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29.11.2022 - 07:14
Aggiornamento: 15:39

Le ciliege della costa del Mar Nero

Pubblichiamo un estratto dalla prima sezione del terzo capitolo ‘Üsküdar’ tratto dal libro ‘Un inverno a Istanbul’, tradotto da Laura Bortot

di Angelika Overath
le-ciliege-della-costa-del-mar-nero
Keystone
Santa Sofia al tramonto

Erano distesi uno accanto all’altro sui cuscini, lungo la riva di Üsküdar, e guardavano la torre di Leandro. Alle spalle della torre, al di là del braccio di mare, c’era Eminönü con la lingua di terra del Palazzo di Topkapı. Guardavano le cupole di Santa Irene, di Santa Sofia, della Moschea Blu e più lontano, in direzione del Corno d’Oro, la moschea di Solimano, la moschea di Fatih e tutti i minareti, punti esclamativi della bellezza di quella vista. Il cielo sprofondò in uno spettro di colori caldi. Come un timido cenno di Bisanzio, la torre di Galata si ergeva dall’altra parte del Corno d’Oro; da lì i vetri specchianti delle case di Beyoğlus risalivano la collina. E lo sguardo si allungava fino ai grattacieli di Levent, via via più azzurri alla luce del tramonto.

I camerieri passavano con i loro vassoi e offrivano acqua e caffè, oppure tè. Sui piattini cubetti di zucchero incartati. Alcuni ospiti fumavano narghilè, e un profumo di mela o di rosa si diffondeva nell’aria; quasi tutti fotografavano con i cellulari la luce iridescente della sera e le traiettorie dei gabbiani. Era un tiepido pomeriggio d’inverno.

E i volti si tingevano dei riflessi rosati del crepuscolo. Cla non era mai stato in un caffè in cui non si stesse seduti a un tavolino, bensì distesi e adagiati sui cuscini di lunghe terrazze a cielo aperto e a ridosso dell’acqua. Sempre, quando si imbatteva in qualcosa di nuovo e in qualche modo lontano dalla sua realtà, pensava alla propria casa. Come per assicurarsi di avere effettivamente una casa. E forse, appunto per questo, sentirsi a casa anche altrove.

In Engadina a quell’ora era ancora pieno giorno, e c’era tanta neve. Erano le settimane del turismo invernale. Anche Coira era bianca di neve sotto un cielo azzurro; Alva gli aveva scritto. Era stata a sciare nella vicina Arosa. Ma in quel momento non stava parlando di Alva. Era contento di poter rimanere in silenzio. I suoi occhi erano protetti da nuovi occhiali da sole. Che gli stavano bene. Anche Baran, accanto a lui, portava occhiali da sole, come tutti i giovani turchi. Le lenti facevano da schermo alla luce e un po’ anche al riverbero dell’uno e dell’altro. Cla era felice. Ma allo stesso tempo insicuro, un’insicurezza felice. Come se una parola sbagliata potesse distruggere tutto. Baran si rollò una sigaretta. Che cartine hai, sono sottilissime… disse Cla. – Sono cartine di Damasco, c’è un chiosco che le vende a İstiklal.

Leccò la cartina bianca e l’arrotolò intorno al tabacco chiaro. Cla si appoggiò sul cuscino. Il sole aveva il calore dei mesi invernali e tingeva colori mai così intensi come prima del tramonto.

– Come mi hai trovato? Baran accese la sigaretta. Non era stato difficile. Tarabya, ricercatore di una fondazione svizzera. Ho chiesto del docente engadinese e mi hanno passato la linea. Cla sorrise. Hai fatto bene – io non avrei avuto il coraggio. Baran fece un tiro, inspirò e soffiò il fumo verso l’acqua. – A me non serviva coraggio; non avevo paura.

Si stese di lato, rivolto verso di lui, appoggiandosi ai cuscini. Con i jeans e la camicia azzurra di cotone, un pullover nero intorno alle spalle, sembrava più magro e più giovane che nella divisa da cameriere, giacca e grembiule. E quella postura gli accentuava i fianchi, e il gioco che stava intavolando. Baran appoggiò indietro la testa, come a invitare il sole sul suo viso. Cla lo trovava attraente. E allo stesso tempo lo confondeva l’idea che Baran volesse apparire attraente da vanti a lui.

