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23.02.2021 - 18:30
Aggiornamento : 18:57

Referendum finanziario obbligatorio, al popolo la scelta

Il Gran Consiglio vota il rapporto di Filippini (Udc), ma il democentrista Morisoli non ritira l'iniziativa. Le urne decideranno se sarà versione 'hard' o 'light'

Iniziativa secca e controprogetto. Sul referendum finanziario obbligatorio il popolo ticinese sarà chiamato a esprimersi sia sulla proposta secca originaria, che chiede di sottoporre al voto popolare ogni decisione parlamentare che comporta una spesa unica superiore a 20 milioni di franchi o una spesa annua pari a 5 milioni per almeno quattro anni, ma anche sul controprogetto. Quello uscito dalla commissione parlamentare ‘Costituzione e leggi’ e inserito nel rapporto redatto dalla democentrista Lara Filippini: immediatamente dopo il voto finale su una spesa unica di 30 milioni di franchi, o una spesa annua superiore a 6 milioni per quattro anni, il Gran Consiglio, attraverso la decisione di un terzo dei presenti e con il sì di minimo 25 parlamentari, vota la referendabilità della spesa. Secca o corretta, la proposta insomma resta in piedi. Perché con 42 favorevoli e 38 contrari il parlamento ha dato via libera al rapporto di Filippini.

E perché, soprattutto, il capogruppo dell'Udc Sergio Morisoli non ha alcuna intenzione di ritirare l'iniziativa popolare, depositata nel 2017, della quale è il primo dei 12’342 firmatari. E nel suo intervento ricorda che «se allora le premesse finanziarie erano preoccupanti, oggi la situazione è di molto peggiorata: in questa legislatura le spese saranno di 1,6 miliardi di franchi superiori rispetto al quadriennio scorso. Occorre aumentare la disciplina sulla spesa e sul comportamento dei politici che la producono». Insomma, per Morisoli «questo strumento che esiste già in vari Cantoni, non andrebbe a toccare preventivi e spese che hanno base giuridica, ma quelle nuove. Porta parecchi vantaggi come vitalizzare il sano principio di ‘chi paga comanda’, è meglio che non sia tutto deciso solo da governo e parlamento ma anche dai cittadini che, attraverso le imposte, finanziano queste uscite». Il capogruppo Udc aggiunge che «di fronte allo sbandamento delle finanze è giusto che il popolo sia coinvolto e dica come spendere i suoi soldi» e avverte dalla «paura che qualcuno ha di far votare i cittadini» e respinge l’accusa che continui referendum rallentino gli investimenti: «Spesso passano anni e anni tra lo stanziamento di un credito e la consegna, se si votasse una o due volte l’anno non salterebbe la Repubblica». Gli fa eco la relatrice del rapporto di maggioranza Lara Filippini (Udc), che cita Margaret Thatcher: «Sottolineava che non esistono soldi pubblici, ma i soldi dei contribuenti: è fondamentale estendere i diritti politici dei cittadini e stimolare l’autocontrollo del governo per frenare la spesa».

A favore dell’iniziativa la leghista Sabrina Aldi: «In un Paese in cui si fa un vanto della democrazia diretta non possono che essere i cittadini ad avere l’ultima parola su alcune spese di rilievo. Si tratta dei soldi dei contribuenti». 

Ris (Plr): ‘Si priva il parlamento della sua funzione principale’

