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22.02.2021 - 21:160
Aggiornamento : 23.02.2021 - 08:46

Cittadinanza, ma prima dieci anni senza aiuti sociali

Il Gran Consiglio dà base legale al giro di vite. Galusero (Plr): non siamo l'unico Cantone. Lepori (Ps): la povertà non è un reato

Luce verde alla modifica della Legge sulla cittadinanza ticinese e sull’attinenza comunale. Con 49 sì (28 i contrari), il parlamento aderisce al rapporto del liberale radicale Giorgio Galusero e quindi al messaggio con cui il Consiglio di Stato ha dato seguito all’iniziativa parlamentare presentata dalla Lega (inoltrata da Nicolas Marioli, è stata ripresa da Omar Balli e Sem Genini) e approvata nel febbraio dello scorso anno dal Gran Consiglio. Viene così data base legale in Ticino all’estensione da tre a dieci anni del periodo, immediatamente precedente l’istanza, nel quale lo straniero che chiede il passaporto rossocrociato non deve aver beneficiato di aiuti sociali, a meno che non li rimborsi. «Quello di diventare svizzero - evidenzia Galusero - è un atto di responsabilità e la norma che introduciamo è già stata adottata da altri Cantoni», Cantoni che hanno la possibilità di inasprire le disposizioni stabilite in materia dalla legislazione federale. In questa direzione si sono mossi «Berna, Argovia, Turgovia e Grigioni», osserva la democentrista Roberta Soldati, ricordando che la partecipazione del cittadino straniero «alla vita economica del nostro Paese è uno dei requisiti per ottenere la nazionalità».  E comunque, rileva Balli, si tratta appunto di un criterio, non l’unico, per conseguire la cittadinanza e anche con l’estensione a dieci anni «sono previste delle possibilità di deroga, come in caso di disabilità, malattia grave o cronica o se si è un lavoratore povero». Un periodo di tre anni, secondo Soldati, «è troppo breve per vedere se una persona è in grado di provvedere in modo duraturo al proprio sostentamento e a quello della sua famiglia». Con il rapporto di Galusero anche la maggioranza del Ppd, fa sapere Sabrina Gendotti.

Dai favorevoli ai contrari al giro di vite. «La povertà non è un reato», afferma, citando uno slogan, il socialista Carlo Lepori, relatore di minoranza. C’è ancora chi considera gli stranieri «come degli approfittatori dei nostri servizi sociali, misconoscendo il loro grosso contributo alla nostra realtà economica». La povertà, avverte a sua volta la collega di partito Laura Riget, «può colpire chiunque», stranieri e non, «e proprio la crisi attuale lo dimostra». Il diritto all’aiuto «rientra nei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione federale. A livello cantonale si vuole colpevolizzare ulteriormente chi necessita di aiuti sociali estendendo il periodo di attesa, ciò che è inaccettabile: così si spezzano famiglie, si allontanano persone che vivono qui da anni». Per Marco Noi dei Verdi, il termine di dieci anni «è manifestamente sproporzionato». E chi abusa? Ovvero Il tema dei furbetti? «Ci sta stretto, sospettare tutti indistintamente lo riteniamo pericoloso, questo velo di sospetto è qualcosa che la nostra sensibilità ci impedisce di accettare». Simona Arigoni Zürcher, Mps: «La restituzione degli aiuti sociali dei quali si è eventualmente beneficiato presuppone dei salari decenti, dignitosi. Se non lo sono, sarà impossibile per le persone straniere recuperare, saranno sempre in affanno». Maura Mossi Nembrini di Più Donne ritiene che gli attuali tre anni «siano sufficienti e un buon compromesso». Dura Lea Ferrari del Partito comunista: «Le intenzioni degli iniziativisti si basano su pregiudizi deprecabili. E così si arriva alle conclusioni semplicistiche di chi considera gli stranieri dei parassiti».

Rammenta il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi: L’indipendenza dall’aiuto sociale «non è criterio assoluto per ottenere la nazionalità. Verranno valutate anche le circostanze personali».

 

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