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20.09.2021 - 13:51
Aggiornamento: 14:17
di Red.

L’Aiti: no all’assoggettamento dei Ccl alla legge

‘Significherebbe snaturare il partenariato sociale’. Contratti collettivi e salari minimi, l’Associazione industrie ticinesi scrive alle aziende affiliate

Sull’imminente discussione generale in Gran Consiglio in merito alla legge cantonale sul salario minimo, alla luce del caso delle tre ditte del Mendrisiotto, si esprime l’Associazione industrie ticinesi in un’articolata comunicazione alle aziende associate. “Alcune forze politiche“ scrive l’Aiti, hanno ventilato il lancio di “un’iniziativa popolare per modificare la Costituzione cantonale e assoggettare anche i contratti collettivi di lavoro (Ccl, ndr) alla legge sul salario minimo” oppure la proposta di “una modifica delle forchette salariali” previste dalla legge e questo “a poco più di due mesi dalla sua applicazione!”, considerato che la normativa sul salario minimo entrerà in vigore a dicembre. “Nella misura in cui siamo tutti concordi che le difficoltà di applicazione del salario minimo sono e devono restare una situazione limitata ad alcuni casi, queste proposte a nostro giudizio non si giustificano – afferma l’associazione –. In Svizzera il partenariato sociale ha un valore chiaramente riconosciuto. Sono i partner sociali e non lo Stato a conoscere meglio di tutti gli altri le necessità delle imprese e dei lavoratori e dunque bisogna lasciare a loro lo spazio di manovra per definire insieme le condizioni di lavoro”. Secondo l’Aiti “assoggettare anche i Ccl alle leggi dello Stato significherebbe facilmente snaturare il partenariato sociale e mettere in discussione la continuità dei contratti collettivi di lavoro. D’altra parte, occorre ricordare che la Costituzione federale vieta espressamente la definizione di salari minimi di tipo economico, che sono dunque delegati di fatto alla discussione fra le parti sociali o fra l’azienda e il collaboratore”.

Queste e altre le considerazioni contenute nella comunicazione di queste ore dell’Associazione industrie ticinesi alle imprese affiliate sul tema “Contratti collettivi di lavoro e salari minimi”. Una comunicazione che di seguito riportiamo integralmente.

Il documento

“Pur se non coinvolta nella definizione di un contratto collettivo fra tre aziende a lei associate e un’organizzazione del lavoro denominata TiSin, Aiti – Associazione industrie ticinesi esprime il proprio punto di vista, non senza osservare che sulla questione sono state diffuse diverse inesattezze e sono state pure annunciate proposte di modifica della legge sul salario minimo cantonale, formalmente non ancora applicata, che non hanno alcuna giustificazione. Aiti sottolinea inoltre che la grande parte delle aziende associate non è confrontata al tema del salario minimo perché ha salari superiori.

Aiti sottolinea in particolare che:

