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20.11.2020 - 05:500
Aggiornamento : 12:21

La ginnasta, ‘dovevo allenarmi con un piede fratturato’

La storia di una sportiva ticinese che ha seguito la sua allenatrice in Italia. Durezza tra tappetini e travi. Il padre: ‘Mia figlia come manipolata’

La sua passione è diventata il suo incubo. La luganese Deborah S. ha lasciato tutto per la ginnastica artistica, la sua casa, i suoi amici, il suo Paese, ha seguito la sua allenatrice del cuore dal Ticino in Italia, dove si è allenata duramente per 5 anni (30 ore settimanali tra tappetini e parallele) dal lunedì al sabato. Quando ha lasciato Lugano (nel 2015) aveva 13 anni. Una baby promessa della ginnastica artistica svizzera (a sei anni già si allenava al Centro di Tenero, nel 2014 era vice campionessa elvetica) che è arrivata alle soglie dei Campionati sudamericani (Giochi panamericani) di ginnastica artistica. Dietro le quinte di questi successi c’è però una storia di sofferenza fisica e psicologica, che la ragazza per anni ha nascosto alla famiglia.

La incontro coi suoi genitori, sul tavolo ci sono diversi referti medici, lettere di avvocati. La voce di Deborah è rotta dai singhiozzi quando racconta gli ultimi tormentati anni in Italia. “Avevo molto dolore ma dovevo allenarmi comunque. Se non facevo gli esercizi non mi avrebbero permesso di gareggiare. Io stringevo i denti, ricacciavo indietro le lacrime e andavo avanti. Questo mi è costato due interventi, il primo nel 2018 al piede, il secondo quest’anno alla spalla”, racconta la ragazza che per paura ha continuato a gareggiare con un piede fratturato. Leggiamo la conferma nell’anamnesi del medico dello sport che l’ha curata in Ticino. Scrive a giugno: “Nonostante i dolori ha continuato ad allenarsi, dopo la gara è stata fatta una risonanza magnetica che ha stabilito una frattura da stress all’osso navicolare del piede”. Su un altro referto medico si legge delle continue interferenze dell’allenatrice sulle indicazioni mediche. Dopo varie visite mediche anche di nascosto dall’allenatrice, appare chiaro che l’unica soluzione è operare, l’ortopedico nel 2019 mette una vite nel piede alla giovane. Insomma, Deborah non era una frignona, non mentiva. Deve stare ferma e mette su qualche chilo. “In palestra mi umiliavano e trattavano da cicciona”, racconta. Lei si mette di impegno e riprende allenamenti e gare. Il ritmo è molto sostenuto.

Operata anche alla spalla

Passa qualche mese e c’è un altro incidente, questa volta alla spalla. Stesso film. Deborah si lamenta, chi la allena minimizza e la obbliga a continuare. “Mentre eseguivo un esercizio alla parallela asimmetrica ho sentito la spalla uscire, sono caduta, piangevo dal dolore. La mia allenatrice mi disse di smetterla, che non era nulla. Malgrado il male, ho dovuto continuare ad allenarmi per giorni”. Rientrata in Ticino a marzo, Deborah, a seguito di quella caduta, è stata sottoposta ad un nuovo intervento chirurgico. Grazie al lockdown la ragazza rimane per un periodo in Ticino e lontano dalla palestra trova il coraggio e racconta ai genitori quanto subito in silenzio. Papà Roberto commenta amareggiato: “È come se avessero manipolato mia figlia, stava male e non poteva confidarsi con noi, che siamo i suoi genitori. È più che sconcertante”. Anche mamma Esly è avvilita. La Federazione italiana di ginnastica artistica ha archiviato qualche giorno fa il caso di Deborah dopo una breve indagine. Madre e figlia, tutelate da un legale, stanno valutando i prossimi passi. (Lo stesso è avvenuto per una compagna di Deborah, che si allenava nella stessa palestra in Italia ed ha avuto problemi di salute).

