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27.05.2020 - 05:50

Infermieri residenti, si fa presto a dire local

Coronavirus: le richieste della politica, la situazione del settore in Ticino. Tra numeri, considerazioni e obiettivi

di Generoso Chiaradonna e Andrea Manna
infermieri-residenti-si-fa-presto-a-dire-local
(Ti-Press)

L’emergenza coronavirus ha acceso i riflettori sulla professione di infermiere e in generale del personale di cura attivo in tutte le strutture sanitarie e sociali del Ticino. A livello locale c’è praticamente unanimità politica sulla volontà di aumentare il numero del personale residente attivo in queste strutture. La crisi sanitaria delle scorse settimane ha reso evidente l’importanza di avere un sistema sanitario efficiente e soprattutto con personale competente e formato. Proprio ieri la Commissione della sicurezza sociale e della sanità degli Stati (Csss-S) ha deciso - a strettissima misura però - di concedere, riferisce l'Ats, un sussidio di 100 milioni di franchi da inserire nel controprogetto indiretto all’iniziativa popolare ‘Per cure infermieristiche forti’. Concretamente, la Confederazione sarebbe chiamata a sostenere i Cantoni nella formazione degli studenti in cure infermieristiche con ulteriori 100 milioni di franchi, e ciò alla luce dell’importanza di questa categoria di lavoratori emersa durante la pandemia di Covid-19. In totale, per favorire la campagna di formazione nell’ambito delle cure infermieristiche dovrebbero essere messi a disposizione 400 milioni di franchi su otto anni per favorire un incremento del personale formato e diplomato in Svizzera. «Siamo d’accordo ovviamente con questa decisione della Commissione, ma non è solo la formazione o la quantità di personale in più che bisogna migliorare. Chiediamo soprattutto di rendere la professione dell’infermiere più attrattiva migliorando le condizioni di lavoro che non sono solo di natura salariale», spiega alla 'Regione' Luzia Mariani Abächerli, presidente della sezione ticinese dell’Asi, l'Associazione svizzera degli infermieri.

Aumentare quindi l’attrattività della professione per chi è già attivo nel settore in modo che non lo abbandoni troppo presto. «Quello dell’abbandono non riguarda, come si pensa, solo le donne, ma anche gli uomini. La permanenza media è di 15 anni. Non è solo la difficoltà a conciliare la famiglia e vita privata con il lavoro, ma contribuisce anche una pressione psicologica ed emotiva. Il lavoro è organizzato a turni che devono essere coperti 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. Sarebbe opportuno che si definiscano in anticipo, per esempio, quante notti per mese fare. Dare la possibilità di abbassare la percentuale di lavoro o creare un percorso di carriera incentivando la formazione continua», sostiene la presidente di Asi Ticino. Rivendicazioni più da contratto collettivo. «In Ticino, il personale dell’Eoc e quello delle cliniche private ha un contratto collettivo. C’è anche per coloro che lavorano nelle case per anziani e per gli Spitex privati e pubblici. Il contratto in questi ultimi ambiti non è però obbligatorio. In altri cantoni - continua Mariani Abächerli - non esistono nemmeno contratti collettivi. Per questo sarebbe meglio avere questi aspetti fissati nella legge».

Per quanto riguarda la formazione di più infermieri o di ulteriore personale socio-sanitario, le proposte che vanno in questa direzione sono benvenute, continua Mariani Abächerli. «Devono esserci anche i posti di stage nelle strutture (pubbliche e private) e non sempre è possibile. Con i posti di stage bisogna anche avere chi segue gli allievi. Quindi non si possono aumentare solo i posti a scuola. È tutto il sistema sanitario e socio assistenziale che deve farsi carico di ciò». Questo potrebbe bastare per aumentare l’attrattività della professione nei confronti delle persone residenti in Ticino? «È per prima cosa eticamente sbagliato reclutare solo personale frontaliero: si ‘sfrutta’ il sistema formativo estero. In Ticino siamo fortunati a poter attingere a un bacino ampio e formato. È grazie a loro che il nostro sistema sanitario non è collassato nelle settimane più critiche dell’epidemia di coronavirus. Trovo però doveroso che si sia meno dipendenti dall’estero. Mi riferisco soprattutto agli infermieri specializzati in cure intense. Il sistema sanitario ticinese deve dare la possibilità a chi è già attivo e di potersi formare nel corso della propria carriera», evidenzia Mariani Abächerli.

