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20.06.2022 - 05:30
Aggiornamento: 17:51

La visione di Rafael Kouto

Intervista al giovane fashion e textile designer losonese reduce dalla Milano Design Week e da Art Basel, dove ha esposto due progetti di moda d’arte

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È cresciuto Rafael Kouto, dall’intervista del 2017, e non solo anagraficamente. Soprattutto è cresciuto artisticamente, affinando nel tempo la sua cifra stilistica. Definirlo oggi "solo" (e sottolineo le virgolette) uno stilista e textile designer sarebbe quantomeno riduttivo, perché di strada ne ha fatta e ne sono testimoni i riconoscimenti ricevuti per i suoi lavori. Soprattutto ne sono testimonianza il suo continuo ricercare e approfondire temi della nostra contemporaneità trasponendoli in progetti di moda, una fonte (è lui stesso a dirlo) illimitata di mezzi espressivi. Particolare attenzione è messa nei mezzi produttivi in cui arte e cultura giocano ruoli sempre più rilevanti.

I concetti che muovono Rafael (losonese, classe 1990) sono quelli delle origini, punti fermi che lo animano sin dai suoi primi passi. Nella sua ricerca si ritrovano sensibilità e sostenibilità ambientali (nei contenuti e nelle tecniche di realizzazione, come l’upcycling) per proporre alternative alla moda mordi-e-fuggi tipica di un sistema consumistico, intavolando una riflessione critica; riappropriazione delle proprie origini togolesi in continuo dialogo osmotico con quelle occidentali; il rapporto fra corpo e individuo, fra cultura, etica e moda. Un aspetto ancora fondamentale è l’inclusività (nella scelta di modelli e performer) «volta alla denuncia delle discriminazioni, in particolare razziali». Tutto questo – e non è poco – è il nucleo del suo marchio, il cui atto di nascita data sempre 2017.

Il legame con l’arte è sempre più stretto, sia nella realizzazione, sia nella fruizione delle sue – a questo punto non è inopportuno scriverlo – opere; per presentarle al pubblico Rafael predilige performance, installazioni (anche video) ed esposizioni che consentono un tempo più dilatato di osservazione e perciò condivisione e riflessione. Pur non abbandonando la canonica sfilata.

La predilezione per generi tipici all’arte, soprattutto contemporanea, risiede in un cambiamento paradigmatico nella concezione del suo lavoro: il fine non è più il prodotto finito – si sorvoli il bisticcio –, bensì il processo creativo, che dall’idea porta alla realizzazione, passando per ricerca e studio approfonditi. Il rapporto con l’arte è maturato: «Se prima la mia idea era avere un brand e proporre capi d’abbigliamento da vendere e indossare, col tempo si è aperta anche un’altra dimensione: quella dell’esperienza collettiva di riflessione comune, che è sempre esistita sottotraccia, ma ora è preponderante».

Milano Calling

Torniamo al presente. Rafael risponde alla mia telefonata mentre si trova a Trieste: sta collaborando con il concorso di moda International Talents Support Awards, proponendo attività didattiche: «Mi piace l’idea di lavorare con altre persone affinché sviluppino la loro creatività», confessa, rammentando anche che è professore associato in Fashion Design all’Università Iuav di Venezia.

Da poco reduce dalla Milano Design Week, Kouto dal 7 al 12 giugno scorsi ha esposto a Casa Svizzera la videoinstallazione "Don’t Steal Our Sunlight" (girata nel Parco delle Gole della Breggia a Morbio Inferiore), progetto concepito ed elaborato durante i sei mesi di residenza artistica cui ha potuto partecipare rispondendo alla "Milano Calling", lanciata dalla sede meneghina dell’Istituto Svizzero, con cui è nata questa collaborazione. «Da tempo desideravo trasferirmi a Milano e avere la possibilità di connettermi maggiormente con la sua scena. L’occasione si è presentata e l’ho colta al volo. Far parte dell’Istituzione con altri artisti e ricercatori è stato molto stimolante. Ho potuto esplorare le forti connessioni fra Italia e Svizzera, ho avuto modo di fare molta ricerca documentandomi presso l’Archivio della Triennale, biblioteche antiche e storiche ed entrare in contatto con persone con background migratori diversi».

