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A. Kestenholz
Dal documentario su Antonio Ciseri ‘AC Pinxit’, di Adriano Kestenholz
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28.07.2022 - 19:14
di Massimo Daviddi

Transiti, tredici e quattordici

Sui passi documentaristici di Adriano Kestenholz ad Ascona; nei gesti della danzatrice Meret Schlegel in residenza a Bedigliora

Nel salire da Rovio, Arogno, a seconda dei casi e del piacere che si forma poco prima di scegliere una delle due strade, la Val Mara porta a una salita dura, tornanti che racchiudono l’idea di uno sforzo a cui l’uomo non si sottrae. Ne ho contati sette. Eppure, ogni volta li riconto e nel fare questo mi distraggo guardando lo spuntone di una roccia, il fitto del bosco, il cornicione di metallo oltre il quale è difficile andare. In quei tornanti dentro cui ci sentiamo in balia degli eventi e della natura, cosa si manifesta in realtà? Cosa si cela dentro quello che ci viene incontro e cosa, diversamente, si manifesta in ciò che sfugge a una prima ricognizione?

Tredici

Incontro Adriano Kestenholz, documentarista, nella sua casa di Ascona dove scorre, vicinissimo, il torrente Brima, che lui ricorda "una volta ricco di pesce". Il suo percorso filmico mi ha sempre colpito per la molteplicità dello sguardo; la visione periferica; i piani sequenza; lo scorrere dell’impianto narrativo. Adriano, viaggia nei luoghi, avvicina opere d’arte, sonda la superficie e gli interni di architetture antiche e moderne. Un compito esemplare frutto di una mediazione organica con la materia e gli oggetti dentro e fuori campo, una rappresentazione estetica verso cui l’agire per inserti scenici rivela il tempo ritrovato dell’opera, le sue sezioni, l’estensione nello spazio.

E, insieme a questo, la presenza di una forza sconosciuta che le anima se ricostituite dentro un ventaglio di azioni, da cui una conoscenza legata a un passato non trascorso. La sua copiosa filmografia mi porta a segnalare in estrema sintesi, tre lavori. ‘Segantiniana’. ‘Vincenzo Vela. Il sogno della materia’. ‘AC PINXIT. Viaggio in quattro opere, in occasione del bicentenario (1821-2021) di Antonio Ciseri, pittore nato a Ronco sopra Ascona’. Ne aggiungo uno. Lo splendido film sull’architetto Livio Vacchini.

Nei tuoi lavori le opere vengono incontro, noi attendiamo. È così? «Cerco di creare uno sguardo, il più singolare possibile. Quello che oggi temo è la standardizzazione generalizzata del racconto, come se questo non aderisca a un luogo preciso. Credo in un cinema specificamente attento ai luoghi, vedendo fino a che punto ciò che descrivi del luogo attraverso il linguaggio audiovisivo possa evocare qualcosa del luogo stesso».

Ritrovo questo nel film d’esordio, ‘La toilette de Vénus’. «Derivava da una tematica un po’ complessa. Che cosa nella pittura sta fuori dal quadro; dalla cornice del quadro. Ho recuperato questo luogo altro attraverso la spazialità permessa dal linguaggio cinematografico, come se in un certo senso il cinema potesse sviluppare ciò che la pittura virtualmente conteneva».

L’oggetto pittorico, messo in scena. «È l’argomento che mi interessa di più. Oggetti culturali, preesistenti, cercando di amplificarne le virtualità. Questo c’è anche nel film su Camesi. Nell’ultima immagine vedi una sua performance che consiste nel camminare sulla tela, lasciando tracce. Estendo questa situazione facendo sì che lui continui a camminare sul prato, scomparendo all’infinito, sempre più piccolo».

Sviluppi lo sguardo in un gioco di spaziature, geometrie intere e frammentate. «L’architettura è anche architettura del racconto. Non c’è buon documentario che non passi da un certo grado di finzione». Intendi, la leva del raccontare. «Sì, se sottoposta a uno sguardo di tipo etico, in ascolto di quello che ti sta davanti. Non credo al reale da una parte e al linguaggio che lo racconta, cosa acquisita già nel secolo scorso». I tuoi lavori sono narrativi, non essendolo. «Se arrivi a far narrare lo spettatore a partire da ciò che vede, vuol dire che solleciti il suo sguardo, l’immaginazione». Un atteggiamento lontano dall’intento del comunicare. «Preferisco scene enigmatiche che non danno una risposta, così lo spettatore inizia a metterci del suo, il principio stesso, credo, della poesia».

In che direzione va la tua ricerca? «Quello che mi interessa ultimamente è rendere tattile, cosa che ho tentato di fare con il film su Antonio Ciseri, una parte del dipinto prolungandola attraverso delle figure esterne, reali, come se lo spettatore fosse incluso nella scena rappresentata».

Quattordici

È caldo nel nucleo di Bedigliora, quando Meret Schlegel, danzatrice, sale le scale della ‘Casa Atelier’ sede della Fondazione dedicata alle artiste e alle loro arti. Una T-Shirt di carta la veste, passo dopo passo cerca di togliere l’involucro bianco dal suo corpo allungando mani e braccia. Riuscendo, alla fine, a liberarsi, toccare la pelle, sentirsi parte del mondo.

Incontro Ruth Gantert, traduttrice, critica letteraria, da dieci anni direttrice artistica del progetto. Parliamo di questo momento dedicato alla danza e dell’esperienza vissuta qui, arrivata al decimo anno del suo impegno culturale. «Meret, ha lavorato pensando alla pelle, il più grande organo del corpo che invecchia e si trasforma durante la nostra vita. Si è occupata del dentro e del fuori, della frontiera tra le due realtà, salendo dalle scale e lasciando che il corpo aderisse al vetro del balcone».

Cosa provi, dopo questi anni passati a Bedigliora? «Per me è eccezionale incontrare tante artiste diverse, vedere quello che fanno durante il soggiorno che dura tre mesi. Il momento più bello è quando vado a trovarle una o due settimane prima dell’evento finale per vedere il loro lavoro. Momenti intensi, profondi, che qualche volta portano a un’amicizia».

Il luogo. La semplicità e bellezza di una casa nel nucleo. «Sì, la vecchia casa con la sua storia, la pietra, il legno, la luce che cambia. Stanze scarsamente arredate per lasciare spazio all’immaginazione. I due balconi col glicine, il giardino, la pergola. Sullo sfondo il lago, il Monte Rosa». Come si sentono le artiste invitate? «Alcune vivono un’esperienza quasi monacale, ad altre piace fare conoscenza con gli artisti che stanno in paese e nei dintorni; vedere delle mostre a Lugano, Milano. Tante di loro tengono un diario». Tre mesi, una vita diversa. «Chi passa tre mesi qui può trovare una grande liberazione, ma può anche mettere in tensione la propria vita sentimentale, il lavoro».

Impegnata in campo letterario, ti sei sporta sul versante dell’arte. «Ritengo importante uscire ogni tanto dal proprio ambito. Vuol dire allargare le conoscenze, scoprire ricerche artistiche che possono trovare una corrispondenza nella scrittura. Mi occupo molto di traduzione e nel momento conclusivo cerco di ‘tradurre’ il lavoro delle artiste in parole».

Scendo adesso dai tornanti in direzione di Caslano, altre mete. Penso a quelli stretti della Val Mara, lassù. A dei versi di Mario Luzi. "L’ascesa non s’arresta/ Altitudini/ alla mente/ e al presagio dell’uomo irraggiungibili.


M. Preisig
Meret Schlegel, danzatrice

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