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laR
 
05.05.2021 - 05:30

'Cominciamo a pensare al futuro e all'uscita dalla pandemia'

Manuele Bertoli, da oggi presidente del governo, a tutto campo su pandemia, comunicazione, società, economia, scuola, cultura e futuro dell'area di sinistra

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Ti-Press

«Spero di essere più fortunato dei miei due predecessori», afferma sorridendo il direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport Manuele Bertoli aprendoci la porta del suo studio il giorno prima di assumere per la terza volta da quando è consigliere di Stato la presidenza dell'Esecutivo. Una carica onorifica, certo. Ma che in tempi di pandemia espone a telecamere, attenzione e umori dell'opinione pubblica in maniera più evidente rispetto al pre Covid-19. 

Christian Vitta e Norman Gobbi, presidenti in momenti e per periodi diversi di questa pandemia, hanno caratterizzato ognuno col proprio stile l'anno presidenziale, soprattutto a livello comunicativo. Lei come affronterà l'anno alla testa del governo che inaugura oggi?

Non vorrei che si sovrastimasse troppo la carica della presidenza del Consiglio di Stato, perché come lei dice è onorifica, a rotazione e di rappresentanza della volontà espressa dal governo nei confronti dell’opinione pubblica e di altre istituzioni. I miei due colleghi che hanno assunto questa carica prima di me hanno dovuto farlo quando la pandemia è esplosa e non avevamo misure definite in maniera precisa. Un contesto che dura ormai da tanto tempo. La gente è stanca e stufa, ma nel prossimo periodo dovremmo poter finalmente uscire da questa situazione, lo speriamo, e il focus andrà spostato sulle cose che occorre fare in futuro rispetto alla gestione giorno per giorno dell’emergenza pandemica. Spero, infine, di poter ridurre un po’ la presenza mediatica del presidente del governo, perché penso che questo aiuti a far uscire i messaggi importanti senza confonderli con quelli più di dettaglio.

Quali sono i suoi rapporti con il Consiglio federale? 

Per quanto riguarda il periodo della pandemia i miei contatti sono stati soprattutto con Alain Berset, essendo lui al centro della gestione concreta della situazione, e in parte con Guy Parmelin in quanto responsabile della formazione universitaria e professionale. Il governo federale, come quello cantonale, ha dovuto dar prova di flessibilità e gestione rapida degli eventi, quando invece normalmente la politica ha tempi più lunghi. Non ce la siamo cavata così male, con sicure sbavature, incoerenze o cose che potevano essere fatte meglio. Ma le cose sono andate relativamente bene tenendo conto di tutto ciò che è successo.

Essere presidente del Consiglio di Stato espone a una maggiore visibilità, a mettere la faccia davanti alla popolazione difendendo provvedimenti decisi dall'intero governo. La preoccupa questa pressione?

Sono abbastanza tranquillo, il mestiere l’ho imparato da un pezzo (ride, ndr.), sono abituato a fronteggiare le critiche. Alcune sono legittime, altre sono più infondate e strumentali, come se ne sono viste di questi tempi soprattutto da parte della politica. L’esempio principe è stato Berset, preso di mira dalla destra di questo Paese con critiche non condivisibili e puerili, come se fosse lui a decidere tutto, e dimenticando di dire che le decisioni vengono prese da un collegio governativo dove quella stessa destra ha la maggioranza.

Finora la gestione della crisi economica è stata dettata dall'emergenza, con soluzioni a breve termine. Con aiuti che prima o poi verranno meno. È arrivato il momento di cominciare a pensare in maniera più strutturata al futuro, pensando anche al totem del pareggio di bilancio?

Il discorso va sviluppato seguendo tre ambiti, diversi tra loro ma collegati. Il primo è quello della gestione dell’emergenza sociale ed economica, che ha avuto un piano di aiuti efficace, con casi di rigore, Ipg e nel mio settore anche sostegni per la cultura e lo sport. Si dovrà capire quando questi aiuti andranno prima ridotti e poi fermati, perché bisognerà tornare alla normalità. Ma si dovrà farlo senza lasciare indietro nessuno, perché il rischio che ci siano aziende in grandi difficoltà è ampio. Poi viene il tema sociale, credo che gli effetti nei prossimi anni li vedremo nella loro interezza e dovremo essere pronti a sostenere chi ha patito di più. Infine c’è la questione finanziaria: la Svizzera investe molto, e dobbiamo continuare a farlo, ma soprattutto non dobbiamo avere troppa fretta di ritrovare il pareggio di bilancio, perché se puntiamo troppo in quella direzione il risultato sarà di non tenere conto a sufficienza dei bisogni di persone e aziende che saranno espressi in questi prossimi anni. Le finanze dovranno in qualche modo tornare a posto, ma un conto è farlo in un anno e un altro è farlo in tre, quattro, cinque anni, prendendosi il tempo di seguire gli effetti sociali della pandemia. Bisogna uscirne, ma bisogna farlo tutti insieme.

