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08.07.2022 - 18:32
Aggiornamento: 19:22

Cuochi, camerieri e lavapiatti: dal Comasco al Ticino

Bassi salari in Italia ed è la fuga. I sindacati: non c’è da stupirsi...

di Marco Marelli
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Ti-Press
Cucina... insubrica. Ma stipendi diversi

Forse non sorprende il fatto che nel Comasco (ma succede in tutta la fascia di confine) dopo medici, infermieri, insegnanti e ingegneri (soprattutto informatici), mai come quest’anno scappano in Ticino anche cuochi, camerieri e lavapiatti. Una fuga molto avvertita in queste ultime settimane che coincide con una forte ripresa del turismo che, primi dati alla mano, va oltre gli anni pre-Covid e sta mettendo in crisi numerose strutture turistiche, in primis quella della ristorazione. Il perché della fuga in Ticino è lo stesso per il quale continua a gonfiarsi il frontalierato che di mese e in mese raggiunge nuovi primati: la busta paga, quando tanti lavoratori del turismo sul versante comasco (ovviamente la considerazione ha valenza nazionale) che se non proprio sfruttati sono ancora troppo spesso sottopagati o costretti a subire contratti in cui si chiede la disponibilità totale, anche in termini di orario, compensandola con stipendi che in altri settori si raggiungono con un part-time. Cinque euro all’ora il compenso medio di un lavapiatti comasco che riesce a guadagnare anche 1’500 euro netti al mese, per 60 ore alla settimana e comprensivo di festività, lavoro notturno festivo, rate di 13sima e 14esima: è quanto previsto in una lettera di assunzione di un noto albergo comasco.

"Anche per questo non c’è da stupirsi se chi può scappa a lavorare negli alberghi e nei ristoranti svizzeri, che oltre a pagare bene applicano alla lettera, o quasi, i contratti. Non è un caso quindi che mai come quest’anno registriamo domande di dimissioni volontarie da parte di dipendenti del settore turismo, a fronte di continue richieste di personale da parte degli operatori – sostiene Fabrizio Cavalli, segretario della Filcams Cgil di Como, sindacato che dati alla mano è intervenuto nella polemica secondo cui non si trovano lavoratori in quanto preferiscono starsene a casa grazie al reddito di cittadinanza –. Inoltre, ci arrivano richieste di vertenze per violazione delle normative contrattuali e per assunzioni non regolari con lavoro nero o più spesso grigio. Quindi con contratto part-time, ma lavoro full time". In questa situazione, stando al sindacato, versano molti dei 26mila addetti impiegati nel settore, il 9% della forza lavoro totale delle due province lariane (17’500 a Como e 8’600 a Lecco). "Troppo spesso si lavora per 6 giorni pieni alla settimana e non 5 giornate e mezza – prosegue Cavalli –. Inoltre, l’orario di 40 ore viene superato, in particolare nella ristorazione, già al quarto giorno di lavoro". Servono una contrattazione di secondo livello aziendale e territoriale magari accompagnata da premi che oltretutto godono di sgravi fiscali. "Chi consente il lavoro nero e il lavoro grigio nella sua azienda compie concorrenza sleale nei confronti degli altri imprenditori – sottolinea Umberto Colombo, segretario generale della Cgil Como –. Con l’aumento del turismo, i fondi in arrivo dal Pnrr dobbiamo incrementare un lavoro di rete fra parti sociali e associazioni datoriali". La Cgil il suo contributo ha deciso di darlo aumentando la propria presenza in Alto Lago e nei comuni del Ceresio comasco, dove si concentra l’offerta turistica della provincia lariana.

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