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Non ci sono segnali di una recrudescenza del fenomeno
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laR
 
01.02.2022 - 08:07
Aggiornamento: 16:05

Suicidio e giovani, i social come valvola di sfogo

Gli esperti mettono però in guardia: ‘Non sempre le risposte sono le più adeguate, soprattutto in una fase adolescenziale’

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«Non riuscivo a parlare con persone della mia età perché non avevo dei veri amici di cui mi fidavo». Giada* ha ventiquattro anni e ci racconta della sua adolescenza, un periodo per lei di grande sofferenza, durante il quale ha anche provato a togliersi la vita. Ora però sta bene, ha lavorato a fondo con una psicoterapeuta sulle questioni che l’avevano portata a stare male con sé stessa e col mondo. Impiegata nel sociale racconta che molti giovanissimi quando vivono momenti difficili scrivono sui social a persone che non hanno mai incontrato: «Non conoscendole sentono di riuscire a parlare più liberamente, senza che vi sia un giudizio dall’altra parte», spiega. «Esprimere sui social il proprio malessere può rappresentare per alcuni ragazzi un canale verso la condivisione del proprio stato d’animo», dice Sanja Glisic, psicoterapeuta e psicologa del Servizio medico psicologico del Cantone Ticino (Smp). Il rischio però c’è: «Non è detto che la risposta sia poi quella più adeguata». In alcuni casi ci sono dei veri e propri gruppi in rete e per mantenere il senso di appartenenza «si rischia di legarsi di più al sintomo, soprattutto se si è in fase di costruzione della propria identità e non si hanno altri modelli d’identificazione», mette in guardia la psicoterapeuta.

Parlare della sofferenza via chat

Le offerte di aiuto sul territorio ci sono, ma non sempre sono conosciute o prese in considerazione dai ragazzi: «A scuola non avevo mai sentito parlare dei vari servizi e il telefono amico per me era semplicemente il numero che i miei compagni di classe chiamavano per fare gli scherzi», ricorda Giada. «Mi sarebbe piaciuto sapere che c’erano queste possibilità». Per quanto riguarda le scuole medie «generalmente i ragazzi e le ragazze si rivolgono al docente di classe o a quello di sostegno. Abbiamo inoltre notato che i giovani parlano fra di loro e a volte chi è seguito da noi consiglia agli amici di venire qui», ci dice la dottoressa Tessa Pidò, pedopsichiatra e capo servizio Smp del Sopraceneri. «In alcuni istituti superiori, come i licei e la Scuola cantonale di commercio, sono presenti degli sportelli dove educatori o psicologi offrono ascolto agli studenti che lo desiderano, senza che venga aperta una cartella al nostro Servizio. Inoltre esiste la figura del mediatore, si tratta di insegnanti che hanno ricevuto una formazione apposita per poter accogliere e gestire i vari problemi degli allievi». Nelle scuole dove non è presente lo sportello «vi è comunque un’informazione circa le possibilità di aiuto sul territorio».

Da non dimenticare è il numero di telefono (0848 062 062) dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (Osc) attivo tutti i giorni a tutte le ore per persone di ogni età. «Un’équipe infermieristica accoglie le richieste e dà le risposte immediate a chi ne ha bisogno», illustra il dottor Rafael Traber, psichiatra, psicoterapeuta e direttore sanitario dell’Osc. «Per esempio si organizza un colloquio con uno psichiatra nei pronto soccorso dell’Eoc. Col medico viene poi valutato il piano terapeutico, che può essere una presa a carico ambulatoriale o, in situazioni gravi, un ricovero». L’Osc ha poi i vari servizi psico-sociali o medico-psicologici per i minori. «Inoltre in caso di bisogno ci si può rivolgere a qualsiasi medico, essi sanno dove indirizzare una persona con un problema psichico per una valutazione professionale».

Oltre all’offerta del settore pubblico vi sono varie associazioni, fondazioni e progetti volti a sostenere i giovani in difficoltà. Un esempio è ProJuventute che offre momenti d’ascolto anche tramite chat ed e-mail. «La trovo un’ottima idea, perché a quell’età si fa fatica a telefonare, è molto più semplice scrivere», dice Giada.

