Arte
25.05.2019 - 17:200

Esplosione informale

'Caos, Cosmo, Colore': una collettiva degli artisti della Collezione Matasci. La mostra è visitabile fino al 30 giugno

L’interessante rassegna d’arte allestita presso il Deposito Matasci a CugnascoGerra è stata concepita all’interno di un trittico – con diramazioni e conferenze nelle Biblioteche cantonali di Bellinzona e Locarno – che aveva il suo nucleo generativo in alcuni passi del ‘De rerum natura’ di Lucrezio (I secolo a.C.) tradotti da Giorgio Orelli (1921-2013), tra i nostri maggiori poeti. Tali eventi sono stati l’occasione per analizzare, da prospettive diverse, alcuni aspetti dell’affascinante poema lucreziano ‘Sulla natura delle cose’: non solo in ordine alla sua visione del mondo, dalla fisica alla cosmologia, all’origine del mondo; ma anche sui sempre stimolanti rapporti tra letteratura classica e traduzione letteraria, tra pensiero antico e sentimento del moderno.

Caos originario e caos moderno

Ed è proprio qui che si viene a creare un ponte tra il caos originario di cui parla Lucrezio e l’idea di caos che sta alla base delle moderne correnti informali. Come scrive Elena Pontiggia “tutto, o quasi, l’Informale nasce alle sue origini da un’idea di caos. Nasce cioè dalla sensazione che la storia, quella individuale e quella universale, non segua un tracciato logico, non sia governata da un ordine, non risponda a un disegno razionale. Al contrario. Come è stato più volte notato, la materia informe di Fautrier, il percorso nomade e grondante del colore di Pollock, i segni violenti di Tapies o di Hartung, per ricordare solo pochi nomi tra i maestri storici della tendenza che nasce negli anni Quaranta, sono per molti aspetti l’equivalente dell’esistenzialismo, cioè di un pensiero che si interroga drammaticamente sul destino dell’uomo e non trova risposta”.

Nata dalle ceneri del Surrealismo, quell’arte proponeva di far tabula rasa di tutte le correnti o teorie artistiche fin lì elaborate per ripartire non da zero, ma dal caos (che è peggio!) dell’esistere. Erano anni tragici: non c’erano più certezze né facili evasioni, ma solo drammatiche realtà connesse alla tragedia della Seconda guerra mondiale: dai milioni di morti ai campi di concentramento, dalle bombe atomiche alla guerra fredda, dall’Europa in macerie all’equilibrio del terrore. La contestazione era radicale: il male non ha in sé alcuna giustificazione se non quella di non avere senso. E se la ragione e l’arte avevano fallito nella loro illusione illuministica di creare un mondo ordinato e razionale, non restava che il gesto, il segno lasciati come traccia incerta e labile dell’esistere. Dire no al complesso patrimonio che la tradizione rinascimentale ci aveva affidato, dire no a chi ancora si illudeva di trasmettere con l’arte messaggi salvifici, voleva dire affermare l’esaurimento della civiltà delle utopie e delle macchine al servizio dell’uomo perché trasformate in strumento di morte. Rifiutando il progetto e la forma come mezzi fondanti del dipingere, gli artisti informali affermavano il crollo della storia e dell’arte come idea di progresso ed evoluzione civile, la smentita nei fatti dell’utopia illuministica e della crescita morale dell’uomo. Poi però le cose con il tempo cambiano, di conseguenza anche l’arte informale attenua il portato della sua originaria negatività acquisendo intonazioni diverse, peraltro già avvertibili fin dai suoi esordi; diventa linguaggio grazie al quale il pittore può esprimere con grande libertà di gesto o di materia e colore – ma senza dover più figurare – il proprio sentimento dell’esistere tutto affidandolo al portato di una pittura che, da tragica, può anche diventare lirica, ritmica, poetica.

La mostra al Deposito Matasci, muovendosi tra Ticino e Italia, ne dà un ampio e differenziato spaccato: dai Caos di Valenti agli intrichi frenetici di Ruggeri alle esplosioni cosmiche di Monico; dagli impasti materici e ingrommati di Dobrzanski al segno della Borgnini che si condensa e raggruma in sequenze tendenti ad uscire dal quadro, ad entrare nello spazio. Fino alle rarefatte atmosfere dei “grandi assoluti” di Ruggeri, ai “paesaggi carsici” di Music, tanto decantati da trasformarsi in stati d’animo di struggente bellezza o alla leggerezza di un respiro nelle tele ovattate e misteriose, ma pulsanti di vita, di Tino Repetto.

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