  • Come più volte ribadito, il salario minimo riguarda circa 16’000 lavoratrici e lavoratori per circa 230’000 posti di lavoro presenti in Ticino. Per circa 2/3 il salario minimo è percepito da personale residente all’estero.
  • Per circa 3/4 il salario minimo si applica ai settori dei servizi; il settore industriale è toccato più marginalmente. I rappresentanti di altri settori potranno semmai esprimersi nel merito.
  • Sin dalla votazione del 2015 sull’articolo costituzionale proposto dall’iniziativa dei Verdi “Salviamo il lavoro in Ticino”, era noto, perché così proposto, che il salario minimo non sarebbe stato applicato ai contratti collettivi di lavoro di obbligatorietà generale o che prevedono un salario minimo obbligatorio. Il concetto era ed è che in Svizzera si dà precedenza alle parti sociali nella definizione dei contratti di lavoro e che lo Stato deve svolgere un ruolo al massimo sussidiario e di controllo delle condizioni. Il popolo ticinese a maggioranza ha votato l’articolo costituzionale, che prevedeva salari differenziati per mansione e settore e il Gran Consiglio ha successivamente definito la legge di applicazione con una soglia differenziata per settore (di massimo 50 cts) e non per mansione. Scandalizzarsi ora non è giustificato. Non da ultimo, pochi mesi prima, nel 2014, il popolo svizzero e quello ticinese avevano chiaramente bocciato la proposta di un salario minimo uguale per tutti.
  • Sin dalla votazione del 2015 era altrettanto noto quali effetti negativi l’introduzione del salario minimo avrebbe potuto causare, in particolare: maggiore attrazione del mercato del lavoro ticinese per le persone residenti all’estero, minori possibilità di assunzione per il personale meno qualificato. In questi anni Aiti ha fatto presente più volte al Consiglio di Stato, al Gran Consiglio e ai partiti politici, che l’applicazione del salario minimo avrebbe causato questi e altri problemi. Anche se i numeri dimostrano che meno del 10% dei posti di lavoro è toccato direttamente dall’applicazione del salario minimo, a questi posti di lavoro “sotto la soglia” sono legati a senso unico molti posti di lavoro “sopra la soglia”. Quindi era necessario e resterebbe necessario tuttora dare tempo sufficiente alle aziende maggiormente in difficoltà per adeguarsi al salario minimo, tanto più dopo la pandemia, tuttora in corso, che ha aggiunto difficoltà alle difficoltà già presenti.
    È necessario comprendere che è importante mantenere in Ticino l’attività produttiva, perché accanto ad attività meno qualificate ve ne sono molte altre qualificate e molto qualificate. In altre parole, il personale con meno qualifiche convive con il personale maggiormente qualificato e uno ha bisogno dell’altro.
  • Contratti collettivi, dunque firmati dalle parti sociali, che prevedono un salario minimo al di sotto del salario minimo della legge cantonale esistono da tempo in Ticino. Nell’industria si tratta per lo più di un fenomeno che riguarda un gruppo ristretto di aziende, che per tipo di attività hanno al loro interno anche mansioni di fabbrica senza qualifica. Per queste mansioni si trovano salari più bassi, ma complessivamente riguardano una minoranza dell’intera forza lavoro e soprattutto sono delle mansioni che non hanno mai assunto un ruolo sostitutivo nei confronti della forza di lavoro residente. Tuttavia, occorre considerare che anche se si tratta di un numero limitato di imprese, in queste aziende sono comunque attive anche alcune centinaia di persone residenti.
    Sovente i contratti collettivi di lavoro prevedono prestazioni aggiuntive che vanno ad alzare il reddito base. Il datore di lavoro paga il premio di cassa malati o parte del premio del collaboratore; paga una parte del premio di cassa pensione del dipendente, finanzia corsi di formazione non necessariamente direttamente pertinenti con la professione esercitata, ecc. Solo a queste condizioni le parti sociali in genere si mettono d’accordo.
    Se sono già stati firmati contratti collettivi di lavoro che prevedono per i salari di partenza del personale non qualificato dei limiti inferiori a quelli previsti dalla legge sul salario minimo cantonale, è anche perché la parte sindacale prende atto delle difficoltà di alcune aziende più di altre e perché in un contratto collettivo in genere sono previste delle prestazioni aggiuntive che di fatto alzano la retribuzione di base.
  • Registriamo, non senza sconcerto, che diverse persone e organizzazioni di vario genere ritengono accettabile sacrificare decine se non centinaia di posti di lavoro in nome dell’applicazione del salario minimo. Bisogna essere coscienti che queste aziende offrono un buon numero di posti di lavoro retribuiti già sopra la soglia decisa dal Gran Consiglio e occupati anche da residenti. Affermare che queste aziende dovrebbero andarsene, significa accettare il rischio di cancellare molti posti di lavoro sopra la soglia e occupati anche da residenti. Si tratta di collaboratrici e collaboratori di aziende che chiedono alle imprese di poter mantenere il posto di lavoro. Persone che per la gran parte vivono all’estero e che hanno, come tutti, impegni finanziari, famiglia, spese e ipoteche da pagare. Ad esse si aggiungono però anche diverse persone invece residenti sul territorio svizzero. Licenziamenti o delocalizzazioni parziali di attività avrebbero effetti negativi per tutte le lavoratrici e i lavoratori, anche quelli che guadagnano più del salario minimo. Non è una minaccia come alcuni vogliono far credere, ma una mera realtà, che tra l’altro è già avvenuta anche in alcuni casi recenti.
