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laR
 
23.08.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:30

Cantonali ’23, la scelta di Greta Gysin: ‘Non mi candiderò’

La consigliera nazionale dei Verdi scioglie le riserve. In esclusiva a laRegione spiega i motivi del passo di lato e parla delle prospettive dell’area

cantonali-23-la-scelta-di-greta-gysin-non-mi-candidero
Keystone
‘Motivi politici, a Berna ancora molto lavoro da fare’

«No, per queste elezioni non sarò in lista per il Consiglio di Stato». Corteggiata, invitata e forse anche qualcosa di più a far parte della lista progressista per le elezioni cantonali del prossimo aprile la consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin rinuncia e, in una lunga intervista in esclusiva a ‘laRegione’, l’unica concessa dalla deputata sul tema e rilasciata nella sede del giornale, ne spiega i motivi. Ma parla anche delle prospettive dell’area progressista, sulla quale è perentoria: «Sarebbe tragico se il destino di un’area politica fosse legato a una sola persona. Confido in una crescita, sono fiduciosa».

Andiamo con ordine, come ha maturato la decisione di non entrare in lista?

Non volevo prendere una decisione affrettata, e mi sono dunque presa tempo per riflettere a fondo. Anche per non mancare di rispetto verso tutte le persone che negli ultimi mesi mi hanno attestato la loro stima e incoraggiato a candidarmi. Se ho deciso di non correre nonostante tutto, è perché non vorrei che il mio lavoro a Berna restasse una toccata e fuga. La politica federale mi appassiona, la voglia per continuare non mi manca e ci sono ancora tanti temi che vorrei continuare a sviluppare. La lotta alla violenza digitale e a quella di genere, la parità, i diritti nel mondo del lavoro. Oltre che, naturalmente, i temi ambientali. Svolta climatica su tutti.

Non ci sono altri motivi, magari di natura personale?

Conciliare politica e vita privata è una sfida per chiunque, a maggior ragione per chi come me ha figli ancora piccoli. Ma come mi sono organizzata per Berna, grazie al prezioso sostegno della mia famiglia, potrei farlo anche per Bellinzona. No, i motivi della rinuncia sono proprio politici: non voglio lasciare Berna dopo nemmeno una legislatura. Peraltro nel biennio 2024-2025, previa rielezione, assumerei la presidenza della Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale... insomma, a Berna il lavoro davvero non mi mancherà.

Senza di lei il seggio dell’area progressista rischia di essere in pericolo?

No, non credo né di essere così importante né che l’area sia così tanto in crisi. Soprattutto se si porta a compimento il progetto di una lista di forze progressiste, che si uniscono per un Ticino diverso. L’urgenza di cambiare rotta aumenterà nei prossimi tempi con l’inflazione, la crisi energetica e climatica, le disuguaglianze sociali e la povertà in aumento. Bisogna contrastare le politiche della maggioranza. Per farlo le forze progressiste devono unirsi, e proporre un progetto di società diverso.

E neanche questo discorso d’area dipende dalla sua candidatura o meno? L’accordo su due nomi socialisti e due verdi, e per ogni partito un nome su cui puntare e uno d’accompagnamento, sembrava cucito apposta per lei almeno da parte ecologista.

In ogni momento delle negoziazioni e a ogni livello, nel mio partito si è sempre discusso di un progetto sul lungo termine, non di potenziali candidature nel corto termine. La decisione di ragionare e lavorare sull’area è stata quindi presa indipendentemente dalla mia persona. Per i Verdi non cambierà nulla, per le altre forze politiche non posso rispondere.

L’esclusione dell’Mps dopo la sua proposta di una lista unica della sinistra anche per il Gran Consiglio rischia di ripercuotersi sulla conferma del seggio?

L’Mps ha presentato le proprie proposte in maniera che non si potesse far altro che rifiutarle. Non è una buona base di partenza. Detto questo, le porte per un’alleanza progressista sono ancora aperte per chiunque intenda collaborare seriamente a un progetto d’area.

La mozione interna della minoranza del Ps chiede tre posti ai socialisti e due ai Verdi, cosa ne pensa?

Spero, e non mi riferisco solo a questa parte del Ps ma anche ad altre forze politiche che si riconoscono nell’area, che di fronte a tutti i problemi sociali e ambientali che ci troviamo ad affrontare, si anteponga l’interesse comune ai personalismi. Dobbiamo fare un discorso di contenuti e obiettivi concreti da raggiungere a medio lungo termine, non pensare solo a chi siederà in governo nella prossima legislatura.

Però con lei in lista c’era chi pensava addirittura a un raddoppio, e con due esponenti di governo progressisti la bilancia potrebbe pendere un po’ più verso le vostre proposte e sensibilità. Ha tenuto conto anche di questo nel prendere la sua decisione?

Credo in una crescita della nostra area e spero che si arrivi a un raddoppio. Forse senza di me sarà più difficile, ma per me la politica è sempre stata anche essere onesta con me stessa. In questo momento se mi fossi candidata per il Consiglio di Stato non avrei potuto fare campagna con la convinzione necessaria. D’altra parte il mio obiettivo in politica non è mai stato collezionare poltrone: nel 2015 ho rinunciato a una rielezione certa in Gran Consiglio perché il mio partito stava andando in una direzione diversa dalla mia. Non sono disposta a fare qualsiasi cosa pur di restare attrice protagonista: anche adesso voglio restare fedele a me stessa e ai miei principi.

Una buona fetta dell’elettorato però rimarrà delusa.

