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laR
 
05.08.2021 - 05:30
Aggiornamento: 14:10

No, le città non sperperano i soldi delle campagne

L’economista Spartaco Greppi ci spiega perché la guerra contro i centri urbani lanciata dall’Udc si basa su ‘una distinzione assolutamente surrettizia’

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(Ti-Press)

“Lo dico chiaramente: la politica di sinistra delle città è una politica parassitaria. Sono campioni del mondo nello spendere i soldi che altri hanno duramente guadagnato”. Ancora: “Sempre di più la popolazione rurale e degli agglomerati paga dazio per i privilegi delle città”. Refrain: “I soldi devono essere tolti alle città che perseguono politiche dannose per il nostro Paese”. Durante il suo discorso per il primo d’agosto, il presidente Udc Marco Chiesa è entrato a gamba tesa sulla sinistra ‘rossoverde’ che prevale con quasi il 60% dei seggi nelle prime dieci città svizzere, con Lugano a fare da solitaria eccezione. Parole di fuoco contro realtà che ospitano in tutto un milione e mezzo di abitanti, quasi uno svizzero su cinque (se si allarga il compasso alle periferie, poi, si arriva al 63% della popolazione). Ma al di là della retorica è proprio vero che le città, novelle cicale, “spendono i soldi” accumulati dalle formichine di campagna? Spartaco Greppi – responsabile del Centro competenze lavoro, welfare e società presso la Supsi – non ne è granché convinto.

Davvero le città sperperano la ricchezza delle campagne?

Quella tra città e campagna è una distinzione assolutamente surrettizia. Risulta ben difficile tracciare un confine tra le due – lo vediamo molto bene proprio in Ticino – mentre le attività economiche risultano sempre meno concentrate in un posto solo. Le occupazioni di un’economia terziarizzata tendono a diffondersi ovunque, con un’ulteriore accelerazione portata dal telelavoro. È impossibile ormai distinguere città e campagna dal profilo delle attività produttive, quindi anche di generazione della ricchezza.

Quindi non c’è, almeno da un punto di vista fiscale, un trasferimento netto verso grandi centri e cantoni urbani?

No. Sostenere una cosa del genere significa non vedere che la creazione di risorse avviene trasversalmente. Anche nel caso dell’agricoltura – che costituisce solo l’1% del prodotto interno lordo svizzero – gran parte del mercato per ortaggi e frutta si trova nelle città, e la filiera di distribuzione e vendita non ha soluzione di continuità. D’altra parte, risulta difficile sostenere che i servizi che le città possono permettersi grazie alle loro economie di scala siano finanziati dalle campagne. Al contrario, proprio le aree rurali beneficiano di aiuti speciali: sussidi diretti e indiretti all’agricoltura, protezione dalle importazioni, sgravi su carburanti e combustibili, assegni familiari a carico delle casse pubbliche invece che dei datori di lavoro. Più in generale, i flussi di redistribuzione fiscale intercantonale e regionale non dimenticano certo le campagne.

Non c’è comunque il rischio che le città dirottino parte delle risorse grazie al loro peso politico?

Ma anche le città accettano e sostengono gli aiuti alle campagne, proprio perché siamo tutti sulla stessa barca e vanno garantite la diversità e la cura del territorio. Il nostro sistema politico, poi, è disegnato per conferire a ciascun cantone un peso analogo almeno a livello di votazioni popolari e per Consiglio degli Stati.

Nel conto del dare e dell’avere sono da considerare anche le cosiddette ‘esternalità’: ricadute positive o negative anche al di fuori del proprio perimetro.

Anche in questo caso, è difficile negare il ruolo propulsivo delle città in ambiti quali la formazione e l’innovazione. Le tecniche agrarie e i macchinari utilizzati in campagna, ad esempio, beneficiano delle ricerche dei Politecnici e sono trasferite in campagna grazie all’educazione di figure professionistiche che proprio lì andranno a operare. Analogamente, le valli dipendono molto dal turismo cittadino.

Chi vive fuori dalle città, però, lamenta l’accentramento di servizi fondamentali, ad esempio quelli sanitari.

Al netto dell’esigenza di aggregare alcune realtà per garantirne il buon funzionamento, il problema vero è quello del ridimensionamento generale del servizio pubblico. E questo – quindi servizi peggiori e meno accessibili – colpisce anche l’abitante di città. Un problema, insomma, che si affronta e si risolve anch’esso solo tutti insieme.

A proposito di servizi, all’Udc paiono dare fastidio soprattutto quelli forniti agli stranieri – 30% della popolazione urbana contro il 15% di quella rurale –, oltre alle prestazioni sociali erogate a presunti “parassiti”.

Come detto, i trasferimenti sociali non beneficiano le città a discapito delle campagne. Quanto all’accoglienza degli stranieri, risulta proporzionale alla capacità di integrarli nel tessuto produttivo, entro il quale contribuiscono a generare quel gettito fiscale che serve ad aiutare chi si trova senza lavoro o in altre difficoltà. Va ricordato peraltro che in passato, quando si riproponeva ciclicamente il problema dei rifugiati, sono stati proprio i comuni di campagna a non volerne assorbire una quota proporzionale e a lasciare l’onere ai centri urbani.

Tornando alla fiscalità, una realtà territoriale così fluida e interconnessa pone nuovi problemi. In un mondo in cui potremmo abitare a Scudellate e lavorare per un’azienda di Zugo, ha ancora senso puntare sulla competizione fiscale intercantonale e intercomunale?

Sicuramente questo approccio rischia di esacerbare i problemi. Ma ci sono anche molte altre sfide: ad esempio la necessità di trattare diversamente chi può lavorare a casa propria e chi deve comunque spostarsi, pensiamo agli infermieri. Non è solo una questione di esazione e redistribuzione geografica, ma anche di investimento: occorre orientare la spesa pubblica per affrontare le nuove sfide sociali e infrastrutturali.

In Ticino c’è l’unica delle prime dieci città svizzere con un Municipio spostato verso il centrodestra. Eppure Lugano appare sempre più ‘diluita’ in un’urbanizzazione diffusa lungo tutto l’asse del cantone. Come si declina localmente il confronto città/campagna?

Se la distinzione risulta fumosa per la Svizzera in generale, lo è ancor più per il canton Ticino, che è il classico esempio di città diffusa; a volte anche confusa, se si pensa allo sviluppo passato in aree come quella di Chiasso e Mendrisio o del Pian Scairolo. Sia come sia, il Ticino è una realtà urbana almeno da Brogeda a Biasca, integrata a sud nell’immensamente più grande area insubrica e sempre più collegata a nord con le realtà di oltre Gottardo, specie dopo la realizzazione di AlpTransit. In Ticino ancor meglio che altrove si vede dunque quanto sia sbagliato e controproducente contrapporre città e campagne.

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