Quanto teme l'allargarsi della frattura sociale nella popolazione?

La frattura a cui lei allude si è già aperta a partire da diversi lustri or sono in maniera abbastanza evidente, la pandemia non ha fatto e non farà altro che allargarla. Abbiamo da tempo un problema di redistribuzione iniqua della ricchezza nel nostro Paese e nell’Occidente in generale, un problema che va affrontato di petto. La Svizzera ha avuto aziende che hanno visto aumentare grandi fortune anche di questi tempi, mentre molte altre realtà fanno oggettivamente fatica: la pandemia forse ha rimesso in luce quanto questo tema sia centrale e vada ripreso politicamente, come pure quanto sia determinante il ruolo dello Stato. Senza gli interventi degli Stati la pandemia sarebbe stato un bagno di sangue. Abbiamo una rete sociale funzionante, che va revisionata, ammodernata e rivista continuamente sulla base dei bisogni che si modificano nel tempo, ma il primo intervento sociale consiste nel distribuire diversamente la ricchezza.

Passando alla scuola, ormai manca circa un mese alla fine dell'anno scolastico. Un anno condotto tutto in presenza, come da voi auspicato l'estate scorsa. Se lo aspettava, al netto delle lecite speranze?

Possiamo dire che la scelta di tenere le scuole aperte è stata giusta. Una scelta non solo ticinese ma svizzera, non c’è un o una collega degli altri venticinque cantoni che dirige l’educazione, di qualsivoglia partito, che ha mai pensato di agire in modo diverso. Una scelta precisa, su cui si è insistito parecchio, ma che alla fine si è mostrata corretta e vincente. Abbiamo subito un po' di pressione in certi momenti, ma abbiamo fatto quello che doveva essere fatto nell’interesse dei ragazzi e delle famiglie. Sono molto contento di come sono andate le cose, perché il timore che a un certo punto qualcosa si inceppasse l’abbiamo avuto. Era impossibile il 31 agosto scorso scommettere sul futuro, ma era chiaro per noi che avremmo fatto di tutto per provare a mantenere l'insegnamento in presenza. È stato un gran lavoro, e va qui riconosciuto il ruolo fondamentale dei docenti, che l’hanno svolto fino in fondo.

La pandemia incide e inciderà molto sulle disuguaglianze. Teme che si allarghino anche tra gli studenti?

Inizio a risponderle sottolineando che i dati ‘Pisa’ confermano il fatto che il sistema ticinese sia tra i più equi in Svizzera, per scelte fatte anni fa e insistentemente alimentate. Le differenze sociali ci sono e la scuola deve tendere a ridurle, o almeno a evitare che influenzino la formazione. La prima misura che aiuta a gestire una situazione difficile non è decisa dal governo: è la capacità degli insegnanti di capire la specificità del momento e di seguire gli allievi in maniera più incisiva. Abbiamo insistito molto su questo e i docenti hanno dato un’ottima risposta. Inoltre come dipartimento intendiamo rafforzare il ruolo dei docenti mediatori, quella figura che nel postobbligo intercetta i ragazzi in difficoltà e permette di anticipare una eventuale loro presa a carico particolare.

Lo scorso mese di ottobre, da noi intervistato, annunciò la sua volontà di superare il sistema dei livelli alle scuole medie. Sono stati fatti passi avanti su questo dossier?

Abbiamo fatto approfondimenti interni al dipartimento, coinvolgendo non solo i quadri ma le direzioni delle scuole, alcuni presidenti di plenum di collegi, gruppi di materia ed esperti. Siamo quasi pronti per proporre un progetto, ma vi sono ancora due o tre possibilità di declinazione diverse su alcuni punti. L’intenzione è di aprire una consultazione pubblica tra settembre e ottobre. Questo è uno dei temi che vorrei riuscire in un qualche modo a risolvere o instradare prima della fine della legislatura, perché rimane un punto di iniquità nella scuola media che va superato.