'Servono campagne di sensibilizzazione' 

Si fa presto, in ambito politico, a chiedere più personale residente nel settore infermieristico. «Pubblico e privato vorrebbero reclutare risorse, più di quanto facciano oggi, attingendo al mercato locale, i posti di formazione vengono messi a disposizione, ma oggi siamo confrontati con ostacoli oggettivi - rileva il presidente dell’Associazione cliniche private ticinesi (Acpt) Giancarlo Dillena -. E questi ostacoli, che portano non pochi giovani a rinunciare a intraprendere una formazione e una carriera nelle cure infermieristiche sono, per esempio, i turni di lavoro, le urgenze e i rischi legati alla professione, come questa epidemia ha dimostrato nella sua fase acuta, quando si è avuto un elevato numero di ricoveri di contagiati». Senza poi dimenticare, aggiunge Dillena, «le scelte professionali di una parte ancora importante dei nostri ragazzi, che opta per il ramo impiegatizio, nonostante la contrazione di posti che il settore degli impiegati commerciali e di ufficio ha conosciuto». Che fare? «Le condizioni di lavoro - afferma il presidente dell’Acpt - giocano indubbiamente un ruolo non indifferente, ma non illudiamoci che la soluzione stia nell’aumento dei salari. E ciò per via dei fattori cui ho accennato prima, come gli orari di lavoro, i rischi che la professione comporta. Bisognerebbe allora fare periodicamente delle campagne di promozione e di sensibilizzazione a tappeto sul piano cantonale presentando le caratteristiche di una professione sì impegnativa e non priva di rischi ma certamente gratificante. Bisognerebbe anche agevolare la conciliabilità tra lavoro e famiglia, perché il personale femminile non sia di fatto costretto ad abbandonare la professione per accudire i figli. E sappiamo che rientrarvi, magari dopo anni, è tutt’altro che facile, considerata l’evoluzione delle tecniche». Se le cose non cambiano, conclude Dillena, «la forte dipendenza dal personale frontaliero continuerà, tanto nel pubblico quanto nel privato: se non avessimo i frontalieri saremmo sotto del 30 per cento come effettivi. È un dato di fatto. E la pandemia lo ha evidenziato».

In ogni caso chi oggi in Ticino opta per una formazione in campo socio-sanitario «difficilmente, in genere, rimarrà senza lavoro», osserva il professor Claudio Del Don, direttore della Sspss, la Scuola specializzata per le professioni sanitarie e sociali con sede a Giubiasco/Canobbio. «La strategia del Cantone è stata, in particolare agli inizi degli anni Duemila, lungimirante - sottolinea -. L’istituzione della Sspss con i suoi cuoi curricoli (operatore socio-sanitario, operatore socio-assistenziale eccetera) era stata pensata per rispondere al fabbisogno di personale specializzato, evidenziato da studi federali per gli anni a venire: un fabbisogno da ricondurre anche all’invecchiamento della popolazione». Una scuola, la Sspss, «pensata, con la maturità professionale integrata e la maturità specializzata, per preparare i giovani a continuare la formazione nei settori sanitario e sociale al Dipartimento sanità della Supsi o alla Scuola specializzata superiore in cure infermieristiche». Del Don dirige la Sspss da dieci anni: «Siamo passati da un po’ meno di ottocento allievi ai circa 1’050 di oggi».

