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laR
 
07.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:17

‘Nessuno sta sotto i ponti. Malessere giovanile, non economico’

Presentati gli aggiornamenti del Morisoli Welfare Index. Pamini: ‘Lo Stato sociale è da riformare integralmente ripensando l’uso delle attuali risorse’

«Non ci illudiamo di spegnere completamente la macchina sociale ticinese nel nome del liberismo, semplicemente è necessario aggiustarne il tiro. Lo attestano diversi indicatori tornati a crescere in modo preoccupante». Gli indicatori a cui fa riferimento Paolo Pamini, deputato Udc in Gran Consiglio e presidente di AreaLiberale, sono i 90 che compongono il cosiddetto Welfare Index, elaborato assieme al collega di parlamento e di partito Sergio Morisoli. Si tratta di un Indice che a mente dei due ideatori consente di misurare il malessere sociale della popolazione considerando «a 360°» le sue possibili manifestazioni. A formare sei macrocategorie tematiche si trovano variabili come il tasso di abbandono della formazione scolastica, il numero di divorzi, quello della vendita di armi, la percentuale di lavoratori precari, quella degli appartamenti sfitti, con dati estrapolati dalle statistiche ufficiali, ponderati secondo dei criteri soggettivi, «ma costanti dal 2011 al 2021 per permetterne la comparabilità».

Ieri sono state annunciate le cifre aggiornate del Welfare Index relative al 2021, il cui valore complessivo ha raggiunto quota 123,09 punti rispetto ai 100 dell’anno di riferimento 2011. Questo indicherebbe lungo l’arco di un decennio un peggioramento del malessere sociale generale del 23%. Osservando più da vicino le macrocategorie, Pamini individua due estremi: «C’è un ambito verso cui tutti guardano ma dove non serve intervenire, ovvero quello degli aiuti economici ai bisognosi. Mentre l’elefante nella stanza di cui pochi si occupano è il mondo giovanile e in particolare della delinquenza». Prima di entrare nel merito di tale valutazione compiamo un passo indietro.

Nel 2020 l’Indice era diminuito di 6,74 punti rispetto all’anno precedente, ciò che indicherebbe un calo del malessere sociale in piena pandemia. Sembra controintuitivo. Non si tratta forse di un sistema di valutazione un po’ raccogliticcio che riunisce indicatori troppo eterogenei?

Accettiamo una certa critica sulla metodologia perché come tutti gli Indici anche il nostro è costruito manualmente. Ciò che conta però è che la ponderazione degli indicatori non cambia nel tempo, pertanto una volta stabilita la ricetta i dati di ogni anno sono confrontabili tra di loro. Per gli scrupoli dei tecnici, un’analisi fattoriale con rotazione varimax ha confermato la presenza di 5 o 6 ambiti omogenei interpretabili in modo simile al nostro. Sempre per i tecnici, anche l’alfa di Kronbach è molto alta. Insomma, non stiamo "cuocendo i dati" ad libitum. Venendo alla definizione di malessere sociale, in tutta onestà non siamo in grado di darne una precisa, e proprio per questo ci atteniamo a una moltitudine di dati invece di parlare sulla base di sensazioni personali e parziali. Ciò che ci dicono le cifre è che nel 2020 il malessere così come lo abbiamo misurato per nove anni sembrerebbe diminuito. Meno criminalità in generale, meno minorenni condannati. Ma avendo rinchiuso la popolazione in casa proibendole di interagire, questo non stupisce. Si constata anche che non è avvenuta un’esplosione nel ricorso all’assistenza sociale, e ciò è riconducibile al fatto che con gli aiuti economici Covid la situazione è stata contenuta.

Secondo voi nel 2020 il lockdown "con i suoi proibizionismi" era riuscito a manipolare la realtà temporaneamente "tanto da far credere o sperare ad alcuni che la privazione delle libertà e il dirigismo statale fossero una cosa utile e buona".

Si tratta di un commento ironico con un fondo di verità. La domanda al governo è: visto che nel 2021 siamo tornati nel trend di continuo peggioramento della situazione, cosa si intende fare? Rinchiudere nuovamente la popolazione per frenare il malessere? Oppure è giunta l’ora di ripensare integralmente il Welfare state ticinese?