Le continue riprese per YouTube

Nella lettera inviata dal legale della famiglia alle autorità competenti si legge anche delle continue e assillanti riprese video da parte degli allenatori da postare sul loro canale YouTube per promuovere la palestra e incassare i proventi delle numerose visualizzazioni. “Anche se avevo male, dovevamo ripeterle all’infinito, non andavano mai bene, se ti lamentavi, eri una frignona”.

Da qualche settimana Deborah ha ripreso ad allenarsi con l’Associazione cantonale ticinese di ginnastica (Actg) a Tenero. “Credevo nella mia allenatrice; l’ho seguita in Italia, oggi sono molto delusa. Ho incubi di notte, di giorno mi viene da piangere pensando a come ero trattata. Piano piano questa angoscia sta scemando, sto iniziando una nuova carriera agonistica con persone professionali e valide, l’Actg mi ha accolta a braccia aperte. Voglio andare ai Giochi olimpici, è il mio sogno fin dall’infanzia, darò il massimo per essere vincente. I responsabili dall’Actg mi hanno detto che sarò un modello per le ginnaste più piccole. Questo mi fa piacere”, conclude.

(Testo in collaborazione con Gemma D’Urso)

Castelletti: ‘Troppa durezza è sbagliata’


Fulvio Castelletti, responsabile dei centri élite di ginnastica artistica dell’Associazione cantonale ticinese di ginnastica


L’associazione cantonale ticinese di ginnastica (Actg) ha accolto da qualche mese la ginnasta ticinese, dopo la difficile parentesi in Italia. “È una giovane che ha passato momenti duri, si vede che ha sofferto. Scoppia in lacrime ogni volta che parla del suo recente passato in Italia. È triste e abbacchiata, ma ha voglia di rimettersi in gioco. La stiamo aiutando. Valuteremo nei prossimi mesi col nostro medico di Swiss olympic il suo stato di integrità fisica. È un’atleta talentuosa, è arrivata alle soglie dei Giochi panamericani”, commenta Fulvio Castelletti. Chiediamo al responsabile dei centri élite di ginnastica artistica dell’Actg che cosa pensa delle pressioni psicologiche e delle violenze sulle giovanissime atlete che si allenavano a Macolin, emersi di recente sui media.

“Non è da escludere che, purtroppo, qualcosa di vero ci sia, soprattutto nel contesto della ginnastica ritmica. Dal settore della ginnastica artistica continuano peraltro a giungere alla Federazione svizzera posizioni a sostegno degli allenatori incriminati, che sembrerebbero mettere in discussione le accuse lanciate. Di principio non bisogna agire con eccessiva durezza con delle adolescenti, questo è chiaro a tutti. Ora però c’è un’inchiesta in corso promossa dalla Federazione svizzera. Solo quando sarà conclusa si potrà valutare quali errori sono stati commessi. Si dovrà prendere spunto da quanto successo per andare avanti, trovando dei rimedi. Non aiuta un’attitudine distruttiva, nemmeno continuare ad alimentare polemiche sui media”.
Sulle sofferenze patite da Deborah, Castelletti, pur non volendo entrare nel merito della situazione particolare, chiarisce quali sono i paletti. “Lo sport di élite non è un’attività ludica, succede di andare oltre. Si tende in tutti i modi a preservare la salute degli atleti, ma a questi ragazzi chiediamo tantissimo. A 12 anni fanno 25 ore settimanali di allenamenti. Se non le fai, non è ginnastica artistica d’élite e non sei nessuno. Ma ci sono dei limiti. Se c’è un problema fisico ci si ferma. Nella routine non ci sono iniezioni o antidolorifici per farli continuare ad allenarsi quando soffrono”.

Lo psicologo dello sport

‘Scioccato dal silenzio
su segreti così pesanti’

Alcune ginnaste hanno denunciato comportamenti intollerabili da parte di tecnici e allenatori (violenza verbale, fisica e mobbing, tra le accuse lanciate) a Macolin. Da alcuni mesi, la Federazione svizzera di ginnastica è sotto pressione. Ad esempio, ‘Le Temps’ ha pubblicato un’intervista alla ticinese Lisa Rusconi, ex capitana della Nazionale di ginnastica ritmica, che aveva denunciato violenze fisiche e psicologiche subite dalle sue allenatrici – tutte dell’Europa dell’Est – tra il 2012 e il 2017. Altre interviste dello stesso tenore sono apparse su altri media. Testimonianze simili a quelle della ticinese Deborah S.

