dilatante ampiezza visiva interna ai suoi dipinti inondati per di più da una straordinaria luminosità: che egli ritrovava anche nella recente pittura inglese. In effetti, tra Sette e Ottocento, la pittura di paesaggio inglese aveva registrato un notevole sviluppo incamminandosi per strade tutte sue. Questo sulla scia di poeti e pittori che avevano fatto del paesaggio inglese il centro del loro interesse, dando avvio a una diversa sensibilità: poeti come James Thomson (1700-1748) e Thomas Gray (1716-1771) e pittori quali Thomas Gainsborough (1727-1788), amante del paesaggio pittoresco, il gallese Richard Wilson (1713-1782), considerato il padre della moderna pittura di paesaggio inglese, l’acquerellista John Robert Cozens (1752-1797) tra i primi paesaggisti nel senso moderno del termine, cui seguirà poi John Constable.

A loro bastava anche il solo paesaggio naturale in quanto tale; ed è grazie a loro che la pittura paesaggio acquista la stessa dignità della pittura storica, come fu chiaro a tutti al Salon di Parigi del 1824, dove Constable ottenne la medaglia d’oro. Dipingono campagne inondate di luce, nuvole in movimento o paesaggi silenti, ma con una novità e freschezza di accenti fino ad allora inusitata, con un’aderenza alla realtà da lasciar stupiti. Avevano assimilato la lezione di Lorrain spogliandola però in gran parte dei richiami storici e mitologici, per conservarne invece l’impalcatura dalle nette linee prospettiche, con gli alberi a fare da quinta, ma soprattutto intensificando il fascino delle luci soffuse ed evocative delle albe e dei tramonti, tra gli orizzonti vasti dei monti o delle marine, in uno spirito già preromantico.

Per questo risulterà del tutto naturale per Turner fare suoi temi e soggetti tratti dalla Bibbia, dalla letteratura classica e dalla mitologia, ma in forme e modi che si allontanano presto dai moduli più ricorrenti del neoclassicismo europeo: egli salda infatti la tradizione storicistica del continente con la modernità di accenti del paesaggismo inglese. Come documentato in mostra mettendo a confronto tra l’Apollo del Belvedere, del 1811, ancora neoclassico e poussiniano, con le successive raffigurazioni di Baia con Apollo e la Sibilla Cumana (1823) e La storia di Apollo e Dafne (1837), dove si fa sempre più evidente l’influenza luministica di Claude Lorrain. Tre passaggi distanziati nel tempo che bene documentano lo sviluppo della sua arte verso una tavolozza dai colori più chiari e di una luminosità sempre più diffusa: fino ad arrivare poi, sul finire degli anni venti, alla scioccante dissoluzione del paesaggio stesso.

Il luogo del Sublime

Turner, insomma, prende ma va anche oltre: al punto che la Natura diverrà poi, romanticamente, il luogo del Sublime, con tutta la potenza del suo fascino e delle sue forze, a contatto della quale l’uomo non può che avvertire il brivido della propria congenita piccolezza e fragilità. A questo punto anche i grandi protagonisti del mito sembrano perdersi in un mondo che va sfaldandosi, tra nebbie dilaganti e tempeste marine, tra fenomeni naturali che attraggono ma incutono pure timore: l’esatto opposto della visione rasserenante del paesaggio neoclassico e perfino di Constable. Non è solo un scelta stilistica quella di Turner perché dietro quel dissolversi del paesaggio si fa strada e prende forma anche una maniera nuova di intendere e concepire la posizione dell’uomo per rapporto al mondo e alla natura: come ben visibile in mostra nel suggestivo acquerello del 1836 Il Monte Bianco e Le Chetif con vista su Pre-Saint Didier in Val d’Aosta che di mitologico non ha più nulla, ma in cui anche l’uomo recede fino a scomparire, come assorbito, di fronte all’imponenza del paesaggio.


Tate
Scena portuale alla maniera di Claude: Studio per ’Didone che dirige l’equipaggiamento della flotta’, 1827 - 1828 ca, olio su tela

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