  • In Ticino esiste la libertà d’associazione. Qualsiasi azienda può decidere ad esempio di crearne una con altre aziende e decidere di definire e firmare un contratto collettivo di lavoro con uno o più sindacati. Aiti prende atto della volontà dell’associazione Ticino Manufacturing di fare il possibile per mantenere la produzione delle rispettive aziende in Ticino e non trasferirla all’estero insieme ai posti di lavoro. Registra inoltre il fatto che il contratto collettivo di cui si sta parlando in questi giorni preserva le condizioni previste dagli attuali contratti di lavoro delle aziende coinvolte. Nel nuovo Ccl è stata inserita un’indennità di residenza per il personale che risiede appunto in Svizzera. Ogni contratto di lavoro, nel caso in questione un contratto collettivo di lavoro, deve avere valore legale e le parti sociali devono essere rappresentative e indipendenti l’un l’altra. Queste condizioni sono imprescindibili e devono essere rispettate da ogni parte sociale.
  • Aiti ritiene che queste forme contrattuali debbano restare dei casi specifici e non diffusi, proprio perché tengono conto di specifiche realtà aziendali, che magari sono maggiormente in difficoltà rispetto ad altre per il loro tipo di attività. Difficoltà di cui bisogna tenere conto se vogliamo tutti evitare una perdita di posti di lavoro. Non è il caso per fortuna della maggior parte delle imprese, siano esse associate o meno ad Aiti. Del resto, i numeri menzionati in precedenza dimostrano che oltre il 90% delle lavoratrici e lavoratori ha un salario superiore al salario minimo, e pertanto non dovrebbe esistere l’eventualità. Aiti però considera positivo, ad esempio, che le parti sociali prestino attenzione all’impiego di manodopera residente e ciò sia affermato esplicitamente nei contratti di lavoro.
  • In linea generale, i contratti di lavoro non devono considerare solo gli aspetti di legalità ma anche il contesto nel quale eventualmente la volontà popolare si è espressa. I contratti di lavoro non devono dunque essere utilizzati per aggirare tale volontà. D’altra parte, le leggi dello Stato devono considerare pienamente gli effetti negativi e controproducenti che esse possono causare. Purtroppo, nel caso del salario minimo ciò non è avvenuto.
  • Un’organizzazione come Aiti, che nel 2022 festeggerà i 60 anni di esistenza, è chiamata a tutelare prima di tutto i legittimi interessi delle imprese rappresentate. Questi interessi riguardano in particolare la capacità di fare impresa e di essere competitiva, la cura delle condizioni quadro del territorio, l’innovazione e la formazione e tanto altro ancora. Ad essi si aggiungono condizioni sempre più necessarie e richieste non solo dal personale ma anche dai mercati di sbocco dei prodotti, come la responsabilità sociale d’impresa, la conciliabilità fra lavoro e famiglia e la tutela del territorio e dell’ambiente, il minor consumo di energia.
    Si tratta di ambiti che Aiti sostiene e promuove sempre di più. Aiti si attende pertanto che le imprese che ne fanno parte promuovano condizioni di lavoro appropriate e contratti di lavoro moderni in linea anche con questi obiettivi.
  • Nella misura in cui un contratto collettivo di lavoro non viene definito per venire meno a una legge dello Stato e rispetta anzi le leggi, esso è pertanto legittimo. Ma accanto al rispetto delle leggi vi sono anche gli aspetti di opportunità. Ribadiamo la comprensione per le aziende che vogliono evitare licenziamenti. Aiti ha sempre combattuto il salario minimo perché lo ritiene controproducente e dannoso per le lavoratrici e i lavoratori, per gli aspetti che Aiti ha sempre sostenuto: le soglie, come votato dal popolo, dovrebbero essere differenziate anche per mansione; la soglia decisa dal Gran Consiglio, è troppo alta per alcune mansioni e non rispecchia quanto per anni si è visto in diversi Ccl; ci sarebbe voluto un tempo di adattamento più lungo, partendo da soglie più vicine a quelle proposte dal Consiglio di Stato a suo tempo. Ma a meno che il Tribunale federale approvi i ricorsi contro la legge sul salario minimo cantonale, tale salario minimo è stato approvato dal popolo ticinese ed è diventato legge dello Stato. Bisogna prenderne atto e adeguarsi di conseguenza. Sarà comunque in ultima istanza il Tribunale federale a stabilire se la legge sul salario minimo cantonale così come è stata approvata dal Gran Consiglio è di fatto legale oppure no. Ma anche se non lo fosse, prima o poi comunque una legge cantonale sul salario minimo esisterà.
    Aiti non firma contratti collettivi di lavoro al posto delle aziende; non è legittimata legalmente a farlo. Nella misura in cui le parti sociali dichiarano la volontà di dotarsi di un Ccl, Aiti rispetta questa scelta e la sostiene.
    Aiti è e vuole essere sempre più un’organizzazione industriale moderna, che promuove la cultura d’impresa, la qualità e competitività del settore industriale e condizioni di lavoro moderne e adeguate alle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori. Essendo un settore di specializzazioni, l’industria ricerca il personale qualificato e deve essere pronta e capace a offrire condizioni di lavoro appropriate. Non esiste oggi né esisterà in futuro altro modo di fare impresa. È questa la direzione nella quale andrà l’economia; Aiti ne è consapevole e lo sostiene.

