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19.10.2021 - 19:56
Aggiornamento: 21:26

Pareggio di bilancio agendo ‘prioritariamente’ sulla spesa

Il Gran Consiglio dà via libera all’iniziativa Udc emendata dalla proposta del Plr per rendere ‘meno rigido’ il testo. Sinistra sulle barricate

Tanto tuonò che vinse l’avverbio. Se l’iniziativa dell’Udc che chiedeva il pareggio di bilancio entro la fine del 2025 è entrata nell’aula del Gran Consiglio agendo “esclusivamente” sul contenimento della spesa, con 45 favorevoli (Plr, Lega, Udc) e 39 contrari (Ppd, Ps, Verdi, Mps, Pc, Più donne) esce col semaforo verde per agire ‘prioritariamente’ sulla spesa. Un avverbio che è frutto dell’emendamento liberale radicale che, presentato dalla capogruppo Alessandra Gianella, nelle intenzioni «vuole rendere meno rigido il testo, e non andare ad agire sui sussidi per le persone più bisognose». Un avverbio che, di fatto, depotenzia gli obiettivi del testo democentrista mantenendone gli obiettivi di fondo: la spesa pubblica va contenuta nel suo aumento, punto. Eppure, tira aria di referendum. Non sul decreto approvato oggi ma, stando a quanto emerge pubblicamente e non da molti esponenti del Ps, su ogni eventuale decisione parlamentare che vada a scapito delle fasce più fragili della popolazione. Si vedrà.

È stato un dibattito lungo, circa tre ore, e ricco di contenuti. Dai toni fermi, ma pacati, nonostante il tema, che da sempre divide la politica, e non solo quella ticinese, lasciasse, alla vigilia della discussione parlamentare, immaginare il contrario. Ad aprire le danze è l’iniziativista. «Una parte dei politici ritiene i cinquecento compiti svolti oggi dallo Stato irrinunciabili, addirittura da aumentare: in questo clima la revisione dei compiti non avverrà mai – osserva Sergio Morisoli –. Non resta allora – aggiunge il capogruppo dell’Udc – che agire, con realismo, sulle singole leve che spingono la spesa pubblica fuori rotta, che continuano a farla crescere. Se non la si corregge, il pareggio dei conti cantonali non sarà mai raggiunto». Tiene a precisare Morisoli: «Si tratta non di tagliare la spesa, bensì di contenerla». E l’iniziativa «dà quattro anni pieni per frenarla, lasciando spazio ogni anno alla negoziazione in sede di Preventivo». La sintesi della ricetta democentrista arriva alla fine della relazione: «Il pareggio dei conti va conseguito non tagliando la spesa, ma spendendo meno, più selettivamente e meglio». Concetto che Morisoli rispolvererà intervenendo a nome del gruppo in Gran Consiglio: «Negli ultimi dieci anni le manovre per il risanamento delle finanze pubbliche hanno portato a saltuari pareggi, senza però mai incidere sulla spesa. Riteniamo che sia giunto il momento di agire con freni mirati alla crescita della stessa». Personale, beni e servizi, trasferimenti. Per Morisoli «la nave non ha solo un iceberg da scansare, il debito pubblico, ma senza interventi strutturali sulla spesa rischia di essere inghiottita dal mare ghiacciato. Quella dei conti in parità è una questione di giustizia intergenerazionale».

Pamini: nessuno parla di tagli, ma di contenimento

Un’iniziativa, quella di Morisoli, che mira al pareggio dei conti entro il 2025, «senza far gravare» l’operazione «sui cittadini e tantomeno sui Comuni», puntualizza il relatore di maggioranza Paolo Pamini, autore del rapporto commissionale favorevole all’iniziativa parlamentare messa a punto dal collega di partito. La proposta democentrista, continua Pamini, è «compatibile» con la Costituzione cantonale, e meglio con l’articolo 34ter sul freno al disavanzo, meccanismo ancorato alla Carta in seguito alla votazione popolare del 2014, ed è “in linea” con l’articolo 4 (“Il Conto economico deve essere pareggiato a medio termine”) della Legge sulla gestione e sul controllo finanziario dello Stato. «Non stiamo parlando di tagli, ma di contenimento della spesa per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2025 senza aumentare le imposte», insiste Pamini.

