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© ProLitteris - Foto Carlo Pedroli
‘Dopo il lavoro’ (1956, olio su tela)
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26.05.2022 - 20:43
Aggiornamento: 21:38

Mario Comensoli, c’erano una volta gli uomini in blu

Per i cent’anni dell’artista, lo Spazio Officina ospita, dal 29 maggio al 24 luglio 2022, le opere dedicate agli immigrati italiani

In principio era l’operaio. Quello con la classica valigia di cartone e la miseria in tasca. Quello per cui Chiasso era, tempi addietro, tappa obbligatoria sul cammino per la ricerca della tanto agognata fortuna. Quello della manodopera sottopagata fortemente voluta dagli imprenditori, un po’ meno dalla popolazione che invece mal sopportava coloro che ‘venivano da fuori’. Ed era sempre quello che vestiva in tuta da lavoro, solitamente di colore blu. Che poi, blu di tutto punto non lo era mai: faceva presto a sporcarsi di nero, di grigio o di bianco. I colori dell’olio per motori, della polvere del cemento e dello stucco. Questi erano gli ‘uomini in blu’; immigrati italiani che, a partire dal dopoguerra agli anni 60-70, giunsero in Svizzera per lavorare. Gli ‘uomini in blu’ sono anche i soggetti immortalati in molte opere dell’artista ticinese Mario Comensoli. Da essi trova la propria genesi, dato che Comensoli fu figlio di un operaio originario di Calice al Cornoviglio (Toscana) ma anche l’ispirazione per una serie di tele che hanno caratterizzato una specifica fase della sua produzione artistica.

Un secolo nel segno dell’arte

Mario Comensoli nasce il 15 aprile 1922 a Lugano. Quest’anno ricorre il centenario dell’artista e, per tale ragione, la Fondazione Mario e Hélène Comensoli ha deciso di organizzare vari eventi in Svizzera ma anche in Ticino, dove anche il Centro culturale di Chiasso si inserisce fra le celebrazioni. La mostra, dal titolo ‘Mario Comensoli (1922-1993): gli uomini in blu’, a cura di Chiara Gatti e Nicoletta Ossanna Cavadini, aprirà al pubblico domenica 29 maggio sino al 24 luglio 2022 presso lo Spazio Officina di Chiasso. Al visitatore viene offerta una selezione di settantadue opere (provenienti da ben 35 prestatori diversi) realizzate dall’artista in uno spazio temporale che va dal 1953 al 1967; infatti, oltre alle tele strettamente appartenenti al periodo degli ‘uomini in blu’ – ritenuto dalla critica svolgersi fra il 1955 e il 1962 – vengono inseriti anche quadri emblematici della fase precedente e di quella successiva. L’uomo è onnipresente nelle opere che raccontano attimi di vita. Azioni plastiche, come il salire una scala o lo sbucciare un frutto, rese vive dai tratti di pennello ben visibili. Fra gli uomini e le donne dipinti, spiccano tratti caratteristici come mani grandi, corpi robusti, atteggiamenti e sguardi intensi, movimenti molto fisici. Il percorso espositivo è pensato a mo’ d’imbuto dove, all’entrata, ad accogliere il visitatore vi sono scene di gruppo: lavoratori intenti nella costruzione di un muro, ma anche danze collettive. Poi, man mano che si prosegue, le figure umane diminuiscono. L’osservatore e l’operaio dipinto rimangono soli in un gioco di sguardi. Le grandi epopee legate al mondo del lavoro lasciano spazio a momenti d’intimità: c’è chi è intento a tagliarsi le unghie, chi invece suona l’armonica, chi disegna con un gessetto, chi ancora si concede un momento di svago giocando a calcio oppure dormendo sul prato.

Le opere, ma anche gli effetti personali

In totale sono presenti sessantotto opere a olio su tela di grande formato, 6 opere a olio su tavola e 8 grafiche a carboncino su carta, tre fogli a china su carta acquerellata, uno studio di volti a penna biro, nonché una litografia e tre manifesti. Ma non solo: al centro dell’esposizione sono state collocate alcune teche contenenti gli effetti personali dell’artista. Si parte dalla sua amata bicicletta, fino al busto in terracotta realizzato da Emilio Stanzani, amico scultore di Zurigo presso il quale Comensoli apprese l’arte del modellare. E poi ancora la sua bandana, i guanti, gli occhiali, il rasoio e le forbici di quando il padre lo aveva avviato alla professione di barbiere, oltre che il suo passaporto e quello della affezionata moglie Hélène.

Quel blu che né l’arte né la politica vedevano

Mario Comensoli è noto soprattutto per ciò che produsse durante gli ultimi anni della sua vita. Quella dove racconta il mondo del punk, la società decadente, i giovani e i loro eccessi, gli emarginati. Sono gli anni della droga consumata alla luce del sole al Platzspitz di Zurigo, scene a cui lo stesso artista assiste. Comensoli quindi è un pittore che osserverà con particolare attenzione ciò che lo circonda, rivolgendosi soprattutto a coloro che venivano visti dalla società come ‘gli ultimi’. Questo vale anche per i lavoratori in blu? «Questa mostra è un’occasione rara perché di solito viene ricordato ciò che fece nell’ultima fase della sua vita. Qui invece si è partiti dalle origini delle sue opere, ovvero di quando si occupò dei lavoratori italiani emigrati in Svizzera. E ciò è particolare perché Comensoli ha ritratto una categoria di persone che una certa classe artistica e anche politica dell’epoca non vedeva o faceva finta di non vedere – racconta durante la conferenza stampa Mario Barino, presidente della Fondazione Mario e Hélène Comensoli, che continua –. Questo potrebbe essere visto come un lavoro di critica sociale, ma credo che sia ingiusto mettergli un’etichetta. I quadri non portano un messaggio politico, ma lirico. Nei quadri non vi è traccia della solita retorica sul lavoro, ma solo tanta poetica». In principio era l’operaio. E l’operaio, del ‘primo’ Comensoli è rimesso al centro di tutto, in un intimo appuntamento fra le storie di uomini vestiti in blu e chi li osserva.


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L’inseparabile bicicletta

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