'Dal 2011 al 2019 raddoppiati i diplomati'

«Nell’ultimo decennio, grazie a un lavoro congiunto di Dipartimento educazione cultura e sport e Dipartimento sanità e socialità con le strutture ospedaliere e sociosanitarie, il numero di diplomati in cure infermieristiche della Scuola specializzata superiore in cure infermieristiche e della Supsi è praticamente raddoppiato passando da 100 nel 2011 agli oltre 200 del 2019», afferma da parte sua Paolo Colombo, direttore al Decs della Divisione della formazione professionale. Ma non è solo il settore infermieristico a essere interessato da questa dinamica. «Ricordo che l’intero settore delle cure (sanitario e sociale) è un ambito formativo e lavorativo interessante per i giovani ticinesi, sia per la diversità delle professioni esercitabili, sia per quanto riguarda la possibilità di crescita personale», prosegue Colombo, precisando che attualmente il sistema di formazione cantonale «copre circa il 70% del fabbisogno del settore sanitario». «A fianco della limitata durata di vita professionale del personale infermieristico, una delle principali criticità - afferma ancora il direttore della Divisione della formazione professionale - è data dai posti di stage che dipendono soprattutto dalle strutture che accolgono le persone in formazione. In questo ambito ricordo che c’è l’Osservatorio sulle formazioni e prospettive professionali nel settore sociosanitario che è incaricato di segnalare il fabbisogno annuale di nuovo personale curante in modo da ottimizzare i percorsi formativi, rafforzare il coordinamento degli stage e verificare la modalità di attuazione di un sistema di incentivi per favorire l’offerta formativa delle strutture». A questo proposito è allo studio il cosiddetto modello bernese il quale, secondo il principio ’ognuno forma il personale di cui ha bisogno’, stabilisce che ogni struttura è incentivata a sfruttare il proprio potenziale formativo.

'I nostri obiettivi'

«Quest’anno nel corso di laurea di cure infermieristiche abbiamo avuto un numero di domande d’ammissione superiore agli anni scorsi», spiega Luca Crivelli, direttore del Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della Supsi. «Si osserva l’impatto positivo della rivalutazione anche sociale del ruolo dell'infermiere avvenuta con la crisi Covid. Comunque non c’è ancora una richiesta sufficiente da parte di giovani residenti per raggiungere gli obiettivi formativi concordati nell’ambito dell’Osservatorio sulle formazioni e le prospettive professionali nel settore sociosanitario». L’obiettivo, continua Crivelli, «era quello di raggiungere circa 240-280 matricole l'anno tra Supsi e Scuola superiore specializzata. Tenendo conto di un tasso di abbandono fisiologico del 10% il primo anno, l’obiettivo era di arrivare alla fine del triennio di formazione a mettere sul mercato circa 250 infermieri neodiplomati. Questi numeri non siamo riusciti ancora a raggiungerli. Quest’anno, per esempio, abbiamo sì 190 domande di ammissione, ma molte dall’Italia. Ci siamo comunque impegnati a mantenere al 10% massimo il numero di persone non residenti al momento dell'avvio degli studi». La situazione è molto diversa in altre professioni sanitarie come la fisioterapia e l’ergoterapia. “Per i fisioterapisti abbiamo ogni anno 200 domande di ammissione, ma soltanto 30 posti al quale il nostro sistema sanitario è in grado di offrire la formazione pratica. E quindi facciamo fatica a trovare ulteriori posti di stage. I nostri studenti li mandiamo anche in Italia, in ottime strutture di riabilitazione, perché non abbiamo abbastanza posti di stage in Ticino. Ma diversa è la situazione nelle cure infermieristiche, dove facciamo fatica per il momento ad arrivare con solo i nostri giovani ai numeri che vorremmo formare». 

Luca Crivelli è anche membro del Cda dell’Ente ospedaliero. Le strutture dell’Eoc formano abbastanza o potrebbero mettere più posti a disposizione? «Per il momento si riesce a offrire la formazione pratica agli studenti infermieri delle due scuole. Con il rinnovo dei contratti di prestazione si vorrebbe mettere in atto anche in Ticino il ‘modello bernese’ che stima il potenziale formativo non sulla base dei posti letto, ma del numero di collaboratori diplomati. In pratica le strutture si impegnano a formare il personale in modo conforme al loro potenziale formativo o, in caso contrario, devono versare in un fondo per la formazione una sorta di quota liberatoria in modo tale che quelle strutture che possono andare oltre il proprio potenziale formativo ricevano un indennizzo per questo sforzo supplementare». 

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