Il collettivo Io l’8 ogni giorno chiede che ‘dopo una denuncia le vittime non vengano lasciate sole’. Le deputate di Più Donne sollecitano il governo con una raffica di domande

“Dopo una denuncia, una donna non può essere lasciata sola”. A rimarcarlo con forza – dopo il ritrovamento senza vita della 52enne che aveva reso pubbliche in luglio le telefonate da lei registrate (abusivamente) con Claudio Zali, i cui contenuti hanno innescato le dimissioni del ministro leghista con effetto da fine settembre – è Io l’8 ogni giorno. Collettivo che in un comunicato stampa chiede che questa vicenda “non venga archiviata nel silenzio”, nonché che “si faccia chiarezza non soltanto sulla morte, ma anche su ciò che è accaduto nei giorni precedenti e sulle misure messe in campo dopo quella denuncia”. Il riferimento è all’aggressione di cui sarebbe stata vittima la donna qualche settimana fa mentre di notte usciva dal lago dove era solita andare a nuotare. Aggressione segnalata, con una querela, alle autorità di perseguimento penale.
Pur non “volendo fare speculazioni sulla dinamica dell’annegamento” su cui dovranno “far chiarezza le indagini”, per il collettivo c’è un fatto che “non può essere ignorato”, vale a dire la presunta aggressione e la denuncia contro ignoti. “È proprio su questo che riteniamo necessario soffermarci”, scrive Io l’8 ogni giorno. “Non sappiamo se esiste un collegamento tra quell’aggressione e la sua morte, ma sappiamo che una donna che subisce un’aggressione, finisce in ospedale e trova la forza di denunciare è in una situazione di particolare vulnerabilità”. In tal senso, viene sottolineato nella nota, “una denuncia dovrebbe attivare anche un’attenzione concreta alla sicurezza della persona, un ascolto adeguato e, quando necessario, un accompagnamento psicologico, sociale e altre misure che possano garantire l’incolumità della persona”. La domanda, quindi, è una sola: “Quando una donna trova il coraggio di denunciare, siamo davvero capaci di proteggerla?”.
Denunciare, ricorda il collettivo, “è difficilissimo. Per una donna significa spesso superare la paura di non essere creduta, il timore di essere giudicata, la paura delle conseguenze. Significa esporsi e affidarsi alle istituzioni proprio nel momento in cui ci si sente più fragili”. Tant’è, evidenzia, che “non possiamo continuare a dire alle donne di denunciare senza interrogarci su ciò che accade dopo. Perché se una donna poi viene lasciata sola rischiamo di trasformare la denuncia da strumento di protezione in un ulteriore momento di solitudine”.
A sollevare i medesimi interrogativi, un atto parlamentare di Più Donne in cui le deputate Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini sollecitano il governo con una raffica di domande. Cinque le pagine dell’interpellanza dove viene chiesto al Consiglio di Stato di chiarire “cosa debbano fare istituzioni, autorità e persone con responsabilità politiche quando vengono a conoscenza di segnali di violenza, minacce o situazioni di vulnerabilità”. E questo, precisano, “non per stabilire responsabilità nel caso specifico, che spettano agli inquirenti, ma per capire se in Ticino esistano procedure capaci di mettere insieme i segnali, proteggere chi denuncia e impedire che chi parla finisca per diventare il problema”.