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10.03.2021 - 05:55
Aggiornamento: 26.03.2022 - 14:40

I cori si riuniscono online. Grandi le difficoltà finanziarie

L’attività corale è bloccata da alcuni mesi. Senza le entrate dei concerti e delle feste, le associazioni faticano a pagare maestri e sale

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archivio Ti-Press

Vietato cantare. Nessuno si sarebbe mai immaginato di dover sentire queste parole uscire dalla bocca di un consigliere federale, eppure la pandemia ci ha portato anche questo. L’attività corale ha subito nell’ultimo anno due stop, uno ancora in vigore, fatta eccezione per i giovani fino ai vent’anni. Per non perdere il contatto con gli amatori, molte associazioni corali ticinesi hanno sostituito l’attività in presenza con quella online. «Durante gli incontri a distanza preparo delle lezioni di musica e faccio ascoltare i brani da studiare ponendo maggiore attenzione sui passaggi più complessi», ci spiega Andrea Cupia, direttore di quattro cori in Ticino e membro della task force svizzera Chor. L’esecuzione di brani tutti insieme non è possibile. Immaginatevi cantare davanti a un computer con la voce degli altri che non arriva nello stesso momento… «Gli obiettivi principali sono quelli di mantenere l’allenamento della voce e il contatto con le persone», dice Flaminio Matasci, presidente della Federazione ticinese società di canto. Questo anche per mantenere acceso l’interesse e non perdere coristi dato che «ritrovare nuove leve è molto difficile al nostro livello», ricorda Matasci, che vede l’online come una soluzione poco efficace per le persone anziane che non hanno dimestichezza con il computer e che di conseguenza «rischiano di essere tagliate fuori».

Manca l’aspetto umano

L’aspetto umano è centrale in questo tipo di attività: «Manca il canto, manca la compagnia, il trovarsi a chiacchierare prima e dopo le prove», dice Sergio Gianettoni, presidente del comitato della Corale verzaschese. «Anche a livello sociale è un problema, perché viene a mancare un’abitudine regolare, un appuntamento per fare un’attività che piace, un impegno», gli fa eco Flaminio Matasci. «Cantare produce grandi benefici psicologici ed emotivi, dati anche dal fatto di condividere la voce con altre persone», fa notare Andrea Cupia.

I problemi dei cori sono anche finanziari. I costi principali sono l’affitto delle sale e lo stipendio per il maestro. Spese che vengono coperte dai proventi delle feste o dei concerti, che nell’ultimo anno sono però stati annullati quasi tutti a causa delle restrizioni anti–Covid. «I cori con un certo supporto esterno riusciranno a continuare, mentre gli altri avranno grandi difficoltà», segnala Matasci. «L’unico aiuto che abbiamo ricevuto dalla Confederazione è stato quello per gli eventi che sono stati annullati a causa delle disposizioni legali. Ma si trattava di appuntamenti già pianificati durante i primi mesi della pandemia».

‘Non abbiamo diritto al lavoro ridotto’

A pagare le spese delle restrizioni anche i maestri. «I cori hanno fatto tutto il possibile per versargli lo stipendio», afferma Matasci. «Il grosso problema è che i dipendenti di una società senza scopo di lucro non hanno diritto alle indennità per lavoro ridotto», ricorda con disappunto Cupia. «Nessuno dei cori dai quali sono stipendiato ha mai pensato di non pagarmi, anche perché do lezioni online, ma è chiaro che non si può andare avanti in eterno così, senza entrate finanziarie. Ci vogliono degli aiuti».

Aiuti e piani di riapertura che sono stati proposti alla Confederazione dalla task force Chor. «Sembrerebbe che per i cori non sarà possibile incontrarsi in aprile, come è stato invece ipotizzato per altre attività. La task force ha proposto invece di poter ricominciare le attività dopo Pasqua, ovviamente con dei piani di protezione», riferisce Cupia. «Abbiamo segnalato al Consiglio federale vari studi che dimostrano che mantenendo le distanze, areando la sala e disinfettando gli spazi, il rischio è minimo e procedendo per gradi è possibile ricominciare l’attività».

Una realtà, quella del canto, che secondo Cupia è stato un po’ stigmatizzata: «Ridendo spesso dico che non sapevo di fare un lavoro tanto pericoloso!»

I membri della task force monitorano la situazione e prendono contatto con politici e con la stampa «per sensibilizzare sul fatto che è stata concessa tolleranza zero, mentre invece ci sono delle soluzioni per proseguire l’attività in sicurezza». Inoltre «abbiamo chiesto alle autorità che la ripartenza avvenga con aiuti finanziari, perché questo mondo rischia di ricevere un colpo mortale».

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