I segnali del malessere

Chiedere aiuto è certamente importante, ma fondamentale è anche il ruolo dell’entourage. «Ci sono alcuni dettagli che mostrano che qualcosa non va. Può essere una felpa troppo larga per nascondere l’autolesionismo, un improvviso cambio di peso, un calo del rendimento scolastico», menziona Giada. «Solitamente a notare il malessere e a indirizzare i giovani da noi sono genitori, pediatri e docenti», indica la dottoressa Pidò. «Spesso è difficile per i ragazzi comunicare con le persone che stanno intorno a loro e quindi le situazioni emergono tempo dopo, quando ci sono dei forti segnali di disagio», spiega Veronica Mascia, medico assistente all’Smp. I canali utilizzati possono essere inoltre diversi da quelli che un adulto è abituato a osservare: «Un esempio è lo ‘stato’ su WhatsApp, dove viene scritto a parole o simboli come ci si sente in quel momento», indica Corinne Borella, educatrice presso l’Smp.

Le ragioni che portano a nascondere il disagio possono essere di vario tipo, per Giada è stato il bullismo: «Avevo raccontato a una mia compagna di classe, l’unica che non mi aveva presa di mira, che non ce la facevo più a essere derisa e picchiata. Lei però non poteva fare nulla, avrebbe rischiato di essere bullizzata a sua volta». Un insegnante si era accorto di qualcosa, ma sempre per paura di subire violenza Giada aveva raccontato unicamente che c’erano dei problemi a casa: «I miei genitori non l’avevano presa bene. Non volevano si parlasse delle questioni familiari. Questo non è stato d’aiuto».

‘Con i dati a disposizione è difficile parlare di un aumento dei tentativi di suicidio’

Di suicidi è difficile parlare, ma quando lo si fa è importante far attenzione ai dati: «Nonostante l’allarme di alcune associazioni od organi che si occupano di salute mentale a livello svizzero i casi di persone che si sono tolte la vita sono quasi dimezzati in trent’anni e lo stesso vale per il Ticino e per la fascia d’età dagli 11 ai 25 anni», riferisce Rafael Traber.

«L’Ufficio federale di statistica registra inoltre che l’anno scorso non ci sono stati maggiori suicidi rispetto agli anni precedenti, nemmeno durante la fase del lockdown. Ognuno di essi è però tragico e deve rimanere un obiettivo prioritario della società sia ridurli ulteriormente sia riuscire a evitarli del tutto». E per quanto riguarda i tentativi di togliersi la vita? «È difficile avere dei dati affidabili. Quelle che abbiamo a disposizione finora sono delle informazioni puntuali che provengono da alcuni cantoni, reparti e organizzazioni, ma manca una metodologia che permetta di tirare delle somme chiare. Bisogna definire cosa è un tentato suicidio e cosa, invece, un atto autolesivo effettuato con un altro scopo. Risulta poi complicato capire quanti tentativi non vengono registrati. Trovo dunque molto difficile parlare di un aumento sulla base dei dati che abbiamo a disposizione oggi».

Un dato che può indicare lo stato di malessere della popolazione è quello dei ricoveri nei reparti di psichiatria: «In Svizzera si è tendenzialmente notata una diminuzione durante la fase iniziale della pandemia, ma recentemente si constata un livello lievemente più alto rispetto al periodo precedente al coronavirus. Trattandosi di una differenza piccola non si può però parlare di un malessere generalizzato della popolazione», spiega ancora Traber.

Per quanto riguarda le richieste di presa a carico «in questo periodo si registra un incremento tra i giovani, ma è comunque una tendenza che esiste già da tanti anni e che magari si è accentuato durante la pandemia». Periodo in cui «si parla tanto della salute mentale dei ragazzi e c’è una sensibilità maggiore».

Fra i giovani, i suicidi e i tentativi di togliersi la vita sono più presenti nel gruppo Lgbt. Alla base c’è spesso «la paura di non essere accettato», dice Traber che aggiunge: «Dipende molto dalla società. Il rischio si ridurrebbe se ci fosse più informazione e sensibilizzazione su questo tema».

Un progetto per sostenere chi ha tentato di togliersi la vita

«È in corso l’implementazione di un progetto per la prevenzione dei suicidi. Esso prenderà a carico coloro che hanno tentato di togliersi la vita», annuncia Traber. «Si tratta di cinque sedute durante le quali si cerca di capire con il paziente quali sono i meccanismi che hanno portato all’atto e si sviluppano insieme delle strategie per gestire meglio determinati impulsi e stati d’animo». I professionisti rimangono poi in contatto con le persone per due anni. Il programma è stato sviluppato dall’Università di Berna e gli ideatori formeranno in aprile gli psicoterapeuti e gli psichiatri del nostro cantone che faranno parte del progetto. «Abbiamo a disposizione due unità lavorative a tempo pieno, ma trattandosi di un incarico difficile e complesso le percentuali verranno suddivise tra vari professionisti in ogni regione del cantone», riferisce Traber.

*Nome noto alla redazione

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