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laR
 
17.11.2021 - 20:41
Aggiornamento: 18.11.2021 - 09:00
di Marco Marelli, Andrea Manna, Jacopo Scarinci

’Ndrangheta, identikit dei due arrestati nel Luganese

Traffico di stupefacenti, soldi, viaggi lampo a Berna e in Germania... Il filone svizzero dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze

“È il più quotato, per queste cose qui... i contatti... preparare... parlare... organizzare”. Dove per “queste cose qui” si intende la cocaina in quantità industriale che dall’Ecuador, nascosta in container, arrivava ai porti di Livorno e Vado Ligure. Come nel caso di due carichi, per complessivi 464 chilogrammi di polvere bianca, che una volta giunti, il 7 e 8 novembre 2019, nell’area doganale del porto toscano, erano stati sequestrati dalle forze dell’ordine. “Il più quotato”, come riferito ieri dalla ‘Regione’, è uno dei due cittadini italiani arrestati a Lugano dalla Polizia cantonale che ha eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal giudice delle indagini preliminari Giampaolo Boninsegna del Tribunale di Firenze, ordinanza che ha spedito dietro le sbarre tredici persone, fra cui due donne. Tre portuali sono finiti ai domiciliari. È il filone toscano della vasta indagine anti-’ndrangheta, e meglio contro la cosca Molè, sfociata di recente nell’ondata di arresti che ha interessato anche la Svizzera, Ticino compreso.

Stando all’accusa i tre portuali in più occasioni avrebbero facilitato, nascondendoli nel bagagliaio delle proprie autovetture, due criminali calabresi nell’accesso al porto toscano, sia per verificare l’arrivo dei carichi di cocaina sia per portare la droga fuori dallo scalo. Nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sono indagate a piede libero altre sei persone, fra cui un poliziotto che in servizio al commissariato di Legnano ha fatto avere passaporti falsi (uno dei quali sequestrato a Ligornetto a un ’ndranghetista che temendo di essere arrestato stava scappando a Lugano) per favorire la latitanza di alcuni presunti affiliati alla ’ndrangheta. Il “più quotato” arrestato in Ticino, la cui fedina penale non è immacolata, è un 42enne calabrese, nato a Catanzaro, residente a Guardavalle (Cosenza) e da alcuni anni a Lugano, dove lavorava in un ristorante in qualità di cuoco-cameriere. È accusato di associazione per delinquere finalizzata a “commettere un numero indeterminato di delitti di importazione, trasporto e successiva cessione di ingenti quantitativi di cocaina”. Una mezza dozzina gli episodi contestati, risalenti al periodo compreso tra il 2019 e il 2020, che avrebbero movimentato non meno di 800 chili di cocaina di cui oltre la metà sottratta al consumo dal sequestro. Per gli investigatori toscani l’uomo di Lugano, affiliato alla cosca di Guardavalle in affari con la cosca dei Pesci-Bellocco-Molè, operante nella piana di Gioia Tauro, dall’agosto del 2019 sarebbe stato il committente “dell’importazione di ingenti quantitativi di cocaina, sulla scorta dei propri contatti con i cartelli sudamericani”. Consapevoli di essere a rischio, considerato poi che alcuni consistenti carichi erano stati intercettati, i trafficanti avevano cominciato a usare degli pseudonimi. Che gli investigatori, sulla scorta di intercettazioni telefoniche e ambientali, sono riusciti ad associare a ognuno del gruppo criminale.

Il 42enne, ossia Kappa, Nipote e Lillo

Quelli del 42enne cuoco-cameriere erano Kappa, Nipote e Lillo. A questo punto è bene dire che l’indagine toscana con consistenti agganci con il Canton Ticino era iniziata nei primi mesi del 2019, dopo che era stata segnalata la presenza a Livorno di esponenti delle ’ndrine calabresi, fra cui la cosca Molè, che scottata da una serie di sequestri nel porto di Gioia Tauro, aveva deciso di spostare traffici sui porti di Livorno e Vado Ligure.