Ghiaccio, deserto

Il lavoro in residenza è stato immersivo sino a realizzare concretamente l’interpretazione estetica di due fenomeni naturali che preoccupano il presente: scioglimento dei ghiacciai e desertificazione. «Il progetto è un’interpretazione dei cambiamenti climatici attraverso due tecniche di tintura. Da un lato c’è la desertificazione con la tintura per mezzo di un aerografo e pigmenti naturali; dall’altro lo scioglimento dei ghiacciai ottenuto con la tecnica utilizzata già in passato "melt and dye" (tradotto alla spiccia "sciogli e tingi") con sculture di ghiaccio contenenti tintura per tessuto. Il performer – Jonathan Muadianvita – diventa al contempo supporto e artefice, che è metafora del ruolo – attivo e passivo – degli esseri umani rispetto ai cambiamenti climatici. Non solo li subiamo, ma ne siamo anche la causa».

«L’obiettivo della videoinstallazione è decostruire e ricostruire il processo creativo, mostrando la possibilità di creare una nuova narrazione, sottolineando le conseguenze del cambiamento climatico. Queste nuove visioni avvengono attraverso la personificazione del cambiamento climatico, tra cui lo scioglimento dei ghiacciai e la desertificazione, attraverso due diverse tecniche di produzione tessile e l’inclusione di effetti speciali nel video, dove i dati (da oggi al 2050; ndr) su questi cambiamenti si traducono in elementi visivi» e finalmente percepibili all’occhio attraverso la "sgranatura" dei pixel, o rumore.

Analessi

Dove ci eravamo lasciati. Nel giugno di cinque anni fa Rafael aveva poco meno di trent’anni e si era appena diplomato al Sandeberg Institute di Amsterdam con il progetto di master sulle fasi lunari intitolato "All the Nothing that Will Remain", presentato nell’esposizione "Eternal Erasure - Perspectives on Fashion Matters". Prima di allora, il designer ha seguito la formazione in Fashion design alla Fachhochschule Nordschweiz - Hochschule für Gestaltung und Kunst di Basilea.

Dopodiché – e le citiamo in ordine alfabetico e non cronologico – sono arrivate fra le altre Basilea, Milano, Parigi, Trieste, Zurigo: città dove Kouto si è trasferito più o meno a lungo per operare assorbendo gli stimoli di ciascun luogo. Fra le sue prime esperienze lavorative in case di moda ricordiamo Alexander McQueen, Maison Martin Margiela, Carven ed Ethical Fashion Initiative.

Col passare del tempo, il lavoro di Rafael viene riconosciuto e premiato: nel 2018 e 2019 è stato vincitore nella categoria Fashion and Textile degli Swiss Design Awards (è stato finalista anche nel 2020, 2021 e ancora quest’anno con il progetto A Post Summer Solitary Reverie of a Rave esposta ad Art Basel fino a domenica 19 giugno), ha vinto il Lotto Sport & Diesel International Talents Support Awards 2019 (la collezione realizzata da Rafael in collaborazione con Lotto Sport – Escapism Through Unknown Neighboring Lands – è stata presentata alla fiera di moda e tessile Pitti Uomo, a Firenze) e il Gebert Ambiente Design Preis edizione 2020-21.

Dal 2017, le sue collezioni (finora otto) sono state presentate nell’ambito della piattaforma per designer emergenti Mode Suisse di Zurigo e alla Berlin Fashion Week, nonché a State of Fashion Biennale nei Paesi Bassi, Fuorisalone in Italia, Drapers Sustainable nel Regno Unito, Textilmuseum di San Gallo e Museum für Gestaltung, ancora in Svizzera.

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