Durisch: una ricetta neoliberista, già fallita

Di tutt’altro tenore l’intervento del relatore di minoranza Ivo Durisch, che ha stilato il rapporto contrario alla ricetta firmata Udc. «Siamo confrontati con una sorta di revisionismo consapevole volto a perpetuare la ricetta neoliberista, che ha fallito nel mondo e anche in Ticino», premette il capogruppo socialista. Che entra poi nel merito dell’iniziativa, un’iniziativa che «racconta una favola che distorce la realtà». E allora se ci limitiamo al personale, Durisch ricorda le «ben 134 misure di risparmio», attuate tra il 1993 e il 2009, che hanno interessato i dipendenti dell’Amministrazione cantonale. Tra «contributo straordinario al risanamento delle casse pubbliche, riconoscimento del rincaro unicamente nella misura del 50 per cento, riduzione dello stipendio iniziale» e altre misure. Il relatore di minoranza ricorda inoltre le manovre di rientro che hanno portato per esempio al taglio sui sussidi per il pagamento dei premi di cassa malati. Rincara Durisch: «Ogni volta che si è raggiunto un timido equilibrio nei conti pubblici, le forze che sostengono questa iniziativa dell’Udc hanno promosso e votato inutili sgravi fiscali, che hanno gettato nuovamente nel profondo rosso le finanze cantonali. E che hanno colpito la progettualità dello Stato. E sempre dalla destra stanno arrivando ulteriori proposte di sgravi». Durisch parla di «una gestione irresponsabile delle casse pubbliche: chi le ha saccheggiate ora le vuole risanare agendo solo sulle spese, tagliandole». Tuttavia si fa presto a dire tagli, avverte il parlamentare socialista: «I bisogni delle persone, a maggior ragione dopo la pandemia, sono aumentati, la popolazione sta invecchiando e siamo un polo universitario. Forse le forze politiche che appoggiano l’iniziativa democentrista volevano e vogliono ospedali e università private? Vogliamo ridurre i posti di terapia intensiva? Oppure vogliamo rinunciare alla facoltà di medicina?». Non solo: «Queste forze non si vogliono confrontare con le sfide che ci attendono: decrescita demografica, aumento delle diseguaglianze, digitalizzazione». I cittadini «hanno bisogno adesso di risposte e di prospettive, che questa iniziativa si rifiuta di dare».

Speziali: la macelleria sociale non è nel nostro Dna

Un intervento, quello di Durisch, che vede pronta la replica del presidente liberale radicale Alessandro Speziali: «Sentiamo spesso agitare i fantasmi della macelleria sociale e dell’efferato neoliberismo, prova ne è quanto affermato da Durisch. Ma non è nel nostro Dna la macelleria sociale, e prova ne è il nostro emendamento che chiede di non tagliare i sussidi per le persone più bisognose». Per Speziali bisogna «assolutamente evitare» due cose: «Aumentare le imposte e de-responsabilizzarci come Legislativo». A ruota la capogruppo del Plr Alessandra Gianella: «È fondamentale che il parlamento dia un indirizzo politico al Consiglio di Stato, e per quanto ci riguarda si tratta di limitare l’aumento della spesa per il rispetto che bisogna avere per i soldi pubblici e su come vengono spesi. Con un budget di 4 miliardi, un margine d’intervento è sicuramente possibile perché sennò l’alternativa è un aumento di imposte per tutti i cittadini. Ma per noi è chiaro: non si scarica sui cittadini la nostra incapacità di risolvere problemi». Plr unito a falange macedone? Nel voto finale sì, prima mica tanto. A partire da Matteo Quadranti, che nel suo intervento rimarca i motivi per i quali non ha firmato nessuno dei due rapporti commissionali: «Questo decreto legge proposto dall’iniziativa è una forzatura del sistema, la trattazione del tema in questi modi e in questi tempi è irrispettosa dell’iter democratico dei lavori parlamentari. Il governo a norma di legge ha due mesi per prendere posizione: io sono ancora della generazione che pensa che in una democrazia si deve rispettare lo Stato di diritto, anche se mi rendo conto che c’è un trend che presta meno attenzione a questi aspetti e si preferisce la creatività. Quando nella legge c’è già il meccanismo del freno ai disavanzi, per me sufficiente». Natalia Ferrara, prima di approvare la proposta emendata dal Plr, e dopo aver firmato il rapporto di minoranza di Durisch che respingeva l’iniziativa, ha definito «Pamini, Morisoli & Co. degli hacker del buon funzionamento dello Stato, non sono d’accordo nel tagliare acriticamente la spesa».