Il ruolo del “più quotato”, e soprattutto la sua identificazione, scrive il gip toscano, deriva da una intercettazione telefonica dell’8 novembre 2019 fra padre e figlio, due degli arrestati. Una telefonata per confermare per le 13 di mercoledì 13 novembre un incontro a Legnano con “quel ragazzo lì... con la ragazza”. “Quel ragazzo lì…”, si scoprirà, era il 42enne italiano residente a Lugano, transitato alle 10.43 dalla dogana di Ligornetto, alla guida di una Smart targata Ticino e presa a noleggio a Bironico. Sull’autovettura anche una 25enne, originaria dell’Ecuador, sorella di un importante trafficante sudamericano. Nell’ordinanza il gip annota che la Smart era stata preceduta di “due minuti da una Mini Cooper targata Ticino di proprietà di (omissis)”, autovettura che alle 10.51 rientrava in Ticino passando da Stabio”. Il proprietario della Mini è un 59enne, nato a Senago, residente nel luganese al beneficio di dimora: il secondo arrestato in Ticino l’altro giorno. Scrive il gip: “’Risultava probabile la funzione di staffetta svolta dalla Mini che poi strategicamente preferiva fare immediatamente rientro in Svizzera”. Una volta a Legnano “quel ragazzo lì... con la ragazza” incontrano padre e figlio. Assieme vanno in un ristorante, dove fra i commensali ci sono anche poliziotti in borghese che non li perdono d’occhio. Terminato il pranzo le due coppie si dividono. A quel punto interviene una volante del commissariato di Legnano che blocca la Smart e identifica “il più quotato” e la sua giovane amante. Il seguito dell’inchiesta, per ora, è ancora coperta dal segreto istruttorio. A questo punto c’è da aggiungere che fra gli arrestati nel blitz c’è anche Rocco Molè, 26enne, indicato dagli inquirenti come capo dell’omonimo clan ’ndranghetista.

Il 59enne, ossia la ‘longa manus’

Si conoscevano i due. Si conoscevano bene il 42enne originario di Catanzaro e l’altro cittadino italiano, come il primo residente nel Luganese e come il primo arrestato, nel blitz degli agenti della Polizia cantonale e di quella federale scattato nella notte tra lunedì e martedì, a fini estradizionali. Dall’aprile 2017 il 42enne lavorava come cameriere in un bar di Lugano, dove aveva preso in affitto un appartamento, bar gestito inizialmente dal 59enne milanese e in seguito da una società riconducibile in parte alla figlia della sua compagna. Stando sempre alle carte dei magistrati italiani, in Ticino il 59enne era in possesso di un permesso di dimora. Un ‘B’, valido cinque anni: dal 21 febbraio 2017 al 21 ottobre 2022. La sua occupazione? “Un’attività di noleggio con conducente/servizio taxi con autovetture proprie”. Risultava però anche in alcune società, tra le quali, fino all’8 febbraio 2018, la Sagl titolare all’epoca del bar.

Professioni come altre. Ma per gli inquirenti toscani quell’uomo, residente a una manciata di chilometri a sud di Lugano, avrebbe un profilo diverso. Il 59enne, si legge nell’ordinanza del gip di Firenze, “può essere inquadrato come la ‘longa manus’" del 42enne, il cameriere, “occupandosi delle varie movimentazioni delle ingenti somme di denaro frutto degli illeciti traffici di sostanze stupefacenti gestiti dall’organizzazione investigata”. Svolgendo “alla lettera i delicati incarichi affidatigli” dal 42enne, e “fungendo altresì da vero e proprio autista personale nonché uomo di fiducia di quest’ultimo”. Per questi motivi “la sua posizione si ritiene essere incardinata nell’organizzazione criminale di appartenenza” del 42enne.

Un identikit che i magistrati tracciano dopo aver monitorato gli spostamenti del 59enne in Svizzera e in Italia e dopo quanto emerso dalle intercettazioni ambientali e telefoniche. Gli spostamenti. “Frequenti” sono stati i suoi viaggi in auto “a Berna per riscuotere ingenti somme di denaro che poi recapitava puntualmente” al 42enne. Come quello del pomeriggio del 2 dicembre 2019, quando “nonostante le avverse condizioni climatiche di quei giorni”, il 59enne, “dopo aver effettuato uno dei soliti servizi di accompagnamento disabili (servizi di accompagnamento svolti nell’ambito della sua attività lavorativa di noleggio con conducente/servizio taxi con autovetture proprie)”, parte dal Ticino alla volta della capitale svizzera, che raggiunge in meno di tre ore. Come quello di cinque giorni dopo, quando sempre a Berna si incontra con un uomo “presumibilmente (dall’inflessione) di origini sudamericane”. Ritirati i soldi, riparte per Lugano, dove giungerà in tarda serata e dove consegnerà il denaro al 42enne.