Puntate il dito contro una spesa statale "che cresce sempre più della ricchezza prodotta, ma che è inefficace e inefficiente per diminuire il malessere sociale", il quale "non è influenzato da bisogni finanziari ma piuttosto da altri problemi extramonetari". Considerazione dovuta al fatto che il tasso di povertà ticinese secondo i vostri indicatori rimane piuttosto stabile. Il fatto che comunque sia il più alto in Svizzera non richiede attenzione?

Non è la priorità in questo momento. Non vediamo nessun peggioramento sul fronte prettamente economico, non ci sono persone che finiscono sotto i ponti e non c’è necessità di aumentare gli aiuti finanziari. Anzi, la socialità intesa alla vecchia maniera andrebbe probabilmente ridimensionata. Senza tagliare la spesa sociale nel suo complesso e rimanendo nei paletti del diritto federale, dovremmo reimmaginare che cosa fare con le risorse a disposizione. Quello che ci dicono i dati guardando sotto il pelo dell’acqua è che la tempesta si sta muovendo in altre zone. In particolare nel mondo giovanile, che manifesta un disagio da curare al più presto per non avere problemi ancora più grossi fra 15 anni. Se i giovani si perdono e iniziano ad avere comportamenti devianti, diventano innanzitutto persone non abili a entrare nel mercato del lavoro, il che li mette a rischio di trovarsi in situazioni familiari instabili. Le premesse più facili per cadere in un precariato economico sono tipicamente il divorzio con figli a carico e la parallela mancanza di una formazione. Noi non facciamo mistero di avere un orientamento liberalconservatore, quindi a nostro giudizio le migliori e più robuste istituzioni sociali restano la famiglia e i posti di lavoro.

Concretamente come vedreste meglio reindirizzate le risorse per aiutare i giovani?

In merito al crescente disagio giovanile e alla delinquenza in aumento che rileviamo nei dati, gli esperti del settore – nell’Amministrazione cantonale ma anche nel parastato e nella società civile – potrebbero in primo luogo fornire le proprie chiavi di lettura ai numeri duri e crudi da noi raccolti. Ne risulterebbero probabilmente dei consigli di intervento pratico. Anche una sbirciatina agli altri 25 Cantoni aiuterebbe a trovare la necessaria ispirazione.

Sostenete però anche che concausa del malessere in aumento è un mercato del lavoro ticinese "saccheggiato". Da chi? Il dumping salariale non è figlio del liberismo?

Come abbiamo sempre detto la responsabilità è della libera circolazione delle persone. Naturalmente un’attività economica come quella ticinese non sarebbe possibile senza la collaborazione con cittadini frontalieri perché non ci sarebbero abbastanza persone per fare tutti i lavori. Ma con la permeabilità delle frontiere si è rotto un equilibrio che si era instaurato nei decenni passati. Poi è chiaro che c’è un discorso di domanda-offerta: a sud del confine ci sono 8 milioni di persone pronte a lavorare e qui siamo in 240mila. Con una situazione di sovra-offerta da Oltreconfine non è una sorpresa che i salari diminuiscano. Quando invece c’era un sistema con contingenti questa pressione veniva tamponata.

L’Indice è nato con l’auspicio che fosse usato il più possibile per una discussione politica aperta. È andata come speravate o non è stato preso abbastanza sul serio?

Purtroppo per il momento l’auspicio rimane lettera morta. Di questi numeri abbiamo già parlato varie volte nei dibattiti parlamentari, i colleghi in aula ascoltano però non parte la discussione. La realtà brutale è che la socialità rappresenta un’attività che occupa parecchie persone nell’Amministrazione cantonale e nel parastato, spesso con fortissimi legami partitici, che hanno poco interesse a segare il ramo su cui siedono. Proprio perché non siamo degli illusi politici, noi qui in realtà proponiamo di mantenere le stesse risorse e di utilizzarle meglio. Manteniamo pure gli attuali dipendenti pubblici nella socialità, ma ripensiamo l’organizzazione interna e soprattutto le aree di intervento. Tutto come richiesto dal Decreto Morisoli votato dalla maggioranza dei cittadini il 15 maggio scorso, che non taglia bensì contiene e reindirizza la spesa pubblica. AreaLiberale come think tank liberalconservatore dà il suo contributo suonando il campanello di allarme e condividendo queste analisi che avrebbe da tempo dovuto fare il governo e soprattutto il Dipartimento sanità e socialità. Noi non demordiamo e andremo avanti a tematizzare questa urgenza nei dibattiti elettorali e forse anche con atti parlamentari molto mirati.

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