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16.09.2021 - 05:300
Aggiornamento : 08:14

Salario minimo e abusi, la politica scalda i motori

Si profila la discussione generale in Gran Consiglio. Tra le proposte, quella di rafforzare il ruolo dell’autorità che vigilerà sull’applicazione della nuova legge

«Noi abbiamo fatto un’interpellanza, il Consiglio di Stato risponderà e dopo io, in ogni caso, chiederò che in Gran Consiglio si svolga una discussione generale su questo tema. Perché ciò che è successo è scandaloso». La sessione parlamentare inizierà solo lunedì, ma il deputato del Movimento per il socialismo Matteo Pronzini è già sulle barricate: «Quanto successo con TiSin è una schifezza, e il Cantone dovrebbe intervenire perché la scusa usata dal Dipartimento finanze ed economia, cioè che non si possa fare niente, non sta in piedi. Con un minimo di intelligenza e di volontà qualcosa si potrebbe sistemare, magari decretando, in base alle disposizioni legate al salario minimo, l’obbligatorietà, ad esempio, del contratto della metalmeccanica. Iniziare da qui, almeno». Ma l’amarezza di Pronzini è evidente: «Noi l’avevamo detto che sarebbe finita così, era evidente. Sono questioni che il Gran Consiglio non capisce». Gran Consiglio che, a ogni modo, dovrà decidere se dare o no il proprio sì alla discussione generale che sarà chiesta «sicuramente» dal deputato dell’Mps.

«Se verrà avanzata, appoggeremo la richiesta: il tema è grosso e concerne anche il parlamento quale autore della legge, inoltre vogliamo sapere come intende muoversi il Consiglio di Stato, una delle autorità di controllo sull’applicazione della normativa sul salario minimo», dice Ivo Durisch, capogruppo del Ps. Partito che ha deciso di lanciare (“entro un mese”, ha indicato il copresidente Sirica) un’iniziativa popolare per rimuovere dall’articolo 13 della Costituzione ticinese, introdotto in seguito all’approvazione popolare nel 2015 dell’iniziativa dei Verdi, la deroga per i contratti collettivi, in modo che gli importi fissati nei Ccl vengano adeguati al salario minimo legale. «Stiamo intanto valutando – spiega Durisch – un paio di possibili modifiche alla legge per evitare che il caso dei contratti di lavoro nelle tre aziende del Mendrisiotto diventi la prassi, il che sarebbe gravissimo perché spirito e obiettivo della legge cantonale sul salario minimo verrebbero elusi».

‘Si trovi una soluzione a breve’

Da un punto di vista giuridico, afferma il capogruppo del Ppd Maurizio Agustoni, la via costituzionale «sarebbe la più chiara, quella più lineare, tuttavia richiederebbe un sacco di tempo, fra raccolta delle firme, esame parlamentare, votazione popolare e concessione della garanzia federale, ammesso e non concesso che i cittadini l’approvino». In ogni caso, rileva Agustoni, «passerebbero degli anni, con il rischio di avere nel frattempo sempre più contratti collettivi che contemplano salari ben al di sotto di quello minimo fissato dalla legge cantonale». Che fare allora? Agustoni: «Nell’immediato spetta innanzitutto a Commissione tripartita e Consiglio di Stato vigilare in modo scrupoloso sull’applicazione della legge cantonale sul salario minimo, individuando e sventando tentativi di abuso. Un foglio con su scritto Contratto collettivo di lavoro non è necessariamente un Ccl ai sensi della legge. Il Gran Consiglio deve in ogni caso attivarsi rapidamente per valutare eventuali modifiche legislative. A oggi ci sono diverse opzioni sul tavolo: abolire l’eccezione dei Ccl (con alcuni rischi dal profilo della costituzionalità); lasciare nella legge la deroga per i contratti collettivi di lavoro, per non violare l’articolo costituzionale, ma inserendovi la disposizione, che oggi nella legge manca, secondo cui Commissione tripartita e Consiglio di Stato esaminano, prima della loro entrata in vigore, anche i contenuti dei contratti di lavoro per verificare che sindacati e padronato siano stati messi seriamente a confronto e che non vi siano stati abusi di diritto; lasciare la deroga dei Ccl, ma prevedere che se il salario è inferiore al salario minimo legale al lavoratore devono essere date adeguate compensazioni di altro genere (più vacanze, maggiori congedi, servizi extra-lavorativi eccetera). Come gruppo Ppd facciamo un appello agli altri gruppi parlamentari affinché si possa trovare a breve una soluzione condivisa che consenta di veramente concretizzare la volontà popolare: chi lavora in Ticino deve ricevere un salario dignitoso».

Riprende Durisch: «Certo, la via legislativa sarebbe teoricamente più celere e l’articolo costituzionale che contempla la deroga per i Ccl potrebbe lasciarci qualche margine di manovra, dato che sancisce in modo chiaro il diritto – preminente – di tutti a un salario minimo dignitoso. La questione va approfondita».

Ieri sera intanto, nella riunione del gruppo parlamentare, i deputati del Ppd hanno deciso di accogliere un’eventuale richiesta di discussione generale in Gran Consiglio. «Non si tratta di improvvisare processi sommari a chicchessia, anche perché non siamo verosimilmente a conoscenza di tutti i dettagli del caso che ha scatenato le polemiche di questi giorni, ma di riflettere su come rendere veramente efficace la legge ticinese sul salario minimo», osserva Agustoni.

Gianella (Plr): ‘L’avevamo detto...’

