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30.10.2022 - 18:53
Aggiornamento: 21:23

‘Tutorie, è un mandato popolare nitido’

Il massiccio sì delle urne alle Preture di protezione. Luca Pagani, correlatore nella commissione parlamentare: ‘Ora il resto, obiettivo marzo 2023’

tutorie-e-un-mandato-popolare-nitido

«Ora abbiamo una sorta di mandato, un mandato popolare per continuare in questa direzione, approfondendo gli altri aspetti del grande e importante cantiere: mi riferisco agli aspetti organizzativi, procedurali e finanziari». Relatore con la leghista Sabrina Aldi, in seno alla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’, sulla riforma in Ticino, proposta dal Consiglio di Stato, riguardante le autorità chiamate ad applicare le misure di protezione per minori e adulti previste dal Codice civile (tutele, curatele, privazione dell’autorità parentale...), il deputato del Centro/Ppd Luca Pagani commenta così il risultato odierno delle urne. Il passaggio dal vigente modello amministrativo – incentrato sulle sedici Arp, le Autorità regionali di protezione, facenti capo ai Comuni – a quello giudiziario, con la creazione di Preture ad hoc, le Preture di protezione, e la conseguente ‘cantonalizzazione’ del sistema, è stato plebiscitato. Il 77,5 per cento dei e delle ticinesi che si sono espressi ha detto sì alla modifica della Costituzione ticinese, raccogliendo l’invito di governo e Gran Consiglio. È stata quindi ancorata alla Carta una nuova figura di magistrato, ossia il pretore di protezione: i pretori di protezione, i loro aggiunti, e gli specialisti (in psicologia, pedagogia e lavoro sociale), che affiancheranno i magistrati nel decidere le misure di protezione da attuare, verranno eletti dal Gran Consiglio, che già oggi nomina tutti gli altri giudici e i procuratori pubblici.

‘Faremo il possibile per concludere in questa legislatura’

Ok dunque al sistema giudiziario. Alle Preture di protezione. Il lavoro sul piano politico non è però concluso: bisogna tradurre in pratica il principio accolto dai cittadini, con una valanga di sì. «Il mandato popolare – riprende Pagani, contattato dalla ‘Regione’ – è molto chiaro, nitido. Sul principio, sull’adozione cioè del modello giudiziario, non c’è più discussione. Come granconsiglieri, vi è ancora più determinazione, alla luce del verdetto delle urne, nell’andare avanti per concretizzare la volontà popolare». I tempi, tenuto pure conto che stiamo per entrare nell’anno elettorale? «La mia speranza è che sugli aspetti che ho citato prima il parlamento possa determinarsi ancora in questa legislatura, dunque entro metà marzo del 2023. Faremo il possibile. Adesso aspettiamo il messaggio aggiuntivo del governo sugli aspetti procedurali di questa riforma». Le relative norme, concernenti il funzionamento delle future Preture di protezione, saranno proposte dal Dipartimento istituzioni, il quale dovrebbe metterle in consultazione prima di Natale.

Gobbi: estremamente positivo l’ok di tutti i comuni

In Consiglio di Stato si prende intanto atto del forte consenso dei cittadini al sistema giudiziario. «Un dato estremamente positivo è che tutti i comuni hanno votato a favore di questo modello – sottolinea Norman Gobbi. Sulla validità della riforma, che a più riprese ha definito storica, il direttore del Dipartimento istituzioni non ha dubbi: «Ci sarà una maggiore professionalizzazione del settore e ci saranno uniformità di prassi e parità di trattamento sull’intero territorio cantonale, cose oggi non date per via della ‘frammentazione’ dell’apparato in sedici Autorità regionali di protezione». Senza dimenticare «la maggiore autorevolezza di cui gode in quest’ambito un’autorità giudiziaria rispetto a una amministrativa: abbiamo avuto decisioni delle Arp non riconosciute all’estero, soprattutto in Italia».

Galusero: occhio ai costi

Il massiccio sì delle urne al modello giudiziario «costituisce un segnale piuttosto importante per la commissione ‘Giustizia e diritti’», afferma il suo presidente Giorgio Galusero. Commissione, ricorda il granconsigliere liberale radicale, che, aderendo al suggerimento del deputato del Ps Nicola Corti, aveva deciso di interpellare il popolo sul cambiamento del sistema prima di procedere con l’esame della riforma. «Mi auguro – aggiunge Galusero – che quando si designeranno i pretori di protezione, gli aggiunti e gli specialisti, il Gran Consiglio premi le competenze dei candidati, considerata la delicatezza della materia di cui si occuperanno se eletti. In altre parole, mi auguro che nella scelta non prevalga l’area politica di appartenenza». Già. Poi c’è la questione dei costi, «che non può essere comunque trascurata, in un periodo difficile come questo per le finanze cantonali: parliamo di quasi venti milioni di franchi», rileva il coordinatore della commissione del Gran Consiglio: «È un aspetto insomma che andrà attentamente valutato».

Vanetti: ma ricordiamoci delle persone in difficoltà

I costi, certo. «Tuttavia non vorrei che finissero in secondo piano gli obiettivi di questa riforma, uno dei quali, il principale, è di rispondere in maniera adeguata ai bisogni delle fasce più fragili della società, ai bisogni di adulti e minori in difficoltà, che necessitano di misure che li tuteli», avverte Pietro Vanetti, alla testa di Agna, l’Associazione genitori non affidatari. «Da sempre – prosegue Vanetti – sollecitiamo il passaggio al modello giudiziario, finalmente è stato sancito da un voto popolare netto. Il risultato odierno è però non un punto di arrivo, bensì di partenza. Si tratta adesso di realizzare il principio che i ticinesi e le ticinesi hanno ancorato alla Costituzione cantonale e di farlo, spero, anche adottando gli emendamenti che Agna ha suggerito per rendere ancora più efficace ed efficiente il progetto. Per esempio promuovendo la mediazione». Le sedici Autorità regionali di protezione scompariranno non domani, ma con l’implementazione della riforma. «Nel frattempo il nostro auspicio è che le Arp adottino un metodo comune di lavoro che garantisca le migliori relazioni dei bambini con i genitori separati. Penso al metodo Cochem: al riguardo è pendente un atto parlamentare di cui è prima firmataria la democentrista Roberta Soldati».

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