– Sono Baran, il cameriere del locale dove aveva perso la sciarpa. Beviamo un caffè insieme? Conosco un buon posto. E Cla, stupito e contento dell’apparente ovvietà di quella domanda, non aveva detto molto altro se non Sì.

Quando si trovarono uno di fronte all’altro a Üsküdar, pronti a prendere il traghetto, Baran gli aveva dato del tu, come a un fratello: Benvenuto in Asia, svizzero! Cla aveva riso e detto, io sono engadinese. E quando Baran aveva chiesto dove fosse l’Engadina, lui gli aveva raccontato un po’ della sua valle, alta e isolata, tra i paesi di Maloja e Martina. E forse si era anche vantato del fatto che lì si parlasse ancora una lingua molto antica: il romancio. Una lingua neolatina che però conservava morfemi ancora più antichi, di origine celtica, o etrusca. E quando poi Baran aveva detto «Hoşgeldiniz» e Cla di riflesso «Allegra», non si era reso conto che così facendo aveva dato il benvenuto a quell’uomo sconosciuto in un paese sconosciuto.

Una piccola barca faceva la spola tra la riva e la torre di Leandro. Sulla sommità c’era un bar, e sotto un ristorante. Ma molti visitatori ci andavano per fare il giro della torre o per affacciarsi alle finestre. A primavera, disse Baran, qui ci sono i delfini.

– Delfini nel Bosforo? – Sì certo. Arrivano dal Mar Nero e si spingono fino al Mar di Marmara, e fanno arrabbiare i pescatori perché gli mangiano i pesci. Baran seguì con lo sguardo la piccola barca, fece un ultimo tiro e spense la sigaretta schiacciandola nel posacenere. – Conosci la storia della torre di Leandro? – No. – Nâzım Hikmet lo conosci però? Cla annuì e citò: Ti amo come se mangiassi il pane intingendolo nel sale…

Sapeva a memoria solo quel verso, gli era rimasto in mente leggendo l’antologia di lirica turca che gli aveva regala to Alva. Di tanto in tanto leggeva qualche poesia.

Baran ne fu evidentemente felice e recitò l’incipit della poesia in turco:

Seviyorum seni ekmeği tuza banıp yer gibi geceleyin ateşler içinde uyanarak ağzımı dayayıp musluğa su içer gibi

poi tradusse liberamente i versi successivi, richiamandoli a memoria:

Ti amo come se bevessi, di notte, svegliandomi in preda alla febbre e premessi le labbra sul rubinetto, come se scartassi un pacco inaspettato, rapido, attento ed eccitato.

Si fermò un attimo a riflettere, si passò la mano tra i ricci e proseguì:

Ti amo come se sorvolassi per la prima volta il mare in aereo, così ti amo, come Istanbul che dolcemente sprofonda nel crepuscolo.

– e intanto con un movimento ampio del braccio allungò lo sguardo verso la sponda europea, sulla quale si attardava e ardeva ancora la luce –

come Istanbul, che mi commuove nel profondo, così ti amo, come se dicessi: Dio sia lodato, siamo vivi.

Aveva accentuato quel Dio sia lodato al punto che tutti e due si misero a ridere, e poi Baran raccontò: Dunque, le storie sono tre. Prima la più antica.

La torre si chiama torre di Leandro. Leandro amava segretamente la bella Ero che abitava nella torre. Ogni notte nuotava fin laggiù per andare da lei. Ma una volta, in una notte di tempesta senza luna, il vento soffiò e spense la lucerna che Ero metteva sempre sulla finestra. Leandro perse l’orientamento e annegò. Quando Ero la mattina dopo trovò il suo corpo senza vita portato a riva dalle onde, si gettò dalla torre. Cla annuì. Sì, conosco questa storia. Ma pensavo che fosse ambientata vicino allo stretto dei Dardanelli… Ero non era una sacerdotessa di Afrodite che abitava sul versante europeo dell’Ellesponto? E Leandro nuotava dall’Asia per andare da lei? Baran si strinse nelle spalle. Può essere. Può essere per tutti coloro che a causa di un destino avverso non trovano il modo di stare insieme. Hai ragione, disse Cla, e d’un tratto si accorse del pomo d’Adamo sotto il mento di Baran. Tacque. – Vuoi sentire la seconda storia?

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