Sugli altri tre oggetti non ha preso posizione. ‘Iniziativa anti-dumping inefficace e costosa. Abbassando il canone è a rischio la coesione nazionale’

Manca sempre meno alle votazioni dell’8 marzo e, in quest’ottica, il governo ha preso posizione su due dei cinque temi oggetto di scrutinio popolare. In particolare il Consiglio di Stato raccomanda due ‘no’ relativi all’iniziativa popolare legislativa ‘Rispetto per i diritti di chi lavora: combattiamo il dumping salariale’ e all’iniziativa popolare ‘200 franchi bastano! (Iniziativa Ssr)’. Sugli altri oggetti – l’iniziativa popolare sul denaro contante e il relativo controprogetto diretto, l’iniziativa popolare per un fondo per il clima, nonché sulla Legge sull’imposizione individuale – il governo ticinese non si è espresso.
Nel dettaglio, lo ricordiamo, l’iniziativa che si prefigge di lottare contro il dumping salariale, lanciata dal Movimento per il socialismo (Mps) e sostenuta dalla sinistra, chiede di istituire in Ticino l’obbligo di notifica di tutti i contratti di lavoro, l’aumento del numero di ispettori che svolgono i controlli nella misura di un ispettore ogni 5mila persone attive e la creazione di una sezione dell’Ispettorato che controlli tutte le situazioni legate alla manodopera femminile, con un’ispettrice ogni 2’500 occupate. Pur condividendone l’obiettivo, per il Consiglio di Stato si tratta di una proposta “inefficace perché lega la lotta ai salari bassi quasi esclusivamente all’aumento dei controlli”. E illustra: “Già oggi il Ticino è il Cantone con il tasso di verifiche di gran lunga più alto della Svizzera che si attesta tra il 25 e il 30% delle aziende rispetto a un obiettivo nazionale che oscilla fra il 3 e il 5% nei settori non coperti da contratti collettivi”. Insomma, “moltiplicare ispettori e verifiche non porta a salari più alti”, ma anzi “significa più costi sia per lo Stato in un periodo in cui le finanze cantonali sono già particolarmente sotto pressione sia per le imprese, senza un beneficio per chi lavora. L’esperienza dimostra che controlli mirati, basati su analisi del rischio e segnalazioni puntuali, sono più efficaci di quelli generalizzati”. Un’iniziativa simile, va ricordato, era stata già bocciata dai ticinesi nel 2016. In merito, indica il governo, dopo il voto di dieci anni fa “le unità ispettive nel nostro Cantone sono già raddoppiate. Per quanto riguarda invece il divario salariale tra uomini e donne, “il Cantone dispone già oggi di strumenti mirati: dagli incentivi economici ai criteri negli appalti pubblici”, sancisce il Consiglio di Stato.
Dal canto suo l’iniziativa Ssr, promossa dall’Udc, dall’Unione svizzera arti e mestieri e dai Giovani liberali radicali, prevede di ridurre il canone radiotelevisivo per le economie domestiche a 200 franchi all’anno e di esentare tutte le imprese dall’obbligo di pagarlo. “Condividendo la posizione della Conferenza dei governi cantonali”, il Consiglio di Stato ritiene che “una così drastica riduzione del canone impedirebbe alla Ssr di continuare a svolgere in modo soddisfacente il proprio mandato di servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche e geografiche del nostro Paese”. L’informazione regionale, rimarca il governo, “ne verrebbe inevitabilmente indebolita, così come il ruolo centrale svolto oggi dalla Ssr a favore della formazione della cittadinanza e del dibattito pubblico, e della coesione nazionale. Ne conseguirebbe – prosegue – un impoverimento della copertura mediatica, in particolare delle zone periferiche, e un significativo indebolimento del principio di territorialità che caratterizza la fruizione dei media nel paesaggio mediatico svizzero”. Non solo. Il governo mette in guardia “sulle possibili conseguenze negative per la Svizzera italiana in caso di approvazione”. Vale a dire: “La conseguente riduzione dei fondi a disposizione dell’emittente pubblica porterebbe quasi certamente la nostra comunità linguistica, che oggi risulta favorita dalla perequazione finanziaria regionale dei proventi del canone rispetto al suo effettivo peso demografico, grazie a un contributo concesso pari al 22% a fronte di proventi raccolti pari al 4%, a subire conseguenze molto drastiche in termini occupazionali, e per quanto riguarda la partecipazione della Rsi ad attività culturali e sportive organizzate nel nostro cantone”. In poche parole, stando al governo, “l’approvazione dell’iniziativa rappresenta un chiaro rischio per la coesione nazionale del nostro Paese plurilingue, con una serie di rilevanti conseguenze dirette e indirette anche per il Cantone Ticino”.