Va ricordato che la legge sul salario minimo cantonale prevede il primato dei Ccl, proprio a tutela dei posti di lavoro e della discussione fra le parti sociali. Il momento storico non può non essere considerato. La pandemia è arrivata in contemporanea con la decisione della soglia minima e quindi ha di fatto impedito qualsiasi adattamento a quelle realtà che ne avrebbero avuto bisogno. Non va dimenticato che in queste aziende maggiormente in difficoltà ci sono diverse persone e un cambio repentino, metterebbe in difficoltà molte famiglie (incluse quelle dei molti lavoratori che erano comunque già oggi sopra la soglia).

I contratti collettivi di lavoro, ma in genere ogni forma di contratto di lavoro, devono creare fiducia fra le parti e sono costruiti per durare nel tempo, regolando non solo il salario ma diversi altri aspetti del mondo del lavoro, ugualmente importanti. Chi vuole fare capo a dei contratti collettivi di lavoro deve ispirarsi a questi principi. Ciò vale beninteso per ogni forma di contratto di lavoro.

Il Gran Consiglio prevede a breve termine di discutere nuovamente il tema del salario minimo. Alcune forze politiche hanno paventato di lanciare un’iniziativa popolare per modificare la Costituzione cantonale e assoggettare anche i Ccl alla legge sul salario minimo; oppure di proporre una modifica delle forchette salariali della legge sul salario minimo cantonale già in vigore, a poco più di due mesi dalla sua applicazione!
Nella misura in cui siamo tutti concordi che le difficoltà di applicazione del salario minimo sono e devono restare una situazione limitata ad alcuni casi, queste proposte a nostro giudizio non si giustificano. In Svizzera il partenariato sociale ha un valore chiaramente riconosciuto. Sono i partner sociali e non lo Stato a conoscere meglio di tutti gli altri le necessità delle imprese e dei lavoratori e dunque bisogna lasciare a loro lo spazio di manovra per definire insieme le condizioni di lavoro. Assoggettare anche i Ccl alle leggi dello Stato significherebbe facilmente snaturare il partenariato sociale e mettere in discussione la continuità dei contratti collettivi di lavoro.
D’altra parte, occorre ricordare che la Costituzione federale vieta espressamente la definizione di salari minimi di tipo economico, che sono dunque delegati di fatto alla discussione fra le parti sociali o fra l’azienda e il collaboratore.

Aiti ritiene sia interesse di tutti aiutare le aziende in maggiore difficoltà e difendere così i posti di lavoro; promuovere il settore industriale e le sue eccellenze nelle diverse forme; applicare la legge sul salario minimo cantonale e monitorarne gli effetti per intervenire laddove necessario; ribadire, dati alla mano, che il mercato del lavoro ticinese non è affatto il far west che viene regolarmente e a torto dipinto; sostenere l’innovazione e la formazione aiutando sia le nuove aziende sia le aziende esistenti sul territorio ad accrescere la propria competitività allo scopo di offrire condizioni di lavoro dignitose e moderne; diffondere una cultura d’impresa orientata allo sviluppo armonioso delle attività economiche”.

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