È un’apertura quella che si registra dal Plr, anche se è un’apertura con una punta di polemica. Perché, spiega la capogruppo Alessandra Gianella, «sulla discussione generale, visto che è un tema molto sentito, potremmo accogliere la richiesta. Ma ribadendo che noi, già nel dibattito parlamentare, con la nostra posizione contraria e i nostri emendamenti avevamo avvisato che il salario minimo avrebbe posto diversi problemi». Quindi, per Gianella «fare il punto della situazione e sui problemi che stanno emergendo è sicuramente utile, ma allo stesso tempo occorre evitare che nascano fior fior di iniziative (l’allusione a quella che a breve lancerà il Ps è lapalissiana, ndr) perché prima ancora che entri in vigore il salario minimo a dicembre correre ai ripari rischia solo di peggiorare una situazione già critica». La capogruppo liberale radicale sottolinea anche che «per quanto sia spiacevole dirlo, noi avevamo avvisato a più riprese che il rischio del salario minimo era un livellamento verso il basso degli stipendi e che avrebbe danneggiato soprattutto i residenti. Senza il monitoraggio da noi richiesto il rischio è che si vada avanti a oltranza. Questo è il primo problema, il timore è che ne arrivino altri».

«Il problema, puntuale, sta nel testo costituzionale accettato dal popolo e che richiede oggi una soluzione – annota il leghista Michele Guerra, relatore con Durisch, Dadò (Ppd) e Bourgoin (Verdi) del rapporto sulla legge sul salario minimo approvata l’11 dicembre 2019 dalla maggioranza del Gran Consiglio –. Ho sempre creduto nel salario minimo legale e sarei anche stato pronto a iniziare con 20 franchi orari generalizzati per tutti. Però, c’è un però: il testo costituzionale proposto dai Verdi e accolto dal popolo nel 2015 prevede una deroga al salario minimo laddove le parti concordano un contratto collettivo. In altre parole, la legge sul salario minimo si applica solo nei casi in cui i lavoratori non sono tutelati da un Ccl». Prosegue Guerra: «Questa deroga l’abbiamo dovuta confermare proprio perché inserita nella Costituzione su volontà del popolo, dando fiducia al partenariato sociale. Oggi emergono però i rischi e i limiti di tale deroga e l’unica soluzione rimane quella di toglierla di mezzo o di regolamentare un minimo anche nelle contrattazioni tra partner sociali. E per questo servirebbe o una nuova modifica della Costituzione o un nuovo impianto legislativo: soluzioni alle quali sono tendenzialmente favorevole… e che vanno in ogni caso attentamente studiate, in uno spirito di collaborazione, da coloro che si sono impegnati per avere in Ticino una legge sul salario minimo».

«Personalmente sono d’accordo sullo svolgimento di una discussione generale, e penso lo sia anche il mio gruppo anche se non ne abbiamo ancora discusso», ci risponde il capogruppo dei Verdi Nicola Schönenberger. Che, sulle possibili soluzioni al problema, non si sbilancia: «Ora come ora non so, ma quello che è sicuro è che dentro il parlamento o fuori, come con l’iniziativa che il Ps lancerà a breve, questa situazione deve essere risolta e deve essere fatto tutto il possibile perché cose del genere non succedano mai più».

Come funziona a Neuchâtel

E mentre in Ticino si discute, a Neuchâtel si agisce. Anzi, si è agito. Da subito e da tempo. Dopo l’approvazione del salario minimo, è stato messo nero su bianco nell’articolo 32d della Loi sur l’emploi et l’assurance-chômage (LEmpl) che lo fissa a 20 franchi orari. Ma non solo: all’articolo 76, si legge: “Dove il salario convenuto è inferiore a quello fissato dall’articolo 32d, è quest’ultimo che si applicherà a partire dal 1° gennaio 2015”.

Le due giacche di Nando Ceruso

È una ditta iscritta al Registro di commercio dal 4 settembre 2012, e si chiama ‘Punto e servizi Sagl’. Scopo: “L’assistenza e la consulenza in materia assicurativa e sindacale ad aziende, imprese e società, come pure la rappresentanza di aziende, imprese e società nell’ambito della promozione e vendita di prodotti e l’offerta di servizi di pulizia”. Segni particolari: l’unico socio, e gerente, risponde al nome di Leonardo Ceruso, detto Nando. Il presidente del neonato sindacato TiSin finito nella bufera dopo la notizia dei contratti di lavoro pronti a essere proposti ai dipendenti di tre aziende del Mendrisiotto e che TiSin sarebbe disponibile a firmare. Ccl che, però, si attestano sui 15-16 franchi l’ora. Ben al di sotto di quanto previsto dal salario minimo. Una domanda si pone: Nando Ceruso, in queste tre ditte, ha agito come responsabile del sindacato TiSin (di cui davanti alla stampa si è rifiutato pure di dare il numero degli iscritti) o come gerente di ‘Punto e servizi Sagl’ fornendo alla direzione delle aziende una consulenza? Stando a informazioni da noi raccolte, recentemente con questa seconda veste – quella della sua ditta – ha avviato una collaborazione con la casa anziani Opera Charitas di Sonvico. Per lui, un ruolo cucito su misura: responsabile per la direzione delle relazioni con le organizzazioni sindacali. Al servizio della direzione o dei dipendenti e dei loro diritti? Un’altra domanda sorge altrettanto spontanea: va bene che il gerente di una ditta che offre, si immagina a pagamento, ‘consulenza sindacale ad aziende, imprese e società’ poi sieda a un tavolo di trattativa a nome di un sindacato? “Ciò che faccio è a titolo volontario”, ha detto Ceruso nella conferenza stampa di martedì sul caso delle tre ditte.

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