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28.09.2022 - 20:22
Aggiornamento: 22:21

Cassa pensioni pubblica, ‘più che un pilastro è un grissino’

Oltre 3mila dipendenti dello Stato in piazza a Bellinzona per protestare contro il taglio del 20% alle pensioni, il secondo in 15 anni.

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(Ti-Press)
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"Più che un pilastro è un grissino", è "il secondo disastro", e poi "anche noi siamo too big to fail". Basta un centone degli slogan visti oggi per le vie di Bellinzona a restituire, insieme all’ironia, anche l’umore degli oltre tremila impiegati pubblici scesi a manifestare per le loro pensioni, ora che potrebbero venire tagliate d’un 20% medio: un misto di incredulità, frustrazione e orgoglio che accomuna un po’ tutti. Ovvero insegnanti, infermieri, educatori, colletti bianchi, operai e perfino poliziotti, per una volta dall’altra parte della ‘barricata’. È toccato proprio a uno di loro – il capitano Giovanni Capoferri – aprire i microfoni ricordando che «bisogna smettere di denigrare i funzionari e il servizio pubblico», specie per il suo ruolo «a difesa delle fasce più fragili della popolazione».

Peraltro, quella che si prospetta per gli affiliati all’Istituto di previdenza del Canton Ticino (Ipct) è la seconda riduzione di queste dimensioni in pochi anni: un altro 20% si era perso per strada nel 2013, quando per il conteggio si passò dal primato delle prestazioni a quello dei contributi. L’impressione, come hanno ribadito in molti durante i loro interventi, è che ancora una volta si faccia pagare ai dipendenti pubblici «un conto che non è il nostro», quello d’una cassa pensione che fatica a ricostituire le giuste riserve.

‘Dal dirigente al bidello’

Le voci della piazza – «in pensione come Fantozzi», scandisce ripetutamente il fronte del corteo – si levano accanto a quelle degli organizzatori. La Rete per la difesa delle pensioni (ErreDiPi) ha radunato più gente di quanta non se ne vedesse da anni, qui nella ‘capitale’. Alessandro Frigeri, che fa parte della Rete nata quest’estate e insegna al Liceo di Lugano 1, è comprensibilmente soddisfatto: «Siamo riusciti a coinvolgere lavoratori di vari settori, attivando una dinamica ‘dal basso’ che ha mobilitato anche i sindacati. L’iniziativa è decisamente riuscita e si è estesa anche a numerosi momenti di protesta sul territorio, in decine e decine di luoghi di lavoro. Ora si tratta di discutere seriamente delle misure necessarie per evitare una riduzione che ci colpisce tutti, indipendentemente dal reddito, dal dirigente al cuoco della mensa e al bidello». La lotta, insomma, non può e non deve esaurirsi ora: «Aspettiamo di vedere come reagirà il mondo della politica. Resteremo pacati, ma fermi nella protesta».

La politica, già. Anche il responsabile del settore pubblico per il sindacato Ocst Giorgio Fonio, che è anche deputato del Centro, deplora chi «crede che il cosiddetto tiro al piccione – e in questo caso il piccione sono i funzionari pubblici – sia elettoralmente pagante». E ribadisce: «La piazza conferma quanto questo tema sia sentito. Emerge tutta l’esasperazione di una classe di lavoratori e lavoratrici che non vuole più fungere da strumento per il risanamento delle casse dello Stato».

‘Macché privilegiati’

Eppure è ancora forte – nell’opinione pubblica come in alcuni segmenti del mondo politico – l’impressione che gli impiegati pubblici siano tutto sommato dei privilegiati, col posto fisso e lo stipendio sicuro: gente che non dovrebbe lamentarsi. Un cliché fermamente respinto da Aldo Zwikirsch, vicepresidente Vpod: «Non credo assolutamente a questa barzelletta. In certi settori, è vero, godiamo di maggiori garanzie, ma per le pensioni questo non corrisponde assolutamente al vero. Basti citare ad esempio il fatto che in parecchi settori privati i datori di lavoro non hanno esitato a risanare le loro casse pensioni, di tasca loro, mentre in Ticino la maggioranza politica fa melina di fronte a quello che si prospetta come il secondo grave taglio alle nostre pensioni in pochi anni».

Con il nuovo adeguamento – deciso dal Cda di Ipct per risanare le casse dell’Istituto insieme a un’emissione di obbligazioni per 700 milioni di franchi, finora andata a vuoto – il tasso di conversione passerebbe dall’attuale 6,17% al 5% a partire dal 2024. Secondo le stime pubblicate ieri dal Movimento per il socialismo, in prima fila nell’organizzazione della mobilitazione, questo significherebbe ad esempio che la rendita di un’impiegata amministrativa al 100% nata nel 1977, con un salario da 5’431 franchi, si fermerà a 1’792 franchi contro gli attuali 2’210, mentre un docente di liceo del ’74 con un salario da 8’943 franchi passerebbe da 2’931 a 2’376 ("vado a scuola tutti i giorni… da grande farò il barbone?", domanda uno di loro). Perdite simili sono previste per molte altre categorie, dai tecnici agli impiegati delle strade nazionali e delle decine di Comuni pure affiliati all’Ipct. Cifre che, secondo un altro sardonico striscione, "non bastano neanche per stare a guardare i cantieri".

Vitta: ‘Lavorare insieme’

Sollecitato da ‘laRegione’, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia Christian Vitta promette attenzione per le istanze dei manifestanti: "Come governo abbiamo già dato la disponibilità a sederci al tavolo coi partner sociali per negoziare possibili misure di compensazione, nella consapevolezza che poi comunque tali misure dovranno trovare l’avallo del parlamento". Parlamento che, gli ricordiamo, negli anni ha visto partire più d’una bordata contro i privilegi veri o presunti della pubblica amministrazione. Senza sbilanciarsi, Vitta riconosce che «l’ultima volta che si è affrontato il dibattito attorno al credito per la cassa pensioni, si è trattato di una discussione animata e tale da riflettere visioni anche molto diverse. Già in quell’occasione si era accennato alla possibile compensazione dell’adeguamento del tasso di conversione, spero che si possa ancora ragionare tutti insieme».

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