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04.10.2022 - 22:44

Le risonanze emotive del colore in Augusto Giacometti

Il Museo Ciäsa Granda di Stampa dedica una mostra al pittore indagatore di cromie quasi astratte ante litteram. Fino al 20 ottobre

di Claudio Guarda
le-risonanze-emotive-del-colore-in-augusto-giacometti
©Wikimedia
Mattino di maggio, 1910
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Settantacinque anni fa moriva Augusto Giacometti (Borgonovo 1877 - Zurigo 1947): per commemorarlo la Bregaglia gli dedica una serie di manifestazioni tra cui una mostra-omaggio con 50 sue opere allestita al museo Ciäsa Granda di Stampa.

Ma torniamo indietro. Ci fu un tempo, all’inizio del secolo scorso, in cui quella valle, in particolare il paese di Stampa, si configurarono come un crocevia di incontri e di scambi di grande rilevanza per l’arte moderna svizzera ma dai risvolti anche internazionali. Lì, infatti, specie d’estate, confluivano non pochi artisti anche di grande nome che si erano formati nelle capitali dell’arte europea, chi tra Monaco e Dresda, chi a Parigi, chi a Firenze o a Zurigo e Ginevra, vuoi perché tornavano a trascorrere l’estate in paese, vuoi perché ospitati da vecchi amici che offrivano loro l’occasione di dipingere soggetti e paesaggi alternativi a quelli da loro dipinti in città e metropoli. Si pensi a Giovanni Giacometti – che una volta rientrato in valle avrebbe poi sempre abitato con la famiglia a Stampa – legato da amicizia con Segantini, con Cuno Amiet e Ferdinand Hodler rispettivamente padrini di Alberto e di Bruno; o a suoi figli Alberto, Bruno, Diego che tornavano regolarmente a Stampa accompagnati non di rado dai loro amici artisti, parigini e non. In quel piccolo paese, quanto all’arte, tirava insomma un’aria cosmopolita.

Anticipatore dell’arte astratta

Quando ci si chiede, però, chi fossero i principali artisti bregagliotti rappresentativi di quel felice momento di modernità e novità di linguaggi, le gerarchie sono chiare: Alberto Giacometti (Borgonovo 1901 - Coira 1966) in primis, subito seguito da suo padre Giovanni (Borgonovo 1866 - Les Planches 1933), vi si aggiunge infine il nome di Augusto Giacometti, secondo cugino di Giovanni, la cui vita e la cui opera, nonostante le recenti importanti mostre di Berna (2015) e di Coira (2003, 2018), continuano per molti a configurarsi (non senza qualche ragione) come un corpo vago, una sorta di nebulosa, quando invece egli non è solo un artista di tutto rispetto, ma è anche stato un anticipatore dell’arte astratta.

Nato a Borgonovo di Stampa, figlio di contadini che non andavano d’accordo per cui si separarono, Augusto viene mandato ancor ragazzo a Zurigo dalla zia Marietta che lo tiene in casa: frequenta la scuola secondaria a Zurigo, poi la scuola cantonale a Coira e dal 1894 al 1897 la Scuola di arti applicate a Zurigo dove si forma come insegnante di disegno. A vent’anni, nella biblioteca della scuola, Giacometti scopre il volume ‘La plante et ses applications ornamentales’ di Eugène Grasset: ne rimane affascinato e decide di trasferirsi a Parigi per seguire i corsi dell’Ecole Nationale des Arts Décoratifs e poi dell’Académie Colarossi. È importante sottolineare questa sua formazione nelle arti applicate e decorative per capire le movenze interne alla sua arte.

Simbolismo hodleriano

In effetti fin dalle sue prime opere Augusto si muove nel solco che dal Liberty e dall’Art Nouveau perviene al Simbolismo hodleriano: ma anche quando ritrae un fiore egli filtra l’oggetto, ne coglie i profili esterni, le movenze interne, lo scarnifica, gli toglie la pesantezza del corpo per liberare l’energia vitale. Esalta tanto il valore della linea nella sua mobilità quanto l’autonomia e la pienezza del colore che diventa presto prevalente rispetto alla figurazione del soggetto. Opera in questo senso anche la scoperta fatta a Parigi dei pittori del primo Rinascimento, in particolare del Beato Angelico la cui pittura lo affascina tanto è rarefatta e pura: sarà l’inizio di un nuovo cammino che lo porterà a risiedere a Firenze dal 1902 al 1915 (dovrà poi rientrare per via della guerra per stabilirsi a Zurigo) e a cercare una sublimazione della pittura che, tanto nei piccoli pastelli quanto nei grandi dipinti simbolisti intrisi di misticismo, trascende la figurazione e approda anche all’astrazione: basti vedere Mattino di maggio del 1910 o l’Ascensione al Piz Duan del 1912 che sono tutto un tripudio di puri tocchi di colore senza alcuna forma disegnata.


©Wikimedia
Ascensione al Piz Duan, 1912

Libero e indipendente

Per capirne la rilevanza bisognerebbe mettere in parallelo le sue opere con quanto avveniva in quegli stessi anni nell’ambito dell’arte astratta a livello europeo: per esempio a Monaco con Kandinskji e la Munter o con Klee e il Blaue Reiter (1911), oppure a Parigi con Mondrian e Delaunay, in Russia con il Suprematismo di Malevitch e il Costruttivismo poi, o in Svizzera con Sophie Taeuber e lo stesso Arp. Ci si renderebbe allora conto davvero che egli li anticipa e che se non è ancora riconosciuto tra i maestri europei dell’astrattismo è solo per una serie di concause che poco hanno a che fare con l’arte, in quanto derivano da contingenze esterne come il suo carattere piuttosto schivo e riservato, l’aver vissuto in luoghi diversi alternando di continuo – ed egli ne era ben consapevole – opere su commissione di arte applicata con quelle in cui inseguiva il suo fantasma poetico, ma soprattutto non essersi mai associato con un gruppo europeo e per avere raramente esposto fuori dalla Svizzera bloccato in questo, per ben due volte, dalle due guerre mondiali. Artista libero e indipendente ha sempre seguito la propria strada indagando le risonanze emotive del colore tanto da dedicarsi poi alla creazione di grandi e importanti vetrate. Se ne può vedere una del 1935 nella chiesa di San Giorgio raffigurante l’‘Entrata di Gesù a Gerusalemme’; appena fuori, vi attende il cimitero dove sono accolte le spoglie di tutti i Giacometti.

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