Ticino

La ‘tassa sulla salute’ è un’imposta, e viola gli Accordi tra Italia e Svizzera

Lo attesta la perizia giuridica commissionata appositamente dal Ticino. Vitta: ‘Parleremo con Berna, decideremo sul blocco dei ristorni entro fine mese’

Ed eccoci qua
(Ti-Press)
3 giugno 2026
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La cosiddetta tassa sulla salute, che il parlamento italiano ha approvato ma non è ancora entrata in vigore nelle regioni di frontiera, che chiamerebbe alla cassa i ‘vecchi’ frontalieri in realtà non è una tassa. Ma un'imposta. E di conseguenza, viola l'Accordo sulla fiscalità dei frontalieri tra Italia e Svizzera.

È quanto emerge dalla perizia commissionata dal Consiglio di Stato ticinese al professor Pascal Hinny, ordinario della cattedra di diritto tributario all'Università di Friborgo, i cui contenuti sono stati appena presentati dal presidente del governo Claudio Zali e dal direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta in una conferenza stampa.

‘Ora, auspichiamo sostegno dall'Autorità federale’

Ebbene, preso atto che secondo questa perizia giuridica si tratterebbe di un'imposta, adesso, ha affermato Vitta, «il Consiglio di Stato si rapporterà con l'Autorità federale competente, con l'auspicio che la stessa sostenga le ragioni della Svizzera e del Canton Ticino». Tradotto, sostenga la possibile decisione sul blocco totale o parziale dei ristorni pagati dal Canton Ticino. Decisione che, dopo un confronto con Berna sul risultato di questa perizia, il Consiglio di Stato prenderà entro la fine del mese di giugno.

«Fin dal momento in cui lo Stato italiano si è dotato di una normativa che permettesse o obbligasse le regioni di frontiera all'introduzione della cosiddetta tassa sulla salute, si è posta la questione se essa fosse compatibile con l'Accordo internazionale bilaterale sull'imposizione dei frontalieri, rispettivamente se dovesse già ritenersi una violazione», premette Zali in apertura di conferenza stampa. L'opinione del Canton Ticino è sempre stata chiara: è un'imposta, e i ristorni possono essere bloccati. Da Berna si è alzato il muro di gomma, un po‘ per quieto vivere un po’ perché mancavano appigli giuridici.

E di nuovo Zali, quindi, a ricorda come «con questa perizia si è cercato di corroborare la nostra opinione, vista la differenza di fondo sulla visione di questo problema. Adesso, questi approfondimenti sono giunti».

In contrasto con l'Accordo

Approfondimenti spiegati da Vitta, che in primis ricorda che il quesito era chiarire se «si trattasse davvero di una tassa, quindi non in contrasto con l'Accordo, o di un'imposta, quindi in violazione». Ancor più importante da chiarire, perché, spiega il direttore del Dfe, «spetta ai Cantoni applicare questo Accordo, mentre la Confederazione e la controparte italiana si sono occupati di negoziarlo. Visto che spetta a noi, meglio avere chiarezza per tutelare i nostri interessi».

E quindi? Eccoci qua: «Secnodo lo studio del professor Hinny l'applicazione di questa tassa rappresenterebbe una violazione». Nel senso che, spiega Vitta, «la Convenzione disciplina in modo esaustivo il diritto d'imposizione dei redditi da attività lucrativa svolta in Svizzera dai ‘vecchi frontalieri’ e attribuisce il diritto di imposizione esclusivamente alla Svizzera. Dal punto di vista svizzero la riscossione unilaterale della ‘tassa sulla salute’ – un'imposta secondo il diritto interno svizzero e il diritto autonomo in materia di convenzioni – sullo stesso reddito da lavoro da parte di enti territoriali italiani costituisce, da una prospettiva svizzera, una violazione dei citati accordi».

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