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06.05.2017 - 13:420
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:11

Tutte le paure di Brunori Sas

La ragione sociale (Sas) è un vezzo ereditato dalla ditta di famiglia, settore 'mattoni'. Dario Brunori, più ditta individuale che Società accomandataria semplice, è il cantautore del momento. Suo malgrado, così sembra. Dalle paure del quasi quarantenne cosentino, delle quali lo splendido ultimo album “A casa tutto bene” dovrebbe essere insieme contenitore e medicina, è rimasta fuori quella del successo popolare. Si guardi il Brunori a Radio DeeJay, con lo sguardo tra il “che figata questo posto” e il “ma dove caspita sono finito”:

«Il fatto che il disco stia andando oltre ambiti che conosco molto bene» dice Dario, «mi porta a confrontarmi con alcuni miei pregiudizi e le mie  insicurezze. La gente mi riconosce, vuole la foto, mi si chiede di commentare le citazioni dei politici, tutte cose alle quali non ero abituato». La previsione, con annessa risata, è che «questo disco mi porterà nel baratro, pensavo fosse la fine dell'incubo e invece è solo l'inizio...».

Brunori ha almeno tre facce. Seduto al tavolo della mensa della tv di stato svizzera, in un pomeriggio ‘londinese’ di fine aprile, prende la parola per primo Brunori Uno, quello che con estrema lucidità ha capito che oggi la canzone «non arriva più dall'alto, si è persa la sacralità del poeta, dello scrittore, di tutto». È il Brunori per il quale «negli anni '90, l’ultima cosa che avresti creduto era che con un cantante ci avresti mangiato una pizza, perché il pubblico era una cosa e l'artista un'altra. Io per il pubblico sono Darione, sono uno di loro…». Nel disco, il concetto trova posto nel brano ‘Secondo me’ (“sarai anche un cantastorie, ma ogni volta ai tuoi concerti non c’è neanche un muratore”):

Ma c’è anche Brunori Due, l’umorista puro, quello che si augura problemi di audio durante lo showcase serale alla Rsi («sarebbe una dimostrazione che anche la Svizzera, l'unica cosa solida che è rimasta, ha i suoi problemi»), quello che «tra una canzone e l’altra, difficilmente parlo di cose che hanno a che fare col disco, semmai dico cazzate» perché non vuole che la gente veda in lui «qualcosa che non sono, un vate, un predicatore».

Il cantautore burlone investe d’ironia anche la sua appartenenza al genere indie, quando parla di “A casa tutto bene” come di un disco «pieno di suoni», in barba a tutte «quelle chitarrine lo-fi» che imponeva il genere («ho dei musicisti che hanno fatto il conservatorio, mi sembrava il giusto risarcimento per i loro studi»). Ce n'è anche per Takedo Gohara, già ingegnere del suono per Pagani e Capossela, che i suoni «li dipinge in modo tale che a volte non sai quale strumento sta suonando. Ascoltando il disco, ce lo chiediamo ancora adesso...». Un colpetto alla sua stessa categoria – «non credete ai cantanti, non dicono mai la verità» – arriva dal palco del Concertone del Primo Maggio, qualche giorno dopo la nostra intervista.

E poi c'è Brunori Tre, che imbraccia la chitarra e il burlone non lo vedi più, quello che – con classe e almeno un mezzo sorriso beffardo – sferra colpi bassi nella lucida e disperata “La verità”:

Gli ancestrali timori del diverso, dell’altro da sé, sono trattati con gli occhi di tutti (narratore incluso) in “L’uomo nero”, titolo che porta a pensare a ‘quello dalla pelle scura’, e invece si parla del suo carnefice, quello degli incubi peggiori:

Altri colpi bassi arrivano dal femminicidio in “Colpo di pistola”, ballad di imprevedibile dolcezza con - mazzata finale - una fanfara da funerale di prima classe:

In “Sabato bestiale”, invece, il resoconto del peggiore dei sabati sera si trasforma in una sintesi del Grande Vuoto:

Non vi ingannino i bimbi che ne “Il costume da torero” cantano “la realtà è una merda”, perché quello è il Brunori che ancora spera, e per questo si ostina a cantare “ma non finisce qua”:

Come Michael Moore che parla di Flint, sua città natale – negli anni ‘50 il posto più bello d'America, 40 anni dopo il peggiore – ‘Darione’ racconta spaccati dell'Italia reale senza falsi ottimismi. Quanto alla paura, universalmente intesa, dice di aver cercato di capire «se gli uomini che fanno paura siano così perché hanno paura a loro volta» e anche «qual'è l'essenza che mi unisce ad un'umanità che mi spinge a dire “no, quello non sono io”». Il rimedio? “Canzone contro la paura”, terza traccia da “A casa tutto bene”, dal vivo in questo estratto da Sky Arte:

Mentre deejay, giornalisti e gente comune ancora si spendono nel riconoscere nel Nostro questo o quel cantautore (quando in qualcuno ci senti tutti e nessuno, forse è quello giusto), l’ultima battuta è del Brunori Due, il burlone, che di Sanremo disse tempo fa «occorre arrivarci con le spalle larghe». Quel pensiero, oggi, è diventato «lo voglio condurre, cantare e dirigere l'orchestra, contemporaneamente». Null’altro da aggiungere, se non il link al canale YouTube del Brunori Sas, passato e – altrettanto fulgidamente – presente.

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