A quarant'anni dal disastro alla centrale nucleare nel nostro cantone si rileva ancora il 40% del Cesio 137 arrivato in quei giorni

È la 1.23 del 26 aprile 1986. Il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, dopo una serie di errori operativi tra i quali anche la disattivazione dei sistemi di sicurezza, esplode. Si tratta del più grave incidente nucleare civile della storia. Una nube radioattiva si diffonde su tutta l’Europa, Svizzera compresa. Il Ticino, insieme a San Gallo e Turgovia, è stato il cantone più toccato. Proprio in quei giorni il nostro territorio è stato colpito da forti piogge che hanno permesso alle sostanze radioattive – in particolare il Cesio 137 – di depositarsi al suolo. «La radioattività non conosce tempo e confini. Ci ricorda in modo eloquente quanto possa incidere sulla salute pubblica», afferma il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa.
A quarant’anni da quel disastro del Cesio 137 caduto quel giorno sul Ticino ne resta circa il 40%. «Questo elemento ha un tempo di decadimento chiaro, si dimezza ogni trent’anni. Gli altri isotopi radioattivi sono invece decaduti», spiega il capo della Sezione protezione acqua aria e suolo (Spaas) Nicola Solcà. Un livello ritenuto “di sottofondo”. Non sempre infatti il Cesio 137 è biodisponibile. Un esempio per capire: «Subito dopo il disastro di Chernobyl non era possibile pescare nei nostri laghi. I pesci avevano una radioattività troppo alta. Col tempo queste sostanze sono precipitate sotto il fondale e non sono quindi più disponibili». Diverso il discorso per quanto riguarda i boschi. Per anni il Cesio 137 è rimasto nelle fasce più alte del terreno. Ancora oggi, seppur in un numero estremamente contenuto di casi, capita che alcuni capi di selvaggina cacciati in Ticino risultino oltre il livello massimo di radioattività e siano quindi confiscati al cacciatore che è tenuto a presentare la preda all’autorità cantonale per i controlli.
Un eccellente indicatore della radioattività, che dimostra come la presenza di Cesio 137 sia diminuita negli anni in Ticino, sono i funghi commestibili selvatici, come i porcini e i ‘castagnini’. «I funghi hanno una grande capacità di assorbire elementi presenti nel terreno. Tra questi – dichiara il chimico cantonale e direttore del laboratorio cantonale Nicola Forrer – c’è anche il Cesio 137». Oggi quasi tutti i funghi mostrano concentrazioni inferiori ai limiti fissati dall’Ordinanza Chernobyl. Dal 1986 sono stati raccolti e analizzati quasi 800 funghi commestibili selvatici negli otto distretti del Cantone. La maggior parte nel Luganese, che è stata una delle regioni maggiormente toccate dalla radioattività. «Quello che emerge dalle rilevazioni – commenta Forrer – conferma i tempi di decadimento previsti per il Cesio 137». Il laboratorio cantonale negli anni, anche perché come detto il Ticino è stato uno dei cantoni più toccati dalla nube radioattiva di Chernobyl, ha acquisito una solida competenza tecnica e oggi è riconosciuto come uno dei sette centri di competenza nazionale per la misurazione della radioattività nelle derrate alimentari.
A occuparsi di avere una visione d’insieme e monitorare i livelli di radioattività, come pure garantire una rapida ed efficace risposta, è la Cenal, la centrale nazionale di allarme. «Nel 1986, quando si è verificato il disastro di Chernobyl, la rete di monitoraggio ambientale era ancora in costruzione», racconta Cristina Poretti, responsabile dell’organizzazione nazionale incaricata dei prelievi e delle misurazioni. Le radiazioni conseguenti all’incidente vennero rilevate per la prima volta alla stazione di misurazione del Weissfluhjoch, vicino a Davos, il 30 aprile alle 02. L'allerta si estese poi a tutto il paese nel corso della giornata. «Oggi la rete è estremamente più performante. C’è un monitoraggio costante, ogni dieci minuti vengono inviati automaticamente dati alla centrale. A questo – continua Poretti – si aggiungono gli accordi bilaterali, internazionali ed europei che garantiscono un’informazione tempestiva sugli incidenti nucleari». In Svizzera non vennero adottate misure immediate e rigorose. Le autorità si limitarono a fornire consigli comportamentali, al fine di limitare l'esposizione alle radiazioni. Non si doveva quindi bere l'acqua delle cisterne, la verdura doveva essere lavata accuratamente e si doveva evitare il consumo di alcuni prodotti lattiero-caseari. In Ticino rimase celebre l'indicazione giunta dal direttore cantonale della Sezione protezione aria, acqua e suolo Mario Camani, che invitò a spazzolare l'insalata (più tardi lui affermò di aver detto strofinare). Ulteriori raccomandazioni erano rivolte ai bambini piccoli, alle donne incinte e a quelle che allattavano. L'unico ordine formale fu il divieto di pesca nel lago di Lugano durante il 1986.
Si diffuse rapidamente la paura dell'insalata radioattiva, malgrado le rassicurazioni dell'Unione svizzera dei produttori di verdura. Anche la fiducia nell'energia atomica venne notevolmente erosa: in tutto il paese si svolsero manifestazioni antinucleari. «A distanza di 40 anni – riprende De Rosa – possiamo guardare a quanto accaduto con maggiore consapevolezza. Nelle sua gravità l'incidente di Chernobyl ci ha infatti permesso di migliorare la gestione di emergenze future».