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Conforti: il femminicidio è 'un fenomeno soprattutto culturale'

Come la violenza sulle donne in generale, nasce da una cultura del controllo e non si può relativizzare come 'folle gesto'. Parla Pepita Vera Conforti

Pepita Vera Conforti (Ti-Press)
2 giugno 2020
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In Svizzera il femminicidio si verifica con una frequenza preoccupante: circa 25 casi ogni anno, un tasso per abitante maggiore di quello italiano. Dati che si rischia di dimenticare, salvo poi stupirsi quando si verificano casi come quello di Giubiasco. Così come si rischia di dimenticare che le violenze sulle donne – quasi ventimila le segnalazioni registrate ogni anno, ma chissà quanti episodi restano nascosti – costituiscono un fenomeno incredibilmente trasversale: la miseria, l’emarginazione, l’appartenenza a contesti culturalmente poveri possono aggravarne le conseguenze, ma di casi se ne registrano un po’ ovunque, dietro al grilletto si trova l’operaio come il colletto bianco, perfino il poliziotto. Ne parliamo con Pepita Vera Conforti, già presidente della Commissione consultiva per le pari opportunità del Canton Ticino, coordinatrice dal 2016 del progetto ‘Vivere senza violenza’ e cofondatrice di Agenda 54, laboratorio politico che promuove riforme e soluzioni su temi quali le pari opportunità e i diritti della donna.

Conforti, che cosa ci insegnano le storie delle vittime di femminicidio?

La maggior parte delle storie delle vittime ci arrivano dai media, talvolta già elaborate secondo alcuni luoghi comuni. Nella realtà queste storie presentano situazioni sociali, familiari e economiche molto differenti tra loro, ma tutte legate da una cultura del controllo dell’altro. Purtroppo indicatori quali la formazione, il reddito, il ruolo sociale, la provenienza etnica, la religione non ci permettono di prevedere le situazioni di rischio.

Cosa possono fare i media?

È fondamentale che informino sul fenomeno in modo corretto, senza sensazionalismi, e facciano attività di sensibilizzazione, ad esempio facendo conoscere gli strumenti a disposizione di chi subisce violenze e sta cercando di uscirne. Bisogna dare voce a chi non ce l’ha. E in ogni caso occorre evitare una narrazione che tenda a giustificare o relativizzare il femminicidio – o qualunque forma di violenza –, ad esempio spiegandolo come un ‘folle gesto’ di ‘gelosia’ o ‘passione’, termini che rischiano di minimizzarne la gravità e deformare la lettura del fenomeno relegandolo a un fatto personale e non soprattutto culturale.

Forse quei termini li si usa anche per cercare di spiegarsi la ragione di certi delitti.

Sì, ma così facendo si forniscono attenuanti che non hanno ragion d’essere, spingendo il lettore a immedesimarsi nei sentimenti evocati – amore, tradimento, gelosia – o, se parliamo di follia, di raptus, a percepire queste realtà come lontane ed eccezionali, come qualcosa che non riguarda noi come società. Invece il femminicidio non è semplicemente un atto esasperato, un gesto di follia senza legami con una cultura nella quale siamo ancora immersi. 

Una mentalità ‘patriarcale’?

Una generale incapacità di riconoscere alla donna un ruolo che non sia subordinato a livello economico, culturale e politico a quello maschile, di rispettarne spazi e diritti costituzionalmente riconosciuti. Ecco allora che, ad esempio, la richiesta di divorzio non viene accettata dal partner, che attiva una serie di comportamenti di controllo, di stalking, fino dell’omicidio come atto estremo di affermazione di possesso. Per uscire da dinamiche tossiche e incompatibili con la libertà di ciascuno di noi è necessario ripensare a quali concetti sono alla base delle relazioni.

In questo contesto, anche la subalternità economica rischia di imprigionare le donne in relazioni tossiche.

Per una donna, divincolarsi da situazioni di violenza può essere ancora più difficoltoso quando sussiste una dipendenza economica nei confronti del partner. Quando poi da questa dipendenza dipende lo statuto di soggiorno della donna nel nostro paese, la situazione diventa drammatica e sarebbe necessario mettere in atto misure più efficaci. 

Come si sta muovendo il Ticino?

Ora abbiamo una persona incaricata di coordinare un piano d’azione cantonale (Chiara Orelli Vassere, coordinatrice istituzionale presso la Direzione della Divisione della giustizia, ndr). Questo piano dovrà includere le componenti di prevenzione, protezione, sostegno e perseguimento dei reati, elementi chiave delineati dal Piano di attuazione nazionale della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ndr): una cornice di azione anche per i Cantoni. Uno dei punti a me cari è la prevenzione attraverso l’educazione.

Come si educa al rispetto?

Sull’esempio di altri Paesi, come pure di altri Cantoni, è importante sviluppare percorsi didattici fin dalla prima infanzia, percorsi capaci di educare alla parità, al rispetto e scardinare quegli stereotipi che negano diritti e limitano la capacità di sviluppo e di relazioni positive di ogni individuo, indipendentemente dal genere; un aspetto non a caso sottolineato dalla Convenzione di Istanbul, così come il richiamo al ruolo dei media.

Come sta cambiando la situazione per i diritti delle donne?

Negli ultimi vent’anni grazie alle persistenti lotte delle donne sono cambiate molte cose, ma sono ancora molti gli ambiti in cui è necessario agire. Ad esempio si dovrebbero mettere a disposizione percorsi di inserimento nel mondo del lavoro – sull’esempio francese – per le donne vittime di violenza, per garantire loro un'indipendenza economica. Da questo punto di vista la Svizzera fa ancora poco o nulla, ma le proposte da parte nostra non mancano.

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