C’era chi mi diceva che avrei dovuto assolutamente candidarmi, ma c’erano anche altri che mi consigliavano di continuare a Berna. Dall’altra parte mi dico che se il destino dell’area dipende da una sola persona questo la dice lunga sullo stato dell’area, e quello su cui dobbiamo lavorare è rafforzarla. Questo può accadere facendo crescere più persone e nuovi profili, dando loro spazio.

Non si candida, ma alla campagna elettorale parteciperà comunque?

Fermo restando che la campagna devono farla anzitutto i candidati e le candidate, dato che sono loro che devono farsi conoscere ed eleggere, parteciperò alla campagna. Darò il mio contributo a sostegno della lista verde per il Gran Consiglio, e di questo progetto di lista unica anche se, come spero, la lista unica per il governo si concretizzerà in un programma e nei nomi di chi correrà per il Consiglio di Stato. In questo progetto ho creduto sin dall’inizio, indipendentemente dalla decisione di candidarmi o meno. Peraltro se ho considerato la possibilità di farlo, è stato soprattutto perché sollecitata da altri.

Considera le elezioni cantonali del prossimo aprile un banco di prova per l’alleanza rossoverde in vista delle federali, che si terranno pochi mesi dopo?

Se fosse per me, già oggi potremmo rinnovare la collaborazione instaurata in occasione delle elezioni federali del 2019. A differenza di quelle precedenti, si era optato per l congiunzione e di correre, fra l’altro, con un ticket al primo turno per il Consiglio degli Stati. Un’alleanza che ci ha permesso, come area, di ottenere un seggio in più al Nazionale con la mia elezione e, per la prima volta, di entrare agli Stati con l’elezione di Marina Carobbio. Non vedo motivi per abbandonare la strategia rivelatasi vincente alle federali del 2019.

Torniamo alle elezioni cantonali, la decisione di non candidarsi deriva anche dal timore di eventualmente confrontarsi con Marina Carobbio, nome gettonato per quanto riguarda le candidature del Ps, cosa che avrebbe potuto causare frizioni tra Verdi e socialisti?

No, non avrei avuto alcun timore. Tra me e Marina il rapporto è da sempre corretto e leale, a Berna abbiamo anche portato avanti dei progetti comuni. Guardate, in un’elezione ci si mette a disposizione senza avere la certezza di essere eletti: è la politica, bisogna accettarlo. Se fossi stata in lista con Marina, il risultato non sarebbe stato scontato né per me, né per lei. Ma era proprio anche per evitare speculazioni di sorta, che ho voluto comunicare la mia decisione prima di sapere se Marina Carobbio si candiderà o meno. La mia decisione è indipendente da quella degli altri. Ad oggi non conosco le intenzioni di Marina.

Due esponenti del Ps, due dei Verdi e un rappresentante della cosiddetta società civile. Se questa composizione della lista unitaria verrà avallata dalle basi dei due partiti, si tratterà di individuare il quinto nome. Il rappresentante appunto della società civile. Potrebbe entrare in linea di conto l’ex rettore dell’Usi Boas Erez?

Il mio auspicio è che il quinto candidato o la quinta candidata sappia attirare anche i voti di quell’elettorato che non si riconosce nei due partiti. Sarebbe il valore aggiunto di questa candidatura. In tal senso Boas Erez potrebbe essere sicuramente un buon nome. Bisogna vedere se lui si ritiene pronto ad affrontare la sfida e se ha voglia di cimentarsi in una campagna elettorale piuttosto impegnativa.

Intanto in casa Ps c’è chi, come si è ricordato prima, non digerisce la formula individuata nelle trattative fra i vertici dei due partiti...

Il discorso della parità, due candidati a testa per Verdi e Ps, è assolutamente giustificato. Il mio partito sta svolgendo un ruolo sempre più importante nel contesto della politica cantonale e alle elezioni federali del 2019 ha ottenuto un risultato praticamente pari a quello conseguito dal Ps. Chi continua con questo mantra del diverso peso elettorale dei due partiti e sostiene che il Ps è più forte, forse non è aggiornato. Insomma, qui si tratta, quale obiettivo minimo, di ottenere in Consiglio di Stato un seggio comunque dell’area progressista. Ciò per evitare un ulteriore scivolamento a destra della politica cantonale, e dunque l’adozione di politiche che rischiano di penalizzare il ceto medio e ancor più le fasce più deboli della società. Tra rincari vari e crisi climatica e ambientale, non vedo in questo momento iniziative concrete del Consiglio di Stato.

A proposito di temi, quali sono le priorità dei Verdi?

Tra la lotta alle disuguaglianze sociali, la parità e i diritti dei lavoratori, sui problemi da affrontare c’è l’imbarazzo della scelta. Ma la svolta climatica rimane il tema centrale. Sia per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, sia per quanto concerne l’adattamento alle diverse condizioni climatiche. La svolta energetica rientra pure in questo contesto. Se l’avessimo perseguita con più convinzione in passato, oggi non ci ritroveremmo a discutere di possibili blackout. Chi ora afferma che dobbiamo investire ancora di più nelle centrali a gas, nel petrolio e nel nucleare non ha capito che il problema sta proprio lì. Dobbiamo puntare invece sulle rinnovabili, sull’indipendenza energetica dall’estero, sul risparmio energetico e sulla sobrietà. Saremmo molto meno vulnerabili, da molti punti di vista, anche per quanto riguarda il rincaro energetico che stiamo vivendo attualmente. Il Cantone, il nostro come gli altri, avrebbe margini di manovra ma finora è rimasto immobile.

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