La testimonianza del Giancarlo Santacroce, capo della Scientifica, che con tre collaboratori ha partecipato alle operazioni d’identificazione delle salme

«Una tragedia di questa portata suscita molteplici emozioni». A dirlo è Giancarlo Santacroce, commissario capo della Polizia scientifica ticinese, che assieme ad altri tre collaboratori ha preso parte alle operazioni di identificazione delle vittime del tragico rogo del bar Le Constellation di Crans-Montana. Interpellato da ‘laRegione’, si sofferma su quanto visto e fatto in questi giorni di permanenza in Vallese. «Prima di parlare del nostro lavoro, mi preme però sottolineare la mia vicinanza e quella della Polizia cantonale a chi ha perso un proprio caro a chi lo vede ricoverato a causa delle gravi ferite riportate nell'incendio».
Oltre a lei, quanti colleghi della Scientifica ticinese si sono recati a Crans-Montana, su richiesta di chi, con quali compiti annunciati e per quanti giorni?
«Le autorità vallesane hanno richiesto a loro supporto la partecipazione del Dvi - Ch (Disaster Victim Identification), il quale ha trasmesso una domanda di personale ai vari Cantoni per un impiego di più giorni. Questa era relativa a personale specialistico Soc-Pa (per gestire la scena dell’evento) e personale Dvi per le procedure d’identificazione. Il Canton Ticino ha messo a disposizione quattro specialisti, il sottoscritto in qualità di capo della Scientifica e tre collaboratori. Due agenti si sono occupati della scena, altri due delle procedure d’identificazione. L’intervento sui luoghi è terminato per quanto riguarda il nostro compito. Domenica tutte le 40 vittime sono state formalmente identificate».
Qual è stato il primo impatto, di fronte a una situazione tanto grave e non comune?
«In Vallese abbiamo potuto lavorare in un ambiente perfettamente organizzato dagli enti preposti. In poco tempo hanno protetto la scena dei fatti, permettendoci di operare in sicurezza e lontani da sguardi indiscreti. All’interno della scena ognuno ha potuto dare il proprio importante contributo, applicando i concetti scientifici di lavoro per questo tipo di situazioni, in un ambiente di grande rispetto e dignità per i numerosi corpi privi di vita che si trovavano all’interno della struttura».
Poi, una volta iniziato l’impiego, quali mansioni vi sono state affidate? In definitiva, quale contributo siete stati in grado di dare?
«Alle operazioni hanno preso parte degli specialisti di polizia scientifica, di medicina legale e dei dentisti forensi a livello svizzero. Come detto, il Ticino ha messo a disposizione quattro specialisti».
Dal profilo umano, al di là delle capacità professionali che vi sono richieste, quali riflessioni avete condiviso fra di voi e con i colleghi vallesani su quello che avete visto?
«Una tragedia di questa portata suscita molteplici emozioni. Il nostro compito è comunque quello di rimanere razionali affinché la qualità del lavoro eseguito sui luoghi di intervento sia compatibile con quanto ci si aspetta da noi. Dal profilo umano è tremendamente difficile accettare che dei ragazzi così giovani possano aver perso la vita in un contesto legato a una festa di benvenuto al nuovo anno».
Oltre alla tragicità dell’evento e alla sua vastità, con quali aspetti per voi nuovi vi siete confrontati?
«Per la prima volta in Svizzera è stato applicato il concetto SoC-Pa per trattare i luoghi di un fatto drammatico e con un grande numero di vittime. Si tratta di una procedura sviluppata dalla polizia francese a seguito degli attentati di Parigi. Questo metodo di lavoro permette di concentrarsi sugli aspetti legati alle vittime e alla loro identificazione, oltre ovviamente a ciò che ha causato l’evento. Lo scopo è raccogliere i dati essenziali e accorciare le tempistiche legate alle identificazioni. In tre giorni di lavoro si è riusciti a identificare formalmente 40 vittime restituendole ai loro cari. Nella drammaticità di questo evento, l’applicazione del nuovo protocollo ha accorciato le attese di un’identificazione e ha alleviato, anche se solo in parte ne sono consapevole, le sofferenze dovute all’attesa da parte dei familiari».
Quale immagine serberà della sua esperienza avuta a Crans-Montana? Cosa l’ha colpita maggiormente?
«La più grande difficoltà è stata, a livello emotivo, quella di lavorare a contatto di un grande numero di salme, perlopiù di giovanissimi. Sia sul luogo dell’evento, una volta ultimati i lavori, sia al nostro rientro in Ticino siamo quindi stati seguiti a livello psicologico. Colgo l’occasione per ringraziare i nostri psicologi di polizia per il sostegno e la loro vicinanza. Un grazie particolare va anche al comandante Matteo Cocchi per il supporto ricevuto e naturalmente ai tre collaboratori con i quali ho condiviso questo intervento, per l’eccezionalità di quanto hanno saputo affrontare e dare».
Keystone‘Una tragedia di questa portata suscita molteplici emozioni’