In casa Lega se il capogruppo leghista Boris Bignasca la butta in tragedia affermando che «siamo ancora in tempo prima di salvare il Paese dal baratro», Michele Guerra rileva che «occorre spalmare su tutto il bilancio pubblico uno sforzo complessivo di risparmio, usando il principio delle mille piccole forbici: solo così potremo veramente uscire da questa situazione. L’augurio è che lo si faccia in fretta».

Agustoni: no all’aumento delle imposte, no a tagli nel sociale

A sgonfiare gli effetti dell’iniziativa democentrista è il capogruppo del Ppd Maurizio Agustoni: «Non ci sono conseguenze automatiche nel caso di mancato rispetto di quanto previsto da questo decreto, né tagli lineari né introdurre meccanismi più difficili per nuove spese correnti. Se il Gran Consiglio rifiuterà sistematicamente i propositi di contenimento della spesa non succederà nulla, come non è successo nulla negli ultimi anni». E quindi? «Possiamo esprimere tutti i migliori propositi, ma poi è la politica che deve essere capace di mettere le dita nelle pieghe e nelle piaghe della spesa pubblica. Ferma e potente è la voce che dice di tagliare, non sono sicuro della fermezza della mano che poi dovrà farlo». Ad ogni modo, come evidenziato dall’emendamento poi scartato dal plenum nella votazione eventuale con quello liberale radicale, Agustoni sottolinea che «ci opponiamo all’aumento delle imposte, nessun riversamento sui Comuni e nessuna misura che riduca la qualità della vita di persone più fragili come tagli ai sussidi, contributi e presa a carico perché sarebbe iniquo e grave allargare la frattura sociale».

Il Ps è ovviamente sulle barricate. «Questa iniziativa è una camicia di forza sul futuro, antepone i libri contabili all’analisi dei cambiamenti in atto e ai bisogni della popolazione», tuona il copresidente Fabrizio Sirica. «Così si colpiscono decine di enti e decine di migliaia di lavoratori che si guadagnano onestamente da vivere dedicandosi agli altri e ai loro bisogni», sottolinea Danilo Forini. Mentre a dirsi «sconfortata dalla discussione e dalla modalità con cui siamo arrivati a trattare questo tema» è Anna Biscossa.

A riprendere il ‘lodo Quadranti’ è la coordinatrice dei Verdi Samantha Bourgoin: «Gli strumenti per evitare il dissesto delle finanze ci sono già, c’è il meccanismo del freno ai disavanzi. Perché questa iniziativa ribadisce quanto già scritto nella legge? Senza questa iniziativa sarebbe possibile affrontare l’uscita dalla crisi con buon senso dando slancio alla riconversione ecologica e sociale dell’economia».

Vitta: ci aspettano anni in cui dovremo collaborare, senza esasperare gli animi

Ricordando che con la sottocommissione Finanze della Gestione il governo “ha già condiviso un programma finalizzato al riequilibrio delle finanze cantonali entro il periodo 2024- 2025”, Christian Vitta invita i partiti, a fronte «della necessità del risanamento» dei conti, ad adottare un «approccio coerente»: occorrerà quindi «evitare decisioni che introducano nuovi costi non previsti dalla pianificazione finanziaria dello Stato o minori entrate». D’altronde, affinché abbia successo, l’operazione di riequilibrio, evidenzia il direttore del Dipartimento finanze ed economia, «deve essere condivisa tra governo e parlamento». A differenza della manovra del 2016, «quando eravamo in un periodo di stabilità generale», oggi siamo in un momento di incertezza: «La fase post-pandemica ci impone un progressivo avvicinamento all’equilibrio, e questo percorso dovrà essere scandito dai limiti stabiliti dal freno al disavanzo». Serve dunque un approccio «basato su un dialogo costruttivo fra le parti» in occasione dell’allestimento dei prossimi Preventivi. E a proposito di freno al disavanzo, con il Preventivo 2022 «si è fatto un primo passo»: con quello del 2023 «bisognerà scendere al di sotto dei 100 milioni di disavanzo per avvicinarci e raggiungere, con i Preventivi 2024 e 2025, il pareggio dei conti». Insomma, «ci aspettano anni nei quali dovremo collaborare», all’insegna di una «responsabilità collettiva e condivisa, evitando di esasperare gli animi, perché è questo che ci chiede il Paese».

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