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07.07.2020 - 18:00
Aggiornamento: 21:50

Responsabilità, azioni od omissioni: il mandato della Cpi

Ex funzionario Dss, a settembre il plenum del Gran Consiglio si pronuncerà sull'istituzione della Commissione d'inchiesta. Guerra: nessun processo

Ora al plenum del Gran Consiglio l’ultima parola. Ma l’istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) sul caso dell’ex funzionario del Dipartimento sanità e socialità condannato in primo grado nel gennaio 2019 per coazione sessuale (è pendente il suo appello), pare cosa fatta. E questo alla luce del passo formale compiuto stamane dalla Commissione della gestione, che, come anticipato dalla 'Rsi', a stragrande maggioranza - unico contrario il Plr - ha accolto, dopo averlo affinato, il progetto di mandato per la futura Cpi elaborato dalla sottocommissione ’Vigilanza’, coordinata dal leghista Michele Guerra. Un parto travagliato. Salvo sorprese, nella seduta di settembre, la prima dopo la pausa estiva, l’intero Gran Consiglio si pronuncerà su quanto appena approvato dalla propria commissione della Gestione, ovvero sul decreto istitutivo della Cpi e quindi sui contenuti del mandato, sulla sua durata (sino a fine febbraio 2021), sul budget assegnato, cioè 80mila franchi (la sottocommissione proponeva 100mila, i liberali radicali 50mila), nonché sui componenti della stessa Commissione d’inchiesta (sette: un rappresentante per gruppo parlamentare e un deputato in rappresentanza dell’Mps, del Partito comunista e di Più Donne). Secondo la legge, per dar vita a una Cpi occorre la maggioranza assoluta del parlamento.

Il Plr: non sostituiamoci alla magistratura

A sollecitare l’istituzione di una Cpi erano stati nero su bianco - all’indirizzo dell’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, era l’ottobre 2019 - sette granconsiglieri: il popolare democratico Fiorenzo Dadò, il leghista Boris Bignasca, il liberale radicale Marco Bertoli, Tamara Merlo di Più Donne, la democentrista Lara Filippini, Claudia Crivelli Barella dei Verdi e Matteo Pronzini (Mps-Pop-Indipendenti). Tra i firmatari della richiesta dunque anche Marco Bertoli, il cui partito, il Plr, con una nota diffusa oggi, si dice "contrario" alla creazione della Commissione parlamentare d’inchiesta perché “non tocca ai politici di milizia sostituirsi alle autorità giudiziarie”. L’istanza dei sette deputati traeva origine in particolare da ciò che aveva dichiarato il giudice Marco Villa, presidente della Corte che ha condannato il 59nne ex collaboratore del Dss attivo nell’ambito delle politiche giovanili. Leggendo il verdetto, Villa si era scusato a nome dello Stato con le tre vittime, giovani donne all’epoca dei fatti, affermando in sostanza che due di loro si rivolsero al diretto superiore dell’allora funzionario per riferire degli abusi e che quindi la vicenda sarebbe dovuta emergere diverso tempo prima. Della Cpi potrebbero far parte i citati Dadò, Bignasca, Bertoli, Crivelli Barella, Filippini, Merlo e Laura Riget per il Ps.

Da quanto appreso dalla ’Regione’ riguardo al mandato elaborato da Gestione e sottocommissione, alla futura Cpi, in caso di luce verde del plenum, si chiede di verificare le eventuali responsabilità politiche e operative del Consiglio di Stato, dei funzionari dirigenti e dei servizi competenti all’epoca dei fatti - avvenuti tra il 2003 e il 2004 - che sono stati penalmente contestati all’ex funzionario; di verificare eventuali azioni od omissioni non conformi alle prescrizioni legali, alla prassi e alle direttive interne, con una valutazione alla luce delle disposizioni allora vigenti; e di valutare la gestione attuale in seno all'Amministrazione cantonale dei presunti casi di molestie o abusi, proponendo eventuali correttivi.

Agustoni: anche il parlamento deve dare delle risposte 

«La stragrande maggioranza della Gestione ritiene che sia compito non solo della magistratura, ma anche del Gran Consiglio, attraverso un’inchiesta parlamentare, dare comunque delle risposte agli interrogativi sorti dal processo del gennaio 2019 e in particolare a quelli derivanti, stando alle parole del giudice Villa, dalla non reazione dello Stato di fronte alla segnalazione di presunti comportamenti gravi», osserva, da noi interpellato, il capogruppo Ppd in Gran Consiglio Maurizio Agustoni. Non è d’accordo con l’istituzione di una Cpi, come scritto, il Plr. Che nel comunicato sostiene: “I reati a sfondo sessuale sono deplorevoli e vanno severamente condannati. Lo Stato e i suoi rappresentanti devono essere in questo senso esemplari. Tuttavia, l’estrema delicatezza del tema chiede di evitarne la politicizzazione che scivolerebbe inevitabilmente verso una deriva mediatica che nuocerebbe alle stesse vittime che vorremmo proteggere”. Tesi sostenuta ovviamente dal presidente della Commissione della gestione Matteo Quadranti, che abbiamo contattato. Ribatte Michele Guerra: «Si è dato seguito alla richiesta dello scorso ottobre firmata dai rappresentanti praticamente di tutti gruppi parlamentari, quella di istituire una Cpi». Per il coordinatore della sottocommissione ’Vigilanza’, l’obiettivo della Cpi «non è, nella maniera più assoluta, di fare un nuovo processo penale. Per i processi c’è l’autorità giudiziaria. Se verrà istituita, la Cpi dovrà stabilire- fra le tante cose - se siano stati commessi errori all’interno dell’Amministrazione cantonale e quali rimedi adottare per evitare il ripetersi di certe situazioni, fornendo anche spunti al Gran Consiglio per eventualmente intervenire sul piano legislativo. Secondo Ivo Durisch, capogruppo socialista, la Cpi si impone per chiarire almeno due questioni. La prima: «Il giudice Villa, leggendo la sentenza in aula penale, ha chiamato in causa l’Amministrazione per eventuali mancati controlli. È giusto verificare se ciò sia stato il caso anche per tutelare le persone coinvolte». La seconda concerne il futuro. Durisch «È giusto verificare se l’Amministrazione cantonale, importante datore di lavoro, abbia messo in campo tutte le misure necessarie per evitare che episodi simili accadano».

 

 

 

 

 

 

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