Dopo aver incassato, da Sabrina Gendotti, il sì del Ppd al controprogetto di Filippini ma qualche dubbio da parte di qualche esponente del gruppo sull’iniziativa, sulla proposta di referendum finanziario obbligatorio partono le bordate. A cominciare è il Plr, che con la relatrice del rapporto di minoranza Michela Ris rivendica «il ruolo del parlamento, si privano Gran Consiglio e commissioni di una delle funzioni principali. Sottoporre sistematicamente cifre che non suscitano dibattito è banalizzare le consultazioni popolari, introdurre questi strumenti significherebbe dare in pasto ai comunicatori e agli esperti di marketing temi importanti con lo scopo di indurre ai cittadini un voto». A ruota la capogruppo liberale radicale Alessandra Gianella: «La legge prevede già la possibilità di raccogliere le firme per un referendum, e serve la maggioranza assoluta per la stragrande maggioranza dei crediti che votiamo. Noi, come deputati, vogliamo continuare ad assumerci le nostre responsabilità visto che il popolo ci ha dato questo compito. Il controprogetto, poi, è una barriera cerotto: un terzo dei presenti e minimo 25 deputati possono decidere il referendum? Troppo pochi».

Biscossa (Ps): ‘L'iniziativa certifica la nostra incapacità? C'è un problema’

La contraerea parte anche dai banchi socialisti. A partire dal relatore, assieme a Ris, del rapporto di minoranza contrario a iniziativa e controprogetto Carlo Lepori: «Il referendum obbligatorio non è necessario e contrario alla tradizione svizzera. L’altro grosso problema è nel controprogetto: limitarlo al solo tema delle spese ci sembra ingiusta». Per il Ps anche Anna Biscossa alza le barricate: «Siamo in svizzera, e l’uso del referendum e quindi il dare la parola a ‘chi paga’ in modo tale che possa comandare è un’abitudine, una prassi, una possibilità data. Di fronte al fatto che questo strumento esiste ed è accessibile, fatico a capire la necessità di introdurre un ulteriore strumento obbligando il popolo a doversi esprimere anche quando non lo ritiene necessario in maniera da aggravare la tempistica, la macchina del funzionamento delle istituzioni». Di più. Per Biscossa «l’iniziativa secca certifica la nostra incapacità e il popolo deve sorvegliarci, ma noi siamo stati eletti dal popolo: c’è un problema istituzionale. O il popolo ha sbagliato a eleggerci o deve fidarsi del nostro lavoro. Seconda ipotesi, controprogetto: ancora peggio. Un gruppo minoritario di noi, di eletti, stabilisce di non essere capace». Infine, per la parlamentare socialista «è brutto dirlo ma siamo fatti così: se un credito interessa solo il locarnese, magari il mendrisiotto non lo sostiene». Contrarie anche Tamara Merlo (Più donne) - «ci preoccupano un Gran Consiglio e un Consiglio di Stato ostaggio delle minoranze» - e Lea Ferrari (Pc): «L’ennesimo tentativo di ingabbiamento del parlamento». Il Movimento per il socialismo, dopo aver appoggiato con Matteo Pronzini la proposta Morisoli perché corrispondente «alla nostra visione di democrazia socialista», si schiera a favore con le due deputate rimaste in aula. Pronzini non ha partecipato al voto.

Vitta: ‘Ci sono già referendum facolativo e freno al disavanzo’

Il referendum finanziario obbligatorio «potrebbe moltiplicare votazioni su oggetti che non suscitando interesse e quindi dibattito», afferma il direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta, richiamando quanto scritto a suo tempo dal Consiglio di Stato prendendo posizione sull’iniziativa. «Sottoporre sistematicamente tutte le spese sopra un certo importo al voto popolare che però non suscitano dibattito potrebbe comportare una banalizzazione dello stesso voto popolare con conseguente disaffezione dei cittadini verso la cosa pubblica». Il rischio, poi, è che il referendum obbligatorio possa cancellare investimenti anche importanti: «Gli investimenti sono perlopiù spese nuove e quindi assoggettabili a referendum». Il governo «propone quindi di non aderire all’iniziativa: vi sono già il referendum facoltativo e il freno al disavanzo, strumenti che garantiscono una corretta gestione della spesa nel rispetto dei diritti popolari». Come referendum e iniziative, tramite i quali già oggi, ricorda Vitta «il cittadino agisce sulle scelte pubbliche».

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