Ticino

‘Zali? Sono d'accordo con l'avvocato Galfetti: non doveva dimettersi’

Il già presidente del Tribunale penale Mauro Ermani sull'ex collega giudice e ministro: ‘Saprà come difendersi e magari un giorno uscirà una verità diversa’. Il caos Tpc e la polemica (a distanza) con Dadò

‘Zali? Sono d'accordo con l'avvocato Galfetti: non doveva dimettersi’
Mauro Ermani
(Ti-Press)
15 ottobre 2026
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«Sul piano umano e personale io non ho la benché minima vergogna a dire che gli (a Claudio Zali, ndr) sono vicino e che è una persona che ho sempre stimato. Non entro nel merito dei fatti. Ho rimproverato a certi personaggi che si sono permessi di dare dei giudizi senza conoscere i fatti, ci mancherebbe che facessi la stessa cosa. Penso che sappia come difendersi in tutte le istanze competenti. E forse magari un giorno uscirà una verità diversa, non lo so». Ha fatto bene Zali a lasciare il Consiglio di Stato? «La penso esattamente come l’avvocato Renzo Galfetti. Secondo me doveva tenere duro, a meno che la salute non lo reggesse. Ma questo io non lo so». Nell’intervista a tutto campo rilasciata stasera, nella trasmissione ‘Detto tra noi’, dal già presidente del Tribunale penale cantonale Mauro Ermani al direttore di Teleticino Andrea Leoni c’è stato spazio anche per il caso Zali, per l’ex ministro leghista Claudio Zali, dimessosi alla fine dello scorso mese, nei cui confronti pendono due inchieste del Ministero pubblico: una per reati sessuali e una per abuso di autorità e tentata coazione in relazione al 14enne detenuto alla Farera. Zali respinge gli addebiti. Prima di entrare in governo, Zali è stato giudice e collega, al Tribunale penale, che ha pure presieduto, di Ermani.

Gran parte dell’intervista a Mauro Ermani, travolto dal cosiddetto caos Tpc (si considera «vittima di una storia ingiusta»), dimessosi nel gennaio 2025 dalla magistratura per motivi di salute, ha però riguardato la recente sentenza della Corte dei reclami penali, che, accogliendo un ricorso dell’ex magistrato, ha annullato il decreto d’abbandono per il reato di denuncia mendace emesso nei confronti del presidente e deputato del Centro Fiorenzo Dadò e rispedito quindi l’incarto al procuratore generale per ulteriori approfondimenti. Dadò contesta il reato e la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione della Crp. Sullo sfondo sempre il ‘caos Tpc’: nella fattispecie i meme di bambini anche con animali che Ermani aveva spedito via whatsapp alla segretaria del Tribunale presunta mobbizzata e che finiti nelle mani di Dadò sono stati segnalati dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’, che presiedeva, al Consiglio della magistratura e all’autorità inquirente.

«Non è il primo politico che quando una sentenza non gli sta bene critica i giudici – ha sostenuto Ermani –. E non credo proprio che questa sentenza sia un copia e incolla del mio ricorso». Ha aggiunto: «La segnalazione che ipotizzava il reato di denuncia mendace è stata fatta dal Consiglio della magistratura. Sono venuto a conoscenza di questo procedimento (a carico di Dadò, ndr) solo in fase conclusiva, quando il procuratore generale mi ha notificato che era pendente tale procedimento e che come danneggiato potevo costituirmi accusatore privato. Ciò che ho fatto». Il pg «ha prospettato l’abbandono per il reato di denuncia mendace, oltre all’emissione del decreto d’accusa per falsa testimonianza (nei confronti del deputato, ndr). Ho visto gli atti, ho atteso poi la decisione formale di abbandono. Ho quindi ritenuto che il decreto d'abbandono non fosse corretto. Mi sono allora rivolto alla Crp dicendo che andava promossa l’accusa anche per la denuncia mendace o quantomeno rinviati gli atti al Ministero pubblico».

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