Il mondo culturale è tra quelli che più ha sofferto la pandemia e le chiusure, sia a livello di entrate per professionisti e lavoratori, sia a livello di fruizione per gli spettatori. Di concerti, spettacoli teatrali e cinema si è sentita e si sente la mancanza, molte persone si sono accorte di quanto sia fondamentale la cultura per la società. Auspica che alla ripartenza venga data la giusta importanza a questo settore?  

Ha detto bene, la pandemia ha dimostrato l’importanza sociale della cultura: certe cose sono date per scontate fino a quando improvvisamente scompaiono ed è solo allora che ci si accorge della loro grande importanza. Purtroppo si è deciso a malincuore di chiudere una serie di attività culturali, ma adesso è tempo che si riparta. Gli aiuti messi in campo sono stati rilevanti e hanno permesso di traghettare la situazione, anche se essa rimane difficile, perché il mondo dei professionisti della cultura, soprattutto in Ticino, conosce già ordinariamente un certo precariato. Era così già prima della pandemia, ma ora la situazione è esplosa. Si tratta di un tema che deve essere affrontato prima di tutto a livello nazionale, perché è lì che possiamo avere margine per correggere qualcosa. Come ad esempio il problema delle giuste retribuzioni o del sistema pensionistico per attori, musicisti ecc. Molti di loro si trovano ad avere pezzetti di previdenza, ma al momento del pensionamento tante situazioni sono davvero troppo fragili. Per quanto riguarda la cultura più in generale, noi siamo sempre stati attenti a stimolare e sostenere le attività di qualità. La nostra volontà di sostenere la cultura è chiara e la fine della pandemia sarà un’occasione per ripartire con nuovo slancio e nuova consapevolezza dell’importanza di questo settore.

Questa è la sua ultima legislatura in Consiglio di Stato, ed è l'ultima volta che ne assumerà la presidenza. E sicuramente si aspettava un finale più tranquillo. Quali sono le sue emozioni a riguardo?

Ho fatto 12 anni di Gran Consiglio e 10 di governo, per ora. Di questi 22 anni quelli dove si è potuto guardare avanti con una certa tranquillità senza troppi problemi finanziari sono stati tre o quattro, quindi diciamo che questa situazione non mi è sconosciuta, anche se per cause diverse dalla pandemia. Ci sarò fino all’ultimo, perché credo sia giusto dare tutto quello che si può. Nella mia vita ho avuto la fortuna di fare tre mestieri diversi e tutti e tre per 10, 15 anni: prima all'Associazione inquilini, poi all'associazione Unitas e ora in governo. Ogni volta è stata una ripartenza, ogni volta è stato un percorso intenso. Finito l’impegno politico sarò pensionato, ma far politica non è solo lavoro nelle istituzioni e remunerato, il mondo del volontariato offre tante possibilità di sviluppare e vivere le proprie passioni.

Rimarcando fino all'ultimo il suo slogan delle ultime Cantonali, ovvero che un socialista in governo conta?

Questo sicuramente, un socialista in Consiglio di Stato conta. I casi dove abbiamo dovuto decidere a maggioranza non sono stati molti, alla fine sappiamo che sulle cose importanti una decisione funziona se ci troviamo tutti d’accordo, facendo dei compromessi e trovando le quadrature del cerchio, individuando soluzioni nelle quali tutti possiamo riconoscerci. Dentro al collegio il potere negoziale di uno su cinque rimane quello di uno su cinque. Ma è importante che ci sia, non avere questa presenza per il Paese sarebbe una grande perdita. Se poi l’area di sinistra sapesse davvero unirsi e badare agli interessi di chi vuole rappresentare, sono ottimista sul fatto che magari non nel 2023, ma non tanto dopo, si possa anche pensare di raddoppiare in Consiglio di Stato. È un’area in crescita, l’unico vero problema che ha è che è troppo frazionata e a volte non bada agli obiettivi ai quali tengono i suoi elettori, ma più a questioni identitarie. Che hanno una loro ragione di essere, ma che sono meno importanti. Agli elettori si chiede fiducia, ma poi essa non va tradita gettando alle ortiche le possibilità di contare di più tutti assieme.

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