Di recente è intervenuta anche la consigliera federale Viola Amherd ricordando che si deve fare di tutto per proteggere i giovani atleti. Ora la ministra vuole che i casi vengano gestiti esternamente e sostiene pertanto l’istituzione di un servizio di segnalazione indipendente. Tale struttura deve essere disponibile per tutti gli sport e va resa accessibile agli atleti, ai loro genitori e al personale ausiliario. “C’è tutta una cultura da modificare soprattutto nella ginnastica artistica e ritmica, va smontata la mentalità imperante che senza sofferenza non si raggiungono risultati. Gli scandali emersi mostrano che c’è un cammino da percorrere con alcuni allenatori”, spiega lo psicologo dello sport Mattia Piffaretti.


Mattia Piffaretti, psicologo sportivo

Giovanissime atlete avrebbero subito in silenzio per anni violenze da parte di allenatori giudicate ‘intollerabili’ dalla consigliera federale Amherd. Perché tanta omertà?

Che gli allenamenti fossero improntati alla durezza era noto a tutti e da anni c’erano persone che criticavano l’andamento. A questo proposito, l’Ufficio federale dello sport si è regolarmente battuto per far riconosce un monitoraggio della salute psicologica e fisica degli atleti. Tuttavia, questo procedere si scontrava con una vera cultura insita in questo tipo di discipline la cui durezza fisica sconfinava spesso e volentieri in durezza psicologica. Oggi a sorprendere è la gravità degli elementi e non solo. Personalmente, nella mia veste di psicologo, sono sbalordito dalla lealtà delle giovani verso la figura dell’allenatore e della società che le ha condotte a tacere e a mantenere un segreto pesante ed emotivamente insostenibile, a scapito della salute e di un deperimento dell’autostima. Al di là dei tristi racconti c’è anche dell’ottimismo. E qui mi riferisco agli allenatori di cui, spesso e a torto, viene tralasciato il vissuto. Ma chi fa subire un tale calvario non fa che riprodurre ciò che ha, a sua volta, subito. Si è forse rotto un circolo vizioso?

È un problema di singoli allenatori o una cultura diffusa?

Sempre in tema di omertà nello sport vige la legge tacita ‘no pain, no gain’, senza soffrire non vinci. Ora che tutto ciò è stato scoperchiato e i riflettori sono puntati sulla problematica, c’è una grande opportunità da cogliere per tutto il movimento sportivo, ginnastica in primis! Sarebbe auspicabile una ripartenza sui punti cardini quali il rispetto reciproco e il sano convivere basi di ogni relazione fruttuosa. Il successo non deve essere a scapito della salute degli atleti.

L’allenatore sembra un Dio per queste adolescenti. Come mai si creano dinamiche così simbiotiche?

Stiamo parlando di preadolescenti, in piena fase evolutiva e alla ricerca della loro identità, a cui si chiedono prestazioni da atleti professionisti adulti. L’investimento psichico ed emotivo è molto elevato, devono allenarsi per tante ore (da 28 alle 35 a settimana) entrambi rinchiusi nei quattro muri della palestra. Una miscela esplosiva nella quale deambulano ginnaste in una fase di sviluppo altamente delicata a livello psicologico e un allenatore - con cui trascorrono tante ore – in veste d’adulto di riferimento senza la certezza, che lui o lei, abbia fatto pace con un trascorso segnato anch’esso da abusi di ogni genere.

Le famiglie affidano ragazze giovanissime ad allenatori e tecnici sufficientemente pronti per gestire questi aspetti psicologici?

È proprio nella formazione e nell’accompagnamento degli allenatori, che risiede il più ampio margine di miglioramento. La psicologia dello sport ha tutte le carte in regola per accentuare – perché già si sta muovendo molto - un cambiamento epocale per contraccambiare la fiducia con cui le famiglie e le atlete abbracciano la magnifica e gratificante via che può essere lo sport d’élite.

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