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laR
 
10.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:29

Terza età, nell’ombra della violenza involontaria

È stato costituito un centro di competenza nazionale per combattere gli abusi sulle persone anziane, un fenomeno dalle proporzioni molto grandi

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Ti-Press
In aiuto sia alle vittime che a chi compie involontariamente maltrattamenti

È un fenomeno dalle proporzioni considerevoli ma perlopiù relegato nell’ombra, quello della violenza contro le persone anziane. In Svizzera si stima che i casi di maltrattamento verso questa categoria della società ammontino a oltre 300mila all’anno. Per far luce sulla questione e alzare un argine protettivo è stato costituito un centro di competenza nazionale denominato ‘Vecchiaia senza violenza’ che riunisce le tre organizzazioni indipendenti Pro Senectute Ticino e Moesano, alter ego Svizzera romanda e l’Unabhängige Beschwerdestelle für das Alter Uba.

Non sempre si tratta di maltrattamenti intenzionali, può anzi capitare che i propositi siano buoni ma che si abbia, per esempio, un eccesso di cure o di stimoli. «Il più delle volte sono azioni che hanno a che fare con la trascuratezza, la mancanza di attenzione o la violazione di alcuni diritti come l’autodeterminazione della persona anziana – spiega la psicoterapeuta Francesca Ravera, membro del comitato direttivo del neonato centro di competenza e attiva in Pro Senectute –. Penso ad esempio alla mancanza di rispetto per i ritmi, gli orari, i bisogni della persona anziana o a quelle situazioni in cui si sovradetermina cosa sia giusto o sbagliato». Prevaricazioni che solitamente vengono sottostimate e non destano scalpore ma che arrecano un danno alla qualità di vita di chi le subisce. Il ventaglio poi si apre fino a veri e propri abusi che hanno a che vedere con la violenza fisica, psichica (dalla mortificazione, alle minacce, ai rimproveri), finanziaria (ad esempio la captazione di eredità), a sfondo sessuale, e con l’incuria (come alimentazione inadeguata, mancata somministrazione dei farmaci necessari).

Fattori di rischio per chi subisce e chi fa del male

Esistono persone anziane maggiormente esposte ai maltrattamenti, illustra Ravera, che elenca alcuni fattori di rischio: «L’essere soli, malati, in condizioni socioeconomiche precarie. In genere più sono gli elementi di fragilità, più il pericolo di maltrattamento aumenta anche perché la dipendenza da altri è più grande». A perpetrare violenza sono soprattutto i familiari più stretti o i professionisti che prestano assistenza, e anche da questo versante esistono degli elementi che incrementano la possibilità di incorrere in comportamenti non rispettosi della persona anziana. «Sicuramente influiscono la fatica, il sovraccarico, l’incapacità di gestire lo stress o specifici momenti situazionali. Ma anche la mancanza di conoscenza della patologia della persona. Senza contare – aggiunge Ravera – la solitudine e lo scarso riconoscimento sociale dei familiari curanti, o i problemi che possono riguardare le strutture per anziani legati alla mancanza di personale o di personale specificamente formato, o a un ricambio frequente».

La creazione di una rete a cui far capo è il tentativo messo in campo dalle tre associazioni per contrastare questa triste realtà. «Il nostro obiettivo è di proteggere le vittime e ridurre le conseguenze del maltrattamento, ma anche di agire sulle cause – spiega l’esperta –. Le situazioni che ci prefiggiamo soprattutto di intercettare con i nostri mezzi sono quelle che riguardano azioni violente non intenzionali con una presa a carico di tutto il nucleo familiare». Un approccio che intende dunque aiutare anche chi attua la violenza a prendere consapevolezza dei propri limiti e delle proprie fatiche. «A volte basta far riflettere su quali sono le conseguenze di un comportamento sul piano psicologico o emotivo della salute per immediatamente correggere i comportamenti e indicare i sostegni esistenti. Abbiamo ad esempio affrontato situazioni di famiglie stanche e stremate che non sapevano più come fare per garantire la giusta attenzione al proprio caro». L’intervento passa pure per la diffusione di una cultura del buon trattamento: «Agiamo per prevenire le diverse forme di violenza cercando di parlare del fenomeno in modo che sempre di più persone coinvolte affrontino la paura del giudizio o dello stigma che può celarsi dietro certi tipi si situazioni e comportamenti. L’appello è di farsi aiutare prima di trovarsi in una situazione di urgenza o di grande compromissione».

Già nel 2019 era stato istituito lo sportello nazionale Vecchiaia senza violenza, una linea a disposizione di vittime, parenti, terze persone e professionisti del settore che ha ricevuto finora 600 segnalazioni di presunta violenza. «Per il Ticino abbiamo dati ipotetici ma non ufficiali, il nostro osservatorio è quello di un ufficio che riceve alcune decine di chiamate all’anno. Non tutte si tramutano in prese a carico, alcune rimangono nel quadro della consulenza, per altre forniamo una lettura della situazione». Ora con il centro di competenza si è deciso di fare un ulteriore passo riunendo le competenze tecniche ultraventennali delle tre organizzazioni. I suoi servizi andranno a integrare l’offerta esistente nell’ambito della violenza domestica e saranno parzialmente finanziati dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna Ufu.

È necessario però anche un cambio di cultura che si interroghi sul ridimensionamento del riconoscimento sociale a cui vanno incontro le persone anziane. «C’è una serie di pregiudizi e stereotipi che abbassano l’autostima, riducono le capacità di scelta e di discernimento, l’autonomia degli anziani – valuta Ravera –. Quando si fanno scelte sulla base di luoghi comuni inevitabilmente non si tengono in considerazione la variabilità individuale e non si valorizza la persona nella sua interezza e complessità. Spesso quella di cui stiamo parlando è una fascia di età per cui si ritiene che abbia bisogno di poco e richieda poco. Indubbiamente è un tema urgente da affrontare, anche di fronte al crescente invecchiamento della popolazione».

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