Un altro avvenimento che porta a definire il 59enne come la ‘longa manus’ del 42enne, è un viaggio effettuato a Regen, in Germania, il 7 febbraio 2020, dove “su chiara disposizione” dell’altro inquisito “per un incontro di pochi minuti avrebbe percorso, senza sosta, tra andata e ritorno, circa 1’200 chilometri”. Arrivato a Regen, “dopo qualche minuto è stato raggiunto da un uomo dal chiaro accento calabrese”. Tra i due non c’era una conoscenza pregressa, e una volta che lo sconosciuto ha appurato con una “telegrafica conversazione telefonica” con il 42enne l’identità della persona arrivata fino a Regen, la situazione si è ammorbidita. I due sono scesi dall’auto e “dopo un’assenza di circa sei minuti” il dimorante in Ticino arrestato nella notte tra lunedì e martedì è ripartito. Singolare, al punto che il gip scrive che “dalle modalità adottate in occasione di questo fugace incontro appare del tutto evidente” come il 59enne “abbia svolto la mansione di emissario” per conto del 42enne. Con questo, i pochi minuti trascorsi insieme e altri elementi “risulta possibile ritenere che nell’occasione si sia verificata la consegna o il ritiro di un qualcosa di particolarmente importante e delicato”.

La carta prepagata

Altro caso emblematico del rapporto tra i due è quello legato alla ricarica di una carta prepagata, sottoscritta dal 59enne con un falso nome per le spese da non rintracciare del 42enne, che risale al 20 luglio 2020. Non essendone in possesso, e dopo non essere riuscito a fare una prima volta il versamento, su Whatsapp a una richiesta di novità risponde “Problemone”. Perché? Perché è stato superato il limite dei 5’000 franchi di movimenti annui consentiti, e quindi la carta è stata bloccata. Con dentro ancora dei soldi. “Ma te li ridanno?”, chiede allarmato il 42enne. Risposta: “Bisogna fare disdetta carta corrente ed Il credito di 1’476 chf te lo possono bonificare su un c/c”. “Ma non posso mettere su un’altra nuova?”, la pronta replica. “No mi ha detto che bisogna cambiare tipo di corrente e intestatario del c/c deve essere quello della carta”. Non va bene, è chiaro. Perché gli viene chiesto: “Cmq domani chiedi solo, se passa 1 anno da quando è stata fatta, se si possono poi spendere…… dato che il limite edi 1 anno e poi inizia l’altro”. Picche. “No bisogna disdirla ho già chiesto”. Conversazione scritta che per gli inquirenti fa emergere “il particolare interesse nel trasferire del denaro su una carta di credito prepagata intestata a tale X, soggetto evidentemente inesistente al quale era stata intestata la carta così da poter versare denaro a favore dell’ignoto utilizzatore della stessa”. Questi fatti, uniti all’usare una falsa identità per il rilascio della carta, “rafforzano la conclusione che l’utilizzo di tale strumento di pagamento possa essere riconducibile all’attività illecita condotta dagli indagati o da soggetti a loro vicini”. E ancora: “Appare verosimile ritenere che tale strumento di pagamento sia stato in effetti messo nella disponibilità proprio di un soggetto latitante”.

A porre il 59enne “nella condizione di soggetto organico all’associazione criminale investigata”, per il gip sono anche il viaggio effettuato a Serravalle Scrivia (Alessandria) dove ha recapitato per conto del sodale 6mila euro, “probabilmente destinati all’acquisto di una pistola Glock” ma anche l’aver svolto una parte attiva al tutto, “prendendo parte a incontri con altri appartenenti all’organizzazione criminale oggetto di investigazione”.

Nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Firenze c’è un altro paio di passaggi di un certo rilievo. Il primo è che la mansione di cameriere ricoperta dal 42enne all’interno del ristorante gestito inizialmente proprio dal 59enne “contrasta all’apparenza con il ruolo di particolare asservimento che il 59enne manifesta nei confronti del suo capo, lasciando verosimilmente ritenere che tale attività lavorativa sia di fatto una copertura per garantire al 42enne la possibilità di beneficiare dei permessi per il soggiorno in favore dei lavoratori italiani”. Il secondo fa riferimento all’abitazione luganese del 59enne. Un appartamento dove avrebbero trovato “rifugio“, annotano i magistrati toscani, due cittadini italiani: uno figura nell’elenco dei destinatari della recente ordinanza del gip, l’altro era "all’epoca ricercato perché destinatario di una misura cautelare”. Il fatto sarebbe “un’ulteriore dimostrazione del fondamentale contributo apportato” dal 59enne "